Reality

Comunicato Stampa

Reality

Regia: Matteo Garrone

Produzione: Italia – 2012 -

Sceneggiatura: Ugo Chiti, Maurizio Braucci, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso

Interpreti:

Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Nello Iorio, Nunzia Schiano

Colonna sonora è di Alexandre Desplat (Carnage, The Ghost Writer, Le idi di marzo, The tree of life)

Luciano pescivendolo, vive a Napoli dove mantiene la famiglia dividendosi tra legalità e piccole attività meno legali. Ha un talento per lo spettacolo che sfoga in occasione di feste e matrimoni. Su pressioni della famiglia partecipa a un provino per il Grande Fratello. Che cambia tutta la sua vita e la sua visione.

trama - Luciano, dopo essere stato spinto dai numerosi e rumorosi parenti a tentare la fortuna con un provino del Grande Fratello al centro commerciale, è convocato a Cinecittà per un test più accurato. Convinto di aver fatto bene, aspetta solo di essere chiamato per l’inizio della nuova edizione del reality show. Al rione è già una star: lo applaudono, lo incitano, seguono gli sviluppi della faccenda. La chiamata, però, non arriva e Luciano crede che il Grande Fratello stia solo aspettando di accertare se lui è davvero degno di far parte dello show. Tutto si trasfigura attraverso questa lente, cambia radicalmente la propria vita per adeguarsi ai precetti del Grande Fratello giungendo a ricostruire un “confessionale” nello sgabuzzino di casa.

La vita è un palcoscenico

Tutto è Reality, titolo che si riferisce con un doppio senso ai due significati, degli show televisivi e di realtà.

Quello che effettivamente il film ci dice è che ormai non siamo più condizionati dal mezzo televisivo: lo abbiamo interiorizzato talmente da averlo oltrepassato. L’etica stessa nasce dalla possibilità che ovunque possa esservi un occhio che ci guarda, una telecamera nascosta manifestazione segreta della nostra coscienza in un mondo di telecamere visibili. In un mondo dove tutto è ‘ripreso’ da telefonini, videocamere, anche i termini che usiamo per riferirci alla vita ordinaria (politica lavoro, salute, sentimenti) sono spettacolistici: “teatrino”, “show”, “palcoscenico”, “scenari”. Dunque, protagonista non è il fenomeno televisivo, bensì quello umano, la sua vita trasmutata, svuotata e riempita di realtà “altra”.

Luciano vive come se ci fossero continuamente degli osservatori a registrarne le azioni, la sua stessa coscienza viene sostituita dal baraccone dello show. Fatto degli ‘ospiti’ della Casa televisiva, ma soprattutto degli spettatori che votano, “nominano” chi non si è allineato all’etica grottesca e superficiale dello show della vita. Una vita che non solo ha inglobato ogni assurdità, ma l’ha piuttosto generata come specifico frutto di un organismo più vasto.

L’idea è che, in fondo, è vero quanto dicono i produttori televisivi della Endemol: “non siamo noi a plasmare i valori, sono i nostri disvalori che richiedono i format che vi diamo”. Non è il GF (sigla che, con un gioco di parole, la moglie di Luciano fraintende con Guardia di Finanza, “Il GF ci guarda”) a essere grottesco e volgare. Tutta la nostra vita è coloratissima (Garrone ha esplicitamente fatto riferimento ai cartoni tridimensionali della Pixar), cafona, grottesca. Per esistere bisogna essere visti, dare spettacolo di sé: vestirsi come dei manichini, sposarsi sulle carrozze di Cenerentola (vengono in mente le feste dei ‘diciottesimi’ della Noemi, anche lei napoletana, più artificiale di tutte le Miss Italia, che oggi studiano e sono più ‘vere’ di molte altre coetanee). Il GF ha solo formalizzato questa necessità. In una sorta di capovolgimento di Truman show, siamo finiti tutti su un palcoscenico, recitando la nostra parte in una bolla irreale. Sospinta da questa dimensione irreale, la Casa del Grande Fratello è solo un grande spazio metafisico dove, come in un acquario, i suoi abitanti passeggiano sospesi e incorporei, figure dell’unico empireo che sembra esserci rimasto. È lì che Luciano, con il suo bisogno di credere (never give up) vuole ‘tornare’.

