Seminari di etica delle Professioni 2012-2013

L’etica professionale nella pratica giudiziaria. Il caso esemplare di Ostad Elahi

29 aprile 2013, ore 15:00

LUISS Guido Carli – Viale Romania, 32 – Roma

Relatore: prof. François Ameli

Presentatore: Mons. Samuele Sangalli

Permettetemi di presentarvi il Prof. François Ameli e di ringraziarlo per essere  venuto questa mattina espressamente  da Parigi, per parlarci di un grande uomo, Ostad Elahi, filosofo, giurista, musicista, di cui il Professore vi parlerà in dettaglio.

Vogliamo oggi presentarvi una sorta di percorso di etica comune, destinato da un lato agli studenti del Dipartimento di Giurisprudenza, e dall’altro a quelli di Business Administration. Per tutti costoro abbiamo iniziato un Corso generale: una prima parte introduce alla storia dell’etica occidentale e successivamente ai fondamenti dell’etica nelle principali religioni nel mondo, nello specifico quelle monoteiste;  la seconda parte, più specifica, riguarda l’etica negli ambiti peculiari della giurisprudenza e del business administration.

Dunque si tratta di argomenti che vi riguardano poiché costituiscono il nocciolo dei vostri studi e futuri percorsi professionali e sarà interessante per noi sapere quel che pensate al riguardo. Al termine dell’intervento, di un’ora, infatti, è previsto uno spazio per le vostre domande e le vostre osservazioni.

Permettete, infine, che ringrazi Maria Camilla Pallavicini, Presidente dell’Associazione Athenaeum N.A.E,  una cara amica e un’associazione con cui abbiamo iniziato a “progettare insieme”, per aver invitato qui il Professor Ameli, suo amico. Siamo lieti di questa collaborazione che ha reso possibile l’incontro di oggi, e speriamo sia la prima di altre future occasioni.

Ora ascoltiamo l’intervento del Professore che sarà in francese, ma verrà tradotto.

Grazie mille.

 

Prof. François Ameli

Buongiorno. Non so che cosa abbiate  fatto al buon Dio per essere puniti doppiamente questo pomeriggio, non solo per la mia presenza, ma per giunta per essere costretti ad ascoltarmi parlare in francese.

Mi presento brevemente. Sono Francois Ameli, professore emerito, conferenziere alla Sorbona dove insegno diritto, in particolare diritto internazionale, e nello specifico, i legami tra etica e legge, etica e diritto, etica e governance e in generale etica applicata. Sono anche professore a Science Po, l’Istituto di Scienze Politiche di Parigi. Sono avvocato e questo fa sì che io cerchi di analizzare gli aspetti pratici di quello che insegno, collegando la teoria  alla pratica. La mia conferenza di oggi copre questi due aspetti: parleremo un po’ di storia e di teoria, e il vedere come questo magistrato l’abbia praticata nella vita di tutti i giorni ne illustrerà la sua applicazione e offrirà un’immagine veramente  universale delle dottrine di cui vi voglio parlare, cioè la Pratica dell’Etica o l’Etica individuale. Ci arriveremo.

Innanzitutto, un po’ di storia, per poter collocare la personalità di Ostad Elahi. È una persona che viene dall’Iran – all’epoca si chiamava Persia – quindi andremo a vedere, prima di tutto la storia giuridica e giudiziaria dell’Iran. Ma vedrete che si tratta più di una vicenda romanzesca  che realmente giuridica.

Innanzitutto bisogna sapere che, fino alla prima metà del Ventesimo secolo, non succede praticamente nulla in Iran dal punto di vista giuridico. Tutte le cose interessanti, in realtà, avvengono dagli anni Venti fino ai nostri giorni.

Iniziamo da tremila anni fa, quando la religione persiana era lo Zoroastrismo, la religione del bene e del male, della luce e dell’ombra, il cui Libro si chiamava Avesta. Questo libro conteneva diversi principi, da cui sono state tratte poi delle regole giuridiche. Il libro non esiste più, anche i principi sono passati con il libro e oggi non ne rimane quasi più nulla. Rimangono pochissimi zoroastriani in Iran, poiché nel VII secolo d.C., il secondo Califfo dell’Islam [Omar] inviò  le sue truppe nell’Iran che fu islamizzato.

All’epoca le fonti dell’Islam erano tre o quattro, a seconda delle differenti scuole. La prima naturalmente è il Corano. La seconda viene chiamata Sunnah, la “Tradizione del Profeta”, cioè la linea di condotta del Profeta; a un certo numero di domande, infatti, Egli dava delle risposte, che suggerivano un particolare comportamento. Infine c’è un certo concetto nell’Islam che si chiama “Il consenso” ovvero: quando emerge un nuovo problema da affrontare, di  cui non si ha ancora la risposta, si cerca di trovarla tra i saggi, finché si arriva a un accordo maggioritario e si dice appunto che si è raggiunto il “consenso”.

