LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO – giovedì 11 maggio 2000

Voci d’oriente. “Pensieri di luce” di Ostad Elahi

Un asceta è in mezzo al mondo. Le disarmanti semplicità dello scrittore iraniano (morto nel 1974): le sue “100 massime” tradotte ora in Italia da Mario Luzi

Fino a qualche mese addietro era totalmente ignoto in Italia l’autore iraniano Ostad Elahi, mentre a Parigi e a New York già nel 1995, in occasione del centenario della nascita, si tenevano convegni internazionali e l’editore Laffont pubblicava 100 Maximes de Guidance quale anticipo di un ragguardevole corpus dottrinario.
Oggi però anche da noi Ostad Elahi può contare su una scelta rappresentanza di lettori, grazie a Pensieri di luce, ovvero le 100 Maximes, nella traduzione di Mario Luzi, e grazie all’Associazione Athenaeum, tesa a diffondere per vie interdisciplinari studi specifici e incontri di sparse culture riconducibili a una smarrita affinità. Né è un caso che il 15 maggio, alla Fiera del Libro, Carlo Ossola e Gianni Vattimo presentino il testo mondadoriano, impreziosito da pitture su tavola di André Marzuk.
Chi era dunque Ostad Elahi? Scarne, e si direbbe, in linea con lo spirito dell’autore, le note bio-bibliografiche fornite dal figlio Bahram. Nasce nel 1895 a Jeyhunabad, un villaggio curdo nell’ovest dell’Iran; il padre, poeta mistico, lo educa a un severo cammino ascetico e fino al ventiquattresimo anno Ostad vive in solitudine nutrendosi di filosofia, teologia, letterature classiche, lungo un percorso spirituale rigorosissimo che sembrerebbe destinato a sublimarsi in definitivo congedo dal mondo esterno. E invece – ecco la svolta di una coscienza altamente religiosa, ma troppo inquieta, troppo sensibile alle infelicità e alle ingiustizie del prossimo per consumarsi ai margini della storia umana – rompe con la tradizione, abbandona la vita contemplativa, si trasferisce a Teheran, si tuffa nelle materie giuridiche, intraprende con successo la carriera di magistrato, ricopre le massime cariche dello Stato; e intanto sviluppa il suo pensiero filosofico, traccia una possibile “via della perfezione”, si batte per l’uguaglianza dei diritti, per la parità delle razze, dei sessi, delle fedi, senza trascurare la musica che pone al vertice della piramide creativa.
Muore nel 1974, lasciando in eredità un vasto patrimonio etico-speculativo non ancora del tutto esplorato di cui i “pensieri di luce” costituiscono appunto un candido breviario. Dico candido a ragion veduta. Il lettore occidentale, sommerso e anzi inquinato giorno dopo giorno dai rimbombi mass mediatici, dovrà praticare più di un esercizio di sottrazione per cogliere l’essenza di queste massime apparentemente cristalline. Ad esempio: “Il vero piacere è rinunziare alla soddisfazione dell’io imperioso”; “Chiunque cresca bene il proprio figlio potrebbe governare un paese”; “fate in modo di ottenere i vostri diritti per merito e non per pietà…”.
Ora diretti, ora obliqui s’intrecciano motivi teoretici e i motivi pragmatici che sostengono la riflessione monoteista di Ostad Elahi; islamismo in fecondo rapporto con ebraismo e cristianesimo, differenziandone le attitudini, le consuetudini, le singolarità etniche.
Attenti però a non tirare in ballo New Age e coloriti fondali di trascendenza. L’invito a distinguere ci viene dal teologo Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, là dove dichiara: “Resto sempre titubante dinanzi a parole come spirituale, meditazione, pensiero positivo e così via. Ma in Ostad Elahi esse acquistano ben diverso significato. Lui si ferma a ciò che precede la religione, le religioni. Lui invita alla ricerca di una grammatica interiore, non all’intimismo. Lui ha risposto con una condotta ammirevole alla domanda che pongo spesso ai giovani: hai una ragione per cui valga la pena di morire? Trovala, perché altrimenti non avrai una ragione per vivere…”.
In attesa di poter attingere all’opera completa del poligrafo iraniano, l’intensa partecipazione di Mario Luzi e l’avallo di Enzo Bianchi contribuiscono efficacemente a rafforzare quel precario ponte di legno che collega talune disarmanti “semplicità” dell’altra sponda e il nostro angosciato “sapere”.

(Giuseppe Cassieri)