Il film comincia e finisce con un lungo piano sequenza, dall’alto verso il basso da lontano a vicino all’inizio, dalla Casa del GF alla notte puntolinata di strade del cielo romano alla fine. Non c’è soluzione di continuità in fondo tra gli studi televisivi e lo spazio urbano, tra vita televisiva e vita quotidiana. Garrone (da close-up.it): «Attraverso quel piano sequenza abbiamo voluto sottolineare che stiamo entrando dentro una fiaba, che stiamo raccontando una favola. Nel film il confine tra realtà e sogno, o tra realtà e incubo, è sottile.»

Se, come è stato scritto «Le storie che ci raccontiamo su noi stessi determinano la qualità delle persone che immaginiamo di essere» e se «quelle raccontiamo sugli altri stabiliscono il tipo di relazione che abbiamo con loro» (Rami Shapiro, Un silenzio straordinario, Giuntina, 2004) la storia che Garrone racconta contiene il suo bisogno di recupero della coscienza spirituale dell’uomo, ma anche il grande affetto, compassione ed empatia che egli rivolge all’essere umano, incarnato dal protagonista, impersonato dal bravissimo Aniella Arena ergastolano e attore di teatro.

Il film è girato a Cinecittà, con delicati riferimenti a Fellini (Casanova: si intravede la testa di Venusia), Visconti (Bellissima), ma anche a molto del cinema italiano De Sica (Miracolo a Milano), Totò, Monicelli e tanti altri.

Più che del Grande Fratello, il nuovo film di Matteo Garrone parla della necessità di avere Fede

Reality non è una critica ai reality show. […] al regista e agli sceneggiatori Ugo Chiti, Massimo Gaudioso e Maurizio Braucci non interessava tanto lo sguardo a un’Italia agghiacciante e in piena crisi culturale, che comunque traspare tra le righe. Non interessava nemmeno più di tanto la denuncia ai meccanismi della fama vuota e immeritata che nasce da queste trasmissioni, anche se in qualche modo il discorso è presente tramite il personaggio di Enzo, l’ex concorrente del GF a cui il protagonista guarda con un misto di ammirazione e invidia.

A Garrone interessa soprattutto seguire da vicino – con tanti primi piani e telecamera a spalla – il suo protagonista, la sua discesa nella follia e nella paranoia. Ma forse non è nemmeno la pazzia a contare davvero: il discorso è ben più profondo e complesso e si riferisce alla Fede. Quel bisogno di credere in qualcosa, in una vita migliore di quella che si sta vivendo. E allo stesso tempo, quell’incapacità prettamente umana di sopportare la realtà di tutti i giorni senza poter sognare un Paradiso, una “casa” oltre il tempo e lo spazio dove finalmente trovare la pace. (da Marco Triolo, www.film.it, 24 settembre 2012)

Intervista all’ergastolano prestato al cinema

Matteo Garrone ha affidato la parte ad Arena dopo averlo visto recitare a teatro, un palco su cui Aniello non è un principiante. L’associazione culturale Carte Blanche che da dieci anni gli dà la possibilità di farlo, è nel cuore di Volterra: il carcere è dall’altra parte della strada, a portata di rientro serale, alle sette. «Ad aprile del ’99, dopo sei anni a Viterbo, che è un istituto d’inferno, mi hanno confermato l’ergastolo. Ero pieno di rabbia, ma tanta, e ho pensato, ok la mia vita è finita. Poi mi hanno spostato a Volterra, ho iniziato il teatro. E ho scoperto che non era vero». Da allora Aniello fa parte della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo, non semplicemente un regista che lavora con i detenuti ma un autore che fa teatro sperimentale e riempie le platee: «Possiamo dirlo: ci siamo dichiarati nel 2007, siamo amanti», Arena scherza, ironizza sull’ennesimo tabù che grava sul carcere. «Ascolto la gente per strada, che non lo sa che sono un detenuto. Pensano che siamo tutti omosessuali… roba da pazzi». Ride, ma sulla sua faccia le luci sono pari alle ombre. La recitazione gli ha cambiato la vita ma non ha sconfitto i pregiudizi negli occhi altrui. «Quando, ne I pescecani, dico “Io sono l’anticristo purosangue” magari la gente pensa che lo sono davvero un anticristo. Lo facciamo apposta, ma mica è vero. Anzi. C’è voluto tempo ma io quell’Aniello l’ho sotterrato». Quell’Aniello era un soldato della camorra, coinvolto nella strage di Barra, Napoli: era il ’91, tre i morti ammazzati. Questo Aniello a Barra è andato a recitare, per Garrone. (Erika Riggi, La Gazzetta dello Sport, 25 Settembre 2012, l’intervista completa è sul numero di settembre di Max)

BIOGRAFIE

Matteo Garrone (Roma, 15 ottobre 1968)

È un regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scenografo italiano.