Quel che intendo dire è che, all’inizio, non esisteva altro e che progressivamente i dottori della legge, i sapienti islamici hanno creato questo corpo di regole che viene chiamato la “Sharia”. La Sharia dunque è qualcosa che è stato creato dai dottori della legge per dare una sorta di corpo giuridico, per regolamentare i problemi di tutti i giorni. La differenza fondamentale tra l’Islam e il Cristianesimo è che il Libro del Corano si occupa molto della vita, della vita quotidiana, per esempio, del matrimonio e del divorzio, della filiazione, delle successioni, di tutte le questioni che si pongono nella vita di tutti i giorni. Non si tratta di una religione che si occupa solo degli affari di Dio, ma anche degli affari di questo mondo.

Ma è importante sapere che, nonostante tutto quello che è stato detto e fatto, la Sharia rimane qualcosa di molto incompleto. La Sharia concerne soltanto la vita familiare, le relazioni tra genitori e figli, la successione e il diritto penale. Tutto qua. Se, per esempio, volete conoscere il diritto dei contratti, la Sharia non dice nulla. Sul diritto commerciale, ci sono alcune piccole regole, che dicono, per esempio, che il commercio del denaro è illecito, ma  è una delle pochissime regole del diritto commerciale. È quella che ha dato vita alla finanza islamica: la proibizione degli interessi finanziari. Non si può prestare denaro ed essere rimborsati con gli interessi, perché questo è considerato usura. Dunque: la proibizione dell’usura. Tutte le forme d’interesse sono usura.

Pertanto la Sharia è incompleta. Come hanno fatto tutti i Paesi islamici per colmare il vuoto giuridico lasciato dalla Sharia? Semplicemente, ispirandosi al diritto di altri Paesi. Per esempio, il caso dell’Iran è particolarmente importante. Un altro fattore è che gli Iraniani hanno il senso della contraddizione. Siccome sono stati attaccati dagli “arabi”, tra virgolette, hanno progressivamente creato la loro propria confessione all’interno dell’Islam ortodosso. È quella che chiamiamo confessione Sciita. Il solo Paese sciita nel mondo è l’Iran. Vi sono numerosissimi sciiti in molti Paesi, ma non esistono altri Paesi sciiti.

Dunque l’Islam sciita è diventato la religione di stato in Persia tra il XV e il XVI secolo. Vi darò semplicemente alcuni spunti di riferimento – tralasciando i gruppi etnici che sono poco importanti numericamente – per farvi capire di che cosa stiamo parlando. Attualmente vi sono più o meno settanta milioni di abitanti in Iran, sessantatré milioni di musulmani, per il resto ci sono circa 500mila cristiani essenzialmente armeni ortodossi, poi 160mila zoroastriani e trentamila ebrei. Coesistono tantissime diversità tra queste popolazioni, anche se il 90 per cento del popolo è musulmano.

Dunque Islam sciita, XV e il XVI secolo. Senza addentrarmi nei  dettagli sulle differenze tra Sciismo e Sunnismo – il Sunnismo è l’Islam tradizionale -, ci sono però alcuni aspetti filosofici che contraddistinguono queste due confessioni. Un elemento filosofico su cui voglio insistere è il concetto e il ruolo del libero arbitrio. Nel Sunnismo tradizionale tutto è predeterminato, la volontà umana interviene pochissimo nel destino dell’uomo, mentre nello Sciismo il libero arbitrio ha  un ruolo importante.

Il libero arbitrio determina dunque il destino dell’uomo, quindi, crea una responsabilità. È per questo che c’è distinzione tra paradiso e inferno, perché giustamente saremo giudicati secondo i nostri atti. Questo è un elemento molto più presente nello Sciismo. Il Sunnismo, ovviamente, si è evoluto perché non era possibile conservare una posizione di determinismo assoluto, ma all’origine c’era questa distinzione. Dunque l’uomo interviene sul suo destino: libertà e responsabilità. Su questo concetto di libertà e di responsabilità torneremo più tardi con il pensiero di Ostad Elahi.

Per inquadrare geograficamente l’Iran (il Prof. Ameli mostra una carta geografica dell’Iran): qui a sud il Golfo Persico e il Mare d’Oman, andando verso l’Oceano Indiano; a est salendo il Pakistan, l’Afghanistan; a nord il Turkmenistan, l’Azerbaijan, l’Armenia; a ovest, la Turchia e l’Iraq, l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo. Questo è l’Iran di oggi. Se tornassimo indietro di quattro secoli, la Persia sarebbe quattro volte questa superficie. Oggi è grande più o meno tre volte la Francia e sei volte l’Italia, con una popolazione di circa settanta milioni di abitanti.

