Sulla mia pelle

Sulla mia pelle
Regia: Valerio Jalongo
Produzione: Italia – 2005
Sceneggiatura: Enzo Civitareale, Diego De Silva
Interpreti:
Ivan Franek, Donatella Finocchiaro, Vincenzo Peluso, Mario Scarpetta, Stefano Cassetti, Riccardo Zinna, Antonio Pennarella

L’Italia è l’unico paese d’Europa in cui esista la semilibertà, ma la carenza della rete assistenziale rende tale istituto quasi inefficace, visto che sono pochissimi gli ex detenuti che non ricadono nella spirale del crimine. Non si tratta però di un film sul mondo delle carceri e sull’istituto della semilibertà, o almeno non solamente. Si propone di raccontare qualcosa sulla natura della libertà di tutti, anche di chi pur non essendone privato fisicamente non ha la possibilità di realizzarla in modo completo.

trama – Tony Zanchi aveva una vita, una famiglia, ma dopo anni passati in una cella tre metri per due non gli resta molto. In carcere Tony è maturato, è diventato un altro uomo: un cambiamento riconosciuto da educatori e psicologi che lo hanno preparato al percorso della riabilitazione. Ma, fuori, la vita non è quella che Tony ha sognato. La vita vera del semilibero è tutta un’altra cosa, una quotidiana corsa dietro all’orologio, in cui ogni dettaglio è definito per legge nel piano di trattamento firmato dal giudice di sorveglianza. Anche Bianca e Alfonso, proprietari del caseificio Cimarosa dove Tony ha trovato lavoro, sono sottoposti a una legge: il latte non conosce domeniche, feste, vacanze: viene munto ogni giorno e ogni giorno va trasformato. È un lavoro pesante, che ha permesso all’azienda di famiglia di crescere, di fare investimenti. E debiti. Un giorno Tony assiste al pestaggio di Alfonso, ma non interviene in sua difesa. Non gli ci vuole molto a capire che il caseificio, con tutti i debiti che ha accumulato, sta cadendo nelle mani della malavita. Il carcere gli ha insegnato che è meglio farsi i fatti propri: un semilibero è un sorvegliato speciale, basta una piccola mancanza e ti ributtano dentro. Ma non è facile: al destino di quel caseificio è legata la sua libertà. Senza lavoro ridiventerebbe un semplice detenuto. Si trova coinvolto in un gioco sotterraneo che scavalca convenzioni e barriere. Alfonso e Bianca sono i suoi datori di un lavoro, che non sanno difendere dalla prepotenza di chi vuole prendersi tutto. Poco a poco cresce tra loro, ancora di più con Bianca, un vincolo segreto di solidarietà.

La libertà è uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Essa è strettamente correlata al concetto di dignità e di giustizia, ed è la condizione primaria per lo sviluppo pieno e consapevole delle potenzialità dell’essere umano. (Norberto Bobbio, L’età dei Diritti, 1990)
Una corretta definizione del termine distingue il concetto di libertà visto dal punto di vista filosofico e metafisico, e dal punto di vista politico-sociale.
Dal punto di vista filosofico e metafisico, la libertà viene intesa come libertà della volontà o libero arbitrio.
Dal punto di vista politico-sociale, la libertà viene considerata come un complesso di norme regolate dalla legge concernenti i diritti e i doveri della persona umana, senza discriminazioni di nascita, religione, cultura o sesso. In questo ambito si concretizza la libertà civile e personale (di pensiero, di culto, di stampa, di riunione, di parola, nonché l’inviolabilità e il diritto alla privacy).
Libero arbitrio e libertà non sono la stessa cosa. Raggiungere una condizione di libertà interiore vuol dire liberarsi progressivamente dai condizionamenti psicologici e/o sociali per riuscire a esercitare il libero arbitrio nella direzione del proprio vero bene.
L’esistenza del libero arbitrio è stata negata dalle varie forme di determinismo. Secondo questo punto di vista, l’uomo è determinato, ad esempio, o dalle leggi naturali, oppure da leggi storiche, oppure dalla volonta divina che e onnisciente e onnipotente. Altre teorie, al contrario, hanno ravvisato nel libero arbitrio una caratteristica essenziale della natura e dell’esistenza umana, cadendo però nell’eccesso opposto, quello di proclamare la libertà assoluta, grazie al quale l’uomo nel suo agire non dipende da nulla e da nessuno.
Una posizione intermedia sostiene che esiste un’autodeterminazione parziale dovuta alla libertà del volere. Non viene negata l’esistenza dei motivi che spingono a comportarsi in un modo o nell’altro, ma il libero arbitrio consiste proprio nello scegliere un motivo piuttosto che un altro.
Secondo molti filosofi, è solo con il libero arbitrio che l’uomo può attualizzare le potenzialità del proprio essere, in quanto è solo attraverso la scelta continua che l’uomo può realmente fare esperienza. Non si può davvero conoscere la realtà semplicemente pensandola, senza viverla. E viverla vuol dire operare delle scelte concrete attraverso cui sperimentare, nel bene e nel male.
Se osserviamo la nostra vita quotidiana, possiamo trovare molti indizi dell’esistenza del libero arbitrio: il fatto che proviamo un conflitto interiore, ad esempio, soprattutto nei momenti di scelta tra “bene” e “male”.