Figlio del critico teatrale romano Nico Garrone e della fotografa Donatella Rimoldi, dopo il diploma al liceo artistico nel 1986 lavora come aiuto-operatore, per poi dedicarsi a tempo pieno alla pittura. Nel 1996 vince il “Sacher d’Oro” con il cortometraggio Silhouette, che l’anno successivo diventerà uno dei tre episodi del suo primo lungometraggio Terra di mezzo, un collage di tre storie di immigrazione a Roma in cui i confini tra fiction e documentario tendono a sfumare. Lo stesso anno gira con Carlo Cresto-Dina un documentario a New York sul pentecostalismo dal titolo Bienvenido espirito santo.

Nel 1998 gira a Napoli, sempre per Cresto-Dina, il documentario Oreste Pipolo, fotografo di matrimoni. Con Massimo Gaudioso e Fabio Nunziata, reduci dal film indipendente Il caricatore, gira Il caso di forza maggiore, tratto da un racconto di Massimo Bontempelli. Dello stesso anno è il suo secondo lungometraggio, Ospiti, che viene premiato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia: un’altra storia di emigrazione di un genere di realismo più attento all’incertezza esistenziale dei personaggi che alle condizioni sociali. Il film conferma un metodo di lavorazione che Garrone seguirà anche nei suoi film più ambiziosi: troupe ridotta al minimo, riprese in ambienti reali, uso della cinepresa a spalla, del sonoro in presa diretta e di attori non professionisti. Ne deriva un cinema aperto all’improvvisazione, che rifiuta la spettacolarità fine a se stessa per mettersi al servizio della realtà.

La stessa poetica è evidente anche in Estate romana (2000), che seppure vicino al genere della commedia mantiene uno stile quasi documentaristico: più che alla narrazione, emerge l’interesse per l’ambientazione unica (una Roma ribaltata da cantieri e palazzi in ristrutturazione poco prima del Giubileo), e l’omaggio alla stagione dei teatri underground degli anni settanta, da cui provengono molti degli interpreti.

Il successo di critica (ma non ancora di pubblico) arriva nel 2002 con L’imbalsamatore, David di Donatello per la migliore sceneggiatura. Il film, liberamente basato su un fatto di cronaca, segna una svolta nella carriera e nella poetica in cui al realismo si unisce una rigorosa ricerca formale, influenzata dagli studi artistici di Garrone e dai suoi dipinti su tavole. La stessa tensione formale sta alla base di Primo amore (2004), drammatica storia, ancora una volta tratta dalla cronaca, di un uomo ossessionato dalla magrezza femminile e dal desiderio di controllo assoluto sull’essere amato. Nel 2006 lavora alla sceneggiatura di L’amico dell’uomo, film drammatico ispirato alla vicenda dell’assassino Pietro De Negri, che non sarà realizzato. Nel 2008 dirige Gomorra, tratto dal libro-inchiesta di Roberto Saviano, che vince il “Grand Prix” al Festival di Cannes, oltre che riconoscimenti di miglior film, regia, sceneggiatura, fotografie, interpretazione maschile agli European Film Awards e una nomination al Golden Globe. Lo stesso anno produce anche Pranzo di ferragosto, esordio del suo sceneggiatore e aiuto-regista Gianni Di Gregorio.

Nel 2012 vince nuovamente il “Grand Prix” al Festival di Cannes con il film Reality.

Maurizio Braucci (Napoli, 1966)

Nato nel rione Montesanto di Napoli, Braucci è scrittore, poeta e videomaker, ed è stato tra i fondatori del centro sociale “DAMM – Diego Armando Maradona Montesanto”.

Promotore di laboratori in luoghi dall’estrema marginalità, scuole di periferia, carceri, ha scritto il testo di uno spettacolo teatrale (Sete rappresentato anche nel carcere di Volterra).