Veniamo al Ventesimo secolo. Vi ho detto che tutto accade in questo secolo. Innanzitutto si ha un’ondata di modernizzazione dei Paesi di questa regione, la Turchia, l’Egitto, l’Iran. Tutto ciò avviene praticamente nel medesimo periodo. Gli antecedenti si verificano con quella che viene chiamata la dinastia Qajar, che regnò in Iran tra il 1774 e il 1925. Monarchia di diritto divino assoluto, regime feudale: il clero in sostanza è onnipotente in questo regime.

Un veloce esempio lo si ha intorno al 1890.C’è un evento storico: la concessione per il commercio del tabacco viene accordata agli Inglesi. Di punto in bianco un imam della moschea di Teheran lancia una specie di “fatwa” che decreta la cosa seguente: dal momento in cui il tabacco è gestito dagli Inglesi, questo diventa impuro, non si può più fumare. L’interdizione è globale, per tutti, a livello di “fatwa” e la situazione è tale che gli Inglesi sono costretti a far marcia indietro, a cambiare i termini dell’accordo con gli Iraniani. Le cose si mettono piuttosto male, non solo per la popolazione, ma anche per il re che perde molto denaro, perché percepiva delle royalty, delle tasse, sulla concessione data agli Inglesi, che non poteva più percepire. Vedete a che  punto il clero avesse, all’epoca, un potere enorme sulla popolazione.

Giocano un ruolo importante le tre potenze straniere onnipresenti: l’Inghilterra, per la sua politica mediorientale di tipo coloniale, durata fino ai nostri giorni; la Russia, perché non ha modo di arrivare al mare aperto se non passando per l’Iran; e la Francia perché, con le conquiste napoleoniche, riteneva l’Iran geopoliticamente molto importante. Tutte queste potenze pretendevano una grandissima ingerenza e la monarchia iraniana era molto debole.

Un evento importante si verificò in quel periodo: la rivoluzione costituzionale del 1906.

Sotto il re Mozaffar ad-Din Shah, che regnava in quell’epoca (il prof. Ameli mostra una foto del re) – i baffi erano molto importanti, perché erano segno di poteri sovrannaturali e per questo nessuno li tagliava – venne creata la prima Corte di giustizia. Il popolo infatti, di fronte a tanto feudalesimo e a tanti soprusi, cominciava a denunciare la mancanza  di una Corte di giustizia. Così il re accettò di creare una prima Corte di giustizia. Ma la gente non era ancora contenta.  Dopo diversi movimenti e rivoluzioni, finalmente il re accordò la Costituzione all’Iran; per la prima volta, nel 1906, dopo 2500 anni di monarchia. Questa è una data estremamente importante. Dunque subentrò la separazione dei poteri e si poteva pensare che forse ci sarebbe stato un inizio di potere laico. Invece no.  Dal 1907, l’anno seguente, ci fu un addendum alla Costituzione, un complemento, secondo il quale si stabiliva un diritto di veto da parte del clero, quando non vi fosse stata conformità tra il principio della legge e la religione musulmana.

Bisogna dire che questo veto non è stato mai utilizzato durante tutta la durata della Costituzione, fino alla fine della dinastia Pahlavi. Dopo con il regime islamico, non vi è stato più alcun veto e il problema non si è posto.

È con la  Costituzione del 1906 che ha inizio un processo di codificazione della legge. Termina in seguito anche la dinastia Qajar e sale al potere la dinastia Pahlavi. Reza Khan, il padre dello Shah che tutti conoscono, ha preso il potere tra il 1923 e il 1925. Vi faccio vedere la sua foto con i tre figli. Quello che vedete a sinistra è Mohammad Reza Shah, che il regime islamico ha poi rovesciato nel 1979.

Nel 1923, istituita la dinastia Pahlavi, la riforma giudiziaria che era iniziata sotto la dinastia Qajar, si era fermata agli inizi e doveva essere sviluppata. Per fare ciò,  serviva una vera riforma. Questa riforma è stata affidata a un uomo che considero tra i più importanti di questo secolo dal punto di vista giuridico-giudiziario: si chiama Davar, era Ministro della Giustizia dell’epoca e aveva fatto i suoi studi a Ginevra. Essendogli stato affidato il compito della riforma in toto, e  avendo egli studiato a Ginevra, in un sistema di diritto civile franco-svizzero, questo fece sì che il nascente sistema giuridico civile iraniano si ispirasse pressoché interamente al sistema giuridico francese.