IL COMMENTO DEL REGISTA:
Semiliberi non sono solo quelli che tornano ogni notte dietro le sbarre. Sono anche quelli che pagano il pizzo, quelli che prendono i soldi dagli usurai, quelli che per calcolo o per prudenza ingoiano i soprusi, quelli che non hanno il coraggio di reagire all’ingiustizia. La libertà dopo anni nell’oscurità di una cella è un’emozione incomparabile, una promessa di felicita che Tony avverte sulla sua pelle, un raggio di sole che irrompe tra le sbarre. Ma quando la luce e troppo forte, può anche accecare.
Non è facile afferrare i contorni della semilibertà. Un uomo ha sbagliato, e la società gli offre la possibilità di cambiare, di diventare un uomo migliore. È un’idea umanista la semilibertà, perché chi l’ha pensata deve aver creduto profondamente che nessuna felicità, nessuna sofferenza sia solo individuale. Che nessuna comunità può prosperare nascondendo e rinchiudendo i propri errori, le proprie responsabilità nelle sventure individuali. La libertà viene somministrata a piccole dosi, finchè il detenuto non è di nuovo capace di camminare con le proprie gambe. Pochi riescono veramente a cambiare vita: la maggior parte finisce per non reggere allo stress, ai lavori duri e mal pagati, alle mille afflizioni inutili che capitano quando ogni più piccolo aspetto della tua vita è amministrato dalla burocrazia, dal giudice, dai carabinieri. L’ottanta per cento dei semiliberi non ce la fa. Torna a delinquere. Torna dentro.
Sulla mia pelle è invece un film sul fuori, sulla condizione paradossale di un uomo controllato in ogni dettaglio della sua vita, perfino su cosa può o non può portare in tasca, che deve però dimostrare di fare buon uso della libertà. E cosa trova, là fuori? Il cuore della nostra storia: lo sguardo di questo uomo in prova che si posa su ciò che abbiamo da offrirgli per tornare ad essere veramente libero. È un percorso anche interiore che il protagonista deve compiere, che mette alla prova i suoi valori e le sue convinzioni per cercare un nuovo posto nella società, o meglio in quel prezioso spazio comune che ogni detenuto chiuso nella sua cella, tra foto di spiagge lontane e sogni sparsi sul cuscino, conosce bene.

LA TESTIMONIANZA DI UN DETENUTO:
«La prigione stimola la mente a vagare e ad abbandonarsi alla propria illimitata libertà. In carcere non esistono barriere tra la cella e l’infinito, tra l’idea e la realtà. Visto che in carcere si è liberi come in nessun altro luogo, tornare fuori non è una cosa semplice».

BIOGRAFIA DI VALERIO JALONGO:
Sono laureato in filosofia con una tesi sul cinema italiano. Dopo aver partecipato all’esperienza della scuola Gaumont, mi sono trasferito a Los Angeles, dove ho studiato Cinema alla University of Southern California. Ho vinto il Premio De Sica per il documentario “Dream City” girato a Los Angeles. Il mio primo lungometraggio, “Messaggi quasi segreti” è stato miglior film al Festival Internazionale Scrittura e Immagine 1997, e invitato ai festival di Montreal, Mar del Plata, Mosca, Dublino.
Negli anni seguenti ho realizzato documentari d’interesse sociale e film per la televisione.
Dal 2001 ho creato un gruppo di scrittura creativa con i detenuti del carcere romano di Rebibbia, e nel 2003 ho realizzato “Sulla Mia Pelle”. Il film, interpretato da Ivan Franek e Donatella Finocchiaro, racconta la storia di un detenuto semilibero che lavora in una zona della Campania dominata dalla camorra. Presentato in concorso al Festival Internazionale di Torino e al Festival Internazionale di Bangkok, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Italia e all’estero.
Dal 2005 ho partecipato prima all’esperienza dei registi indipendenti Ring poi a quella del movimento Centoautori.
Ho realizzato il documentario “Di me cosa ne sai?” un’inchiesta sulla storia del cinema italiano e sulle trasformazioni culturali del nostro paese negli ultimi trent’anni. Presentato nel 2009 alle Giornate degli Autori a Venezia, e ai Festival di Londra e Amsterdam, ha ricevuto il premio della Federazione Italiana dei Circoli del Cinema.
Il mio ultimo film, “La scuola è finita” con Valeria Golino e Vincenzo Amato, è stato presentato in concorso al Festival di Roma 2010.