Il mare guasto, 1999 Edizioni e/o, è la sua prima opera di narrativa. Sempre per le Edizioni e/o pubblica successivamente Una barca di uomini perfetti, 2004. Collabora con il mensile Lo Straniero e con la redazione napoletana del quotidiano La Repubblica. Lavora come autore e montatore di documentari video e promuove progetti socioculturali per adolescenti. Sua è la sceneggiatura de La baracca, cortometraggio del 2005 di Pietro Marcello. Nel 2008 firma con Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso e Roberto Saviano la sceneggiatura di Gomorra, Grand Prix al LXI Festival di Cannes. Sempre con Garrone, Gaudioso e Chiti del 2012 la scrittura delle sceneggiatura di Reality di Matteo Garrone.

Ugo Chiti (Tavarnelle Val di Pesa, 13 febbraio 1943)

Drammaturgo, sceneggiatore, regista, scenografo e costumista italiano.

Nel 1970 forma la compagnia “Teatro in Piazza” con cui, in veste di autore, scenografo, costumista e regista, realizza i primi spettacoli. Nel 1973 entra a far parte del centro F.L.O.G. di Firenze per la ricerca e la documentazione delle tradizioni popolari. Inizia nel 1977 una collaborazione con il Teatro dell’Affratellamento di Firenze uno spettacolo a percorso ispirato a La caduta della casa degli Usher di E.A. Poe. Mette in scena Così è se vi pare di Pirandello e, con testi originali, Shakespeare Suite e Osceno vaudeville. Nello stesso anno per l’Estate Fiesolana cura la regia dell’opera lirica di Britten L’Arca di Noè.

Nel 1980 comincia a collaborare, come costumista e scenografo, con Alessandro Benvenuti nel film Ad ovest di Paperino.

Dal 1983 lavora per alcuni anni con il “Teatro Arkhè” con cui mette in scena Visita a Kafka, Gilgamesh e Telenovela hollywoodiana. Ottiene una segnalazione al Premio Pirandello con il testo Fedra. Tra il 1984 e il 1986, con il teatro Arkhè e gli allievi dei laboratori che gestisce in collaborazione con il Comune di Firenze, realizza Lune di Carnevale e Poe Interiors.

Inizia, nello stesso periodo, l’attività con la compagnia Arca Azzurra Teatro con Volta la carta… ecco la casa. Seguono, nel 1987/1988, tre nuovi spettacoli: Allegretto (per bene… ma non troppo); Stele Turandot (ancora con il teatro Arkhè) e, nell’88, Benvenuti in casa Gori, scritto con Benvenuti, unico interprete e regista.

Nel 1988, per l’Arca Azzurra è autore e regista di In punta di cuore – Tragedia in commedia dedicata a Giulietta. E nel 1989 di Decameron-variazioni e La provincia di Jimmy, che ottiene il premio IDI, il premio nazionale dei Critici di Teatro e il premio Taormina Arte – Novità italiana.

Nel 1989, tra i vari spettacoli, realizza anche Kirie con Isa Danieli (Biglietto d’oro Agis-Minerva 1990) per il Todi Festival. Nel 1991, con l’Arca Azzurra, debutta Emma (il ridicolo della vita) ad AstiFestival, a Villa La Versiliana e all’Estate Fiesolana.

Nel maggio del 1992, partecipa al I Festival internazionale di drammaturgia contemporanea “Dionisya” assieme ad autori come il Premio Nobel Wole Soyinka, al russo Galin, lo spagnolo Sinisterra, il polacco Mrozek, l’inglese Barker. Qui, insieme all’Arca Azzurra, mette in scena Paesaggio con figure.

Al Teatro Romano di Fiesole, nell’estate del 1996, debutta Il Vangelo dei buffi.

Dalla stagione 1996/1997 è direttore artistico del Teatro Niccolini (San Casciano in Val di Pesa), gestito dalla compagnia Arca Azzurra Teatro. Nel 1999 debutta al Teatro dei Rinnovati di Siena con una riscrittura de La Clizia di Machiavelli.

Molto impegnato anche in cinema, scrive i testi La provincia di Jimmy, Quattro bombe in tasca, stende la riscrittura quasi integrale La cena delle beffe. Nel 2002, con il testo Nero Cardinale vince il Premio Riccione-ATER 1987. Seguono Amleto Moleskine e I ragazzi di via della Scala, nel 2003; Amleto in farsa tragedia (2004); Genesi, i ribelli (2005); Buffi si nasce, Racconti solo racconti (2006); Decamerone, amori e sghignazzi, (2007); con Le conversazioni di Anna K., nel 2008, vince ancora il Premio Riccione-ATER. Nel 2009, Agosto ’44 – la notte dei ponti; nel 2010, Mandragola e, nel 2011, L’Abissinia. Paesaggio con figure.