Un aspetto molto importante è che, da quel momento in poi, fu volutamente introdotta una reale laicità.

Una delle conseguenze di maggior rilievo fu che a livello delle cariche giudiziarie, al clero, che fino ad allora aveva potere di giudizio, fu imposta una scelta. Fu detto: “certo, conoscete il diritto della Sharia, quello che era il diritto islamico precedente, ma non conoscete le nuove regole istituite, che provengono dalla nuova codificazione e che sono delle regole, in fondo, francesi, quindi dovete ritornare all’Università, alla Scuola di diritto; bisogna che ricostituiate ex-novo il vostro diritto perché non conoscete il diritto moderno. Se volete essere giudici, e da ora i giudici sono dei funzionari, dovete abbandonare l’abito [del clero]. Non dovrete più essere membri del clero. Scegliete: o giudici o clero”. C’è stata qualche rara eccezione in cui è stata accordata la possibilità a qualcuno del clero di continuare a giudicare rivestendo l’abito, ma non ci fu più la distinzione, che esiste ancora nei Paesi arabi, tra il tribunale della Sharia e il tribunale civile. Tutto è divenuto, da un giorno all’altro, civile. Mettetevi nei panni del clero, immaginate che cosa possa aver provato il clero a quell’epoca. Odio, nei confronti di Reza Shah. E quest’odio, cinquant’anni dopo, è straripato sotto forma di rivoluzione islamica.

Comprenderete facilmente come questa riforma a trecentosessanta gradi di tutto il sistema, passato da un sistema “religioso” a un sistema puramente laico alla francese, sia stata difficile.

La teoria era fatta, ma servivano delle persone che applicassero questa nuova legge ma non vi erano giudici, non ve ne era nessuno. Innanzitutto, da un lato, bisognava educare, istruire i giudici e poi, dall’altro, mandarli, in un certo senso, al fronte, nelle province, dove si sarebbero trovati davanti al clero, che non voleva perdere nè il proprio potere giudiziale, né il potere feudale. Pertanto, il ruolo della magistratura, nel periodo compreso tra il 1925 e il 1940, cioè fino alla Seconda guerra mondiale, era un ruolo difficilissimo e determinante per il radicamento del diritto laico in Iran. Quei giudici, i nuovi giudici, avevano maggiore credibilità se conoscevano il diritto della Sharia e il nuovo diritto, in modo da poter dire: sappiamo come funziona il diritto religioso, ma sappiamo anche come funziona il diritto laico.

Ostad Elahi arriva proprio in quel momento “sul mercato” e diventa giudice nel 1934. Per questo gli studi che ha fatto a quell’epoca sono così importanti. Non è il solo motivo. La seconda ragione è che non era semplicemente un giudice ma anche un grande filosofo. Era, soprattutto, anche qualcuno che ha scritto molto e ha detto molto della sua esperienza di magistrato. Cosa che nessuno degli altri magistrati di quel tempo ha fatto. Descrive gli scenari che lui stesso ha giudicato e preso in esame, ed è straordinario perché non solo permette di conoscere la società dell’epoca attraverso ciò che dice, ma fa anche vedere come un giudice mette alla prova la sua imparzialità, il suo coraggio, la sua resistenza alla corruzione. E questo racconto delle sue esperienze è utilissimo. La sua è una testimonianza unica. Soprattutto conosceva bene il diritto della Sharia e quello laico, e lo applicava.

A questo proposito, vorrei ricordare che il centenario della nascita di Ostad Elahi, nel 1995, ha dato vita a un gran convegno alla Sorbona, presso la Corte di Cassazione francese, in cui Pier Drai, Primo Presidente della Corte di Cassazione, morto pochi giorni fa – mi permetto di ricordarlo, Camilla Pallavicini lo conosceva bene – ha detto: «Vi sono personalità, argomenti che vanno al di là dei tempi e del luogo: il magistrato di cui commemoriamo il centenario della nascita ne è un perfetto esempio. … Dalla modesta situazione di giudice di pace alle funzioni prestigiose di Presidente della Corte d’appello, Ostad Elahi ha svolto funzioni tra le più delicate nell’Iran dagli anni trenta agli anni cinquanta. Egli ha potuto anche mettere alla prova la sua etica confrontandola con le pressioni della società e in seno a una professione che lui stesso definiva come uno dei compiti più nobili, ma anche più pericolosi.»

Vorrei dirvi, brevemente, chi era Ostad Elahi e come ha vissuto la sua vita. Ostad Elahi è nato nel 1895, l’11 settembre, in questo villaggio, Jeyhunabad, che al tempo era composto soltanto da qualche piccola casa – questa è la foto di oggi (il Prof. Ameli mostra una foto del villaggio– nel Kurdistan iraniano, a ovest dell’Iran). Proviene da una discendenza di personalità spirituali: suo padre era considerato come un santo nella regione, di una tradizione che risale al medioevo. Dunque, è nato in un contesto così particolare che fino all’età di circa vent’anni ha vissuto in maniera contemplativa. Mettetevi al suo posto: fino all’età di vent’anni, non è praticamente uscito da quel piccolo villaggio dell’ovest iraniano, dove conduceva una vita contemplativa, ritirata dal mondo. Quando morì suo padre, aveva 24 anni. Considerò allora che la spiritualità non poteva essere vissuta ritraendosi dalla società. Abbandonò la sua vita contemplativa, andò a Teheran, la capitale, e, al principio cominciò a lavorare come semplice funzionario nell’Ufficio del registro fondiario, che oggi sarebbe l’Ufficio della conservazione delle ipoteche. Qualche anno dopo, superò l’esame della Scuola nazionale di magistratura, e diventò magistrato e rimase nella magistratura lavorando con impegno per trentatré anni.

Di questo cambiamento di vita ne parla lui stesso, dicendo: “Oggi non è giusto vivere ai margini della società, bisogna vivere nella società e al contempo preservarsi dai suoi misfatti. Quel che conta è essere virtuosi partecipando allo stesso tempo alla vita sociale.” Questo è il suo motto e tutta la sua vita lo dimostra. Più di trent’anni di magistratura e poi la pensione, ben meritata. Sebbene per Ostad, in realtà, sia sempre stato lavoro, lavoro, lavoro. Durante il periodo della pensione svolse molto lavoro, scrisse, tenne molte conferenze, si dedicò all’insegnamento, specialmente della filosofia e, soprattutto, lavorò in un altro campo, quello musicale.

Vi mostro qualche foto, innanzitutto quelle di quando era magistrato, a due terzi della carriera, nel ’49. A questo proposito, non so come i giudici in Italia si vestissero, ma l’abito che vedete qui è esattamente lo stesso dei giudici in Francia, soltanto che oggi è stato eliminato il copricapo, che gli avvocati e i giudici prima portavano.

Questo è uno strumento di cui Ostad Elahi era un maestro incontestabile: si chiama tanbur, è un liuto. Egli è considerato dagli orientali e dagli occidentali come il maestro assoluto di questo strumento. Per esempio, Yehudi Menuhin [famoso violinista, n.d.t.] e Maurice Béjart [coreografo e direttore di balletto, n.d.t.] hanno incontrato Ostad Elahi e loro stessi hanno detto che la sua musica li ha veramente cambiati. Testimonianza interessantissima.

La sua produzione imponente è stata pubblicata in vari libri e in una raccolta di parole, di detti che è stata composta da suo figlio e che parla di tutti gli aspetti del suo pensiero.

Ecco una foto in cui suona il tanbur (il Prof. Ameli mostra una foto).

Ora parleremo del suo pensiero. Lo spazio che occupa la spiritualità è molto importante nel pensiero di Ostad Elahi. Questo permetterà di comprendere meglio in che cosa consista, secondo lui, la pratica dell’etica.

La prima cosa, che avrete capito quando ho letto la frase in cui dice che non si deve rimanere isolati dal mondo, è che la spiritualità ha uno spazio centrale nella vita di Ostad. La spiritualità non consiste nel ritirarsi dal mondo per “andare a occuparsi della spiritualità”. Non è questo.  E non è nemmeno vivere così come viene, fare un piccolo ritiro spirituale ogni tanto e poi tornarsene alla vita di tutti giorni. Non è neanche così. Per Ostad Elahi la spiritualità è al centro della vita materiale e va vissuta ad ogni istante. Questo è un  punto cruciale e, siccome è questione di ogni istante, egli considera la spiritualità come una specie di scienza sperimentale, con la stessa definizione che si potrebbe dare della chimica, cioè qualcosa che ha bisogno della ragione. Qualcosa che si vive e si sperimenta giorno dopo giorno; si fanno delle esperienze, si traggono delle conclusioni, si va avanti, si progredisce, e l’obiettivo è il perfezionamento, perfezionarsi. Perfezionare che cosa? La propria sostanza, quello che siamo. Questa è la sua idea. Trasformare il proprio essere e perfezionarlo dal punto di vista sostanziale.