Ha realizzato inoltre progetti come Loro (1993) al Piccolo Eliseo di Roma, con Paolo Graziosi e la regia di Piero Maccarinelli; il monologo Silvana, elogio per una donna piccola piccola, interpretato da Lucia Poli al Teatro Flaiano di Roma (1994); la regia de L’elisir d’amore di Donizetti a La Scala di Milano (1998). Prosegue parallelamente la sua attività cinematografica. Nel 1990 è impegnato come co-sceneggiatore e costumista nel film tratto dal testo Benvenuti in casa Gori diretto da Benvenuti e presente al Festival Europa Cinema. Firma le sceneggiatura di Willy Signori e vengo da lontano con Francesco Nuti e Giovanni Veronesi; Zitti e Mosca di Benvenuti; Donne con le gonne di Nuti; Caino e Caino con Enrico Montesano; Per amore, solo per amore di Veronesi (per cui ottiene il premio David di Donatello nel 1993); Occhio Pinocchio con Nuti e Veronesi.

Debutta nella regia cinematografica nel 1996 con Albergo Roma (vincitore del premio Kodak) tratto dalla sua commedia teatrale Allegretto (perbene ma… non troppo), cui segue La seconda moglie, nel 1998.

Numerosi i premi e i riconoscimenti, tra cui gli ultimi, per la sceneggiatura dei film Gomorra dal libro di Saviano e Reality di Garrone.

Massimo Gaudioso (Napoli nel 1958)

Dopo la laurea in Economia e Commercio collabora con un’agenzia pubblicitaria. Dall’83 al ’95, prima come copywriter, poi come sceneggiatore e regista free-lance, realizza documentari, filmati industriali, spot, video istituzionali, sigle e programmi televisivi per importanti aziende, musei ed enti istituzionali; intanto frequenta corsi e seminari: sceneggiatura (Pirro, Benvenuti, Mc Kee, Seger) regia (Loy, Michalkov). Nel ’95, con Eugenio Cappuccio e Fabio Nunziata, scrive, dirige, interpreta e produce un cortometraggio in 16mm Il Caricatore, che vince il Festival Arcipelago, il Pardo d’oro e il Premio del pubblico dei giovani al Festival di Locarno. L’anno dopo Il Caricatore diventa un lungometraggio; fuori concorso al Festival di Torino, vince il Premio Holden per la sceneggiatura, quello del pubblico, viene selezionato al Festival di Rotterdam e trova una distribuzione italiana; uscito in sala, ottiene il premio “Casa Rossa” a Bellaria come miglior film indipendente italiano dell’anno, la targa d’oro Anec e il “Ciak d’oro” come migliore opera prima, il Sacher d’oro per la produzione, la menzione speciale al festival di Napoli, il 2° premio al Nice Film Festival, il premio di qualità e quello d’interesse culturale nazionale. Nel ’99, con Cappuccio e Nunziata, scrive, dirige e interpreta La vita è una sola. Nel 2000 firma la sceneggiatura di Estate Romana di Matteo Garrone, con cui aveva già realizzato due anni prima il corto Un caso di forza maggiore; l’anno seguente, sempre con Matteo Garrone e Ugo Chiti, L’imbalsamatore, selezionato al Festival di Cannes 2002, premio Federico Fellini e David di Donatello per la sceneggiatura. Del 2004 è la sceneggiatura, sempre per Garrone, di Primo amore cui segue quella di Uno su due (2006), diretto da Eugenio Cappuccio, con Fabio Volo e Anita Caprioli. Dello stesso anno la collaborazione alla sceneggiatura del docu-musical L’orchestra di Piazza Vittorio di Agostino Ferrente.

Le sue ultime sceneggiature cinematografiche sono Gomorra (2008) e Reality (2012) per la regia di Matteo Garrone; Il passato è una terra straniera (2008) tratto dal romanzo di Gianrico Carofiglio, regia di Daniele Vicari; Benvenuti al sud (2010), diretto da Luca Miniero; È stato il figlio (2012), diretto da Daniele Ciprì, ha scritto il trattamento di un progetto televisivo per mediaset, un film in due puntate su Tommaso Buscetta.