Con questa ottica, nella spiritualità, la questione della libertà diventa per lui estremamente importante. Perché se si procede in modo sperimentale, vi è adesione: bisogna che ognuno di noi, con la propria volontà, decida di imporsi delle cose. La scienza non è mai imposta dall’esterno a qualcuno. Quindi idea di scelta e idea di libertà. Ma libertà in che senso? Qui i giuristi forse possono intendere meglio quel che voglio dire. Se si vivesse soli nell’universo si avrebbero moltissime libertà. Ma non si vive soli: la nostra libertà è sempre condizionata dalla libertà del nostro vicino. Quindi, costantemente c’è contrapposizione tra le libertà e da questa contrapposizione sono generati quelli che vengono chiamati i nostri diritti, ma anche i nostri doveri; quando, cioè, si debbano rispettare i diritti degli altri. L’obbligo, in termini giuridici è  l’obbligazione.

Il lavoro di perfezionamento – è un vero lavoro – è qualcosa di interiore, ma non solo. Per Ostad Elahi il lavoro di perfezionamento si svolge soprattutto nella relazione con l’altro. E il primo punto della relazione con l’altro è il rispetto del diritto altrui. Nel suo linguaggio “gli altri” non sono solo gli esseri umani; anche gli animali, gli oggetti hanno i loro  diritti. Anche Dio ha dei diritti.

In questo lavoro di perfezionamento, sarebbe tutto molto semplice, se non si avesse  una forza di resistenza. Che cos’è questa forza di resistenza? Egli la chiama “l’animale umano che abita  in noi”; lo chiama anche “l’io imperioso”. Intende dire che in noi c’è una specie di animale umano che ci spinge costantemente ad agire secondo le sue pulsioni. L’animale umano, per definizione, non conosce limiti. Il nostro lavoro appunto è, di imporre un argine nei limiti della legge e della morale, a questo animale umano per far sì che non si calpestino i diritti altrui. Costantemente e in ogni istante della nostra vita quotidiana il nostro dovere è lottare contro questo animale umano, per non calpestare i diritti delle creature. In che maniera? Coltivando in noi la tolleranza e  l’altruismo e così, a forza di volontà e di perseveranza, arriveremo a trasformare la nostra sostanza. È molto importante – insisto molto su questo – quando si parla di tolleranza non s’intende  dire agli altri di essere tolleranti, ma imporre a se stessi di esserlo con gli altri. Per l’altruismo è la stessa cosa. L’essenziale è rivolgere il proprio sguardo su se stessi, cercare di vedere i propri difetti, provare a combatterli e lottarvi contro. Se riusciremo a sviluppare correttamente in noi questi elementi progressivamente dall’animalità evolveremo verso l’umanità.

Tutto questo, forse, è diventato troppo filosofico, e bisogna scendere nel mondo. Quello che è molto importante – non vi ho insistito prima– è che questa filosofia non è qualcosa che proviene in particolare dall’Islam, dal Cristianesimo, o dalla religione ebraica, o da qualche particolare monoteismo, ma si situa a livello dei principi fondamentali che sono comuni a ogni religione monoteista. Egli per questo cerca di trascendere in una certa maniera la propria origine, andando al di là. Ognuno di noi ha la propria religione, ma la sua idea è che tutti questi elementi, a livello universale, si ricongiungano e che qualsiasi persona, da qualunque religione essa provenga, possa accedervi e praticarli.

Ostad  Elahi li ha applicati nella propria vita. Ho preso alcuni  esempi tratti dalla sua vita professionale, perché è il vostro ambito, ma  sono applicabili alla vita di chiunque.

 

Vorrei, rapidamente, esporvi un altro po’ di teoria sull’interazione tra il diritto e l’etica e introdurre tre concetti. Sono sicuro che ne avete già sentito parlare, forse in parte o forse totalmente. C’è una distinzione tra hard law e soft law. Per chi non li conosce, l’hard law è tutto quello che è chiamato diritto positivo; in un codice per esempio, in un libro, nella giurisprudenza, nei trattati internazionali, tutto ciò che ha un valore giuridico e viene specificato dalla sanzione che vi è collegata. Rispetto a una legge, non ci si chiede se la si debba o no applicare: se la si applica non c’è sanzione, se non la si applica si è sanzionati. Non c’è libertà di posizionamento rispetto alla legge. Questo è quello che viene chiamato hard law. Accanto a questo c’è il secondo set, la soft law: regole pronunciate non da Stati, organizzazioni internazionali, e altro, ma in genere da onlus, da aziende, da organismi professionali, cioè da quelli che non possono imporre sanzioni. La regola della soft law può essere applicata così come può non esserlo; c’è un grado di libertà: lo si può fare e si può non farlo. È questa la differenza rispetto alla legge. Adesso arriviamo a quello che io chiamo, per ricongiungerci alla teoria di Ostad Elahi, l’etica individuale: sono degli ambiti in cui non ci sono regole di diritto, che vi dicano di fare questo o quello. Non avete neanche delle regole di soft law, ma siete di fronte a un dilemma, dovete scegliere una soluzione. In questo dilemma, generalmente, l’unica cosa che vi viene in aiuto, sono i principi, i valori che avete. Giudicate in relazione ai principi dei vostri valori e decidete se andare a destra o a sinistra. Questo è un elemento di libertà. Più la legge è sanzionante, più la regola è sanzionatoria, meno avete libertà. Meno avete regole, più avete libertà. Ma qui ci sono comunque decisioni da prendere, e poiché le decisioni bisogna prenderle da soli, in rapporto a se stessi, bisogna porsi delle domande su tutto ciò.

Per riassumere, questa slide: il diritto collettivo è l’hard law, l’etica collettiva è la soft law. Consiste in tutte le regole come le deontologie, le carte etiche, che hanno le aziende: per esempio, non bisogna molestare i dipendenti, in azienda. Molte aziende americane che aprono in Francia, rapidamente approntano una carta etica nell’azienda, e la prima regola è: “qui non si molesta”. Non si tratta solo di molestie sessuali, ma anche morali. Per le molestie sessuali in Francia è prevista una sanzione dalla legge, aldilà dell’esistenza di una carta, c’è comunque una legge. Ma per le molestie morali non c’è una regola particolare, che dica non bisogna molestare moralmente. È ovvio che la giurisprudenza ha soltanto una regola generale, non ce n’è una specifica. Posso dire che, nella maggior parte delle aziende, che hanno una carta etica che ordina di non  molestare, in realtà ci sono più molestie, e siamo dovuti andare davanti ai tribunali per denunciarle. Quindi, la carta etica non garantisce nulla. È bene averla, ma non garantisce nulla.

L’etica individuale, invece, entra in gioco quando, di fronte a un dilemma etico, in mancanza di una regola obbligatoria, dobbiamo prendere delle decisioni, prendendo in considerazione dei valori e dei principi. Qualche esempio. L’etica individuale è qualcosa di evolutivo, che  ci si costruisce durante tutta la vita. Si devono coltivare in sé delle virtù. Per capire di che cosa stiamo parlando, vi do un esempio vissuto personalmente, per quel che concerne la distinzione tra etica collettiva ed etica individuale. Science Po [Scienze Politiche, n.d.t], dove insegno, è la prima Università in Francia in cui applicano un sistema di discriminazione positiva, cosidetta  affirmative action. È una delle migliori università in materia di diritto pubblico, commerciale, aziendale, è quel che viene chiamato un percorso d’eccellenza e quindi i concorsi per accedere a questa università sono molto difficili. Bisogna aver frequentato prima dei licei di un certo tipo, superato un concorso e così via. Da un anno a questa parte, i dirigenti hanno deciso di far accedere una certa quota di studenti provenienti da scuole difficili delle banlieue [periferie, n.d.t.], che non hanno accesso a questi percorsi di élite, di eccellenza, e che non possono passare il concorso. Questa è una discriminazione positiva. Nessuno li obbliga a farlo, sono stati loro stessi ad aver deciso volontariamente di farlo. Questo è ciò che si chiama l’etica collettiva. Si cerca di promuovere l’eguaglianza delle opportunità, le pari opportunità. Ero a Science Po, stavo con gli studenti e siamo andati a mangiare un boccone insieme. Ero seduto di fronte a una giovane studentessa, particolarmente brillante. Si capiva dall’aspetto che era di origini magrebine, marocchina o qualcosa del genere, e ho cominciato nella mia mente a riflettere: “questa studentessa, poiché ha l’apparenza magrebina, probabilmente proviene da una scuola difficile, dunque, è bene quel che ha fatto questa scuola, dimostra infatti che si possono prendere degli studenti che vengono da ambienti difficili e renderli così brillanti come questa ragazza”. Questo era il pensiero che mi passava per la mente e le ho chiesto: «Allora, che cosa ne pensi di questa università?». «È un’ottima università, però sfortunatamente ho un problema» dice lei «siccome si vede che sono marocchina, c’è una specie di doppio effetto che si crea a Science Po, che fa sì che chi viene da scuole difficili e prende il diploma di Science Po, le aziende lo considerino meno buono, una sorta di categoria B, rispetto a chi viene da buoni licei. Chi fa parte di questo numero chiuso, proveniente dalle periferie fa parte di una specie di serie B. E siccome, ho questa apparenza, ho comunque dei problemi, anche se provengo invece da un ottimo liceo. Non faccio parte di questo numero chiuso di “ripescati”, però quando la gente mi vede, pensa che io faccia parte di questa minoranza, che io faccia parte di questo programma di discriminazione positiva.». Vedete in che misura le mie idee andassero contro la discriminazione positiva, che è un’ottima cosa, ma bisogna anche lavorare su se stessi, per cambiare questo tipo di pensieri, di pregiudizi che si hanno nei confronti delle apparenze fisiche delle persone. L’avevo guardata, e ho pensato che siccome aveva una faccia da marocchina, sicuramente veniva da una cattiva scuola. È orribile. Oltretutto, io stesso sono di origine straniera! Per un francese che non è d’origine straniera i pregiudizi sono simili. Le regole sono una buona cosa, fare discriminazione positiva è un’ottima cosa, ma accanto a questo l’etica individuale richiede che ognuno modifichi il proprio modo di pensare, altrimenti le regole poste dall’etica collettiva, non saranno delle regole efficaci. Diciamo che la loro efficacia si riduce.

È questo il lavoro che Ostad Elahi invita a fare su se stessi. Vorrei portare degli esempi tratti dalla vita di Ostad Elahi, gli stessi che ho proposto in una conferenza all’Università Cattolica di Friburgo. Partecipavo con un giudice del tribunale svizzero e, nel preparare la conferenza, abbiamo cominciato a discutere insieme. Il giudice, a un certo punto, dice qualcosa che mi fa pensare proprio all’esperienza di Ostad Elahi. Parla della “benevolenza bilateralizzata”. In sintesi, dice che il lavoro di un giudice, molto difficile, è un lavoro che richiede imparzialità nei confronti di ambo le parti. Si vede che entrambi si attaccano, il colpevole e la vittima, e il nostro cuore propende più verso l’uno che verso l’altro, ma questo è pessimo per un giudice. Il giudice deve avere benevolenza sia per l’uno che per l’altro, altrimenti il suo giudizio non sarà mai imparziale. Questo mi ha fatto pensare a una storia che vi leggerò e che Ostad Elahi racconta su questo argomento. Mi ha colpito il fatto che il giudice del tribunale svizzero è dei nostri giorni e che Ostad Elahi risale a settant’anni fa, in una cultura persiana che rispetto alla cultura svizzera presenta enormi differenze, ma che nonostante tutto usino praticamente gli stessi termini per esprimere gli stessi concetti. Ciò vuol dire che questi concetti sono, per forza di cose, universali. A settant’anni di distanza, questi due giudici parlano la stessa lingua. Vi leggo questa esperienza degli anni quaranta del secolo scorso. Egli dice:

«Il giudice può dar prova di compassione, ma la compassione deve essere uguale per entrambe le parti. Spesso mi è capitato di ascoltare le lamentele della moglie e dei figli dell’accusato, ma ciononostante di pronunciare la mia sentenza. Nel momento stesso in cui compativo la sorte dell’imputato e della sua famiglia, pensavo alla vittima uccisa senza pietà, a sua moglie e ai suoi figli rimasti senza protezione. Così la compassione si rivolgeva a entrambe le parti e l’atto del giudizio avveniva in modo imparziale. Beninteso, colui che non è un giudice può compatire l’una o l’altra persona in particolare. È bene infatti provare compassione per i propri simili, ma la funzione del giudicare è un atto a sé.»

Vorrei attirare l’attenzione su questo carattere universale che ritorna sempre. A proposito di questo carattere universale, Ostad Elahi si lamentava del fatto che i giudici della sua epoca venissero selezionati esclusivamente sulla base del criterio dei diplomi e non secondo altri criteri, tipo l’età, l’imparzialità, e dice :

«Per poter giudicare in modo giusto, il giudice deve ovviamente conoscere il diritto internazionale, il diritto locale, ma anche le leggi spirituali. Il virtuoso ha un dovere da compiere e non deve pensare che lavora per questo o per quel superiore gerarchico, ma che è davanti alla propria coscienza, alla propria dignità, alla propria umanità e a Dio.».

Dicevo prima, che per Ostad Elahi questa etica ha la precisione di una scienza. Adesso vorrei spiegarlo un poco. In genere, quando si parla di benevolenza, per esempio, c’è sempre una contrapposizione con altri principi. Abbiamo parlato della benevolenza nella giustizia: bisogna essere benevoli, ma bisogna anche essere giusti. Abbiamo già visto l’esempio del bilateralismo, ma c’è un altro problema: il rapporto tra benevolenza e vendetta. Il giudice può vendicarsi? Di primo acchito, viene da dire no, ma vorrei mettervi nella situazione nella quale si è trovato Ostad e chiedervi che cosa ne pensate.

Questo è un altro episodio della sua vita:

«Ai tempi in cui stavo a Larestan – Larestan è un villaggio al sud dell’Iran, era il suo primo impiego, siamo negli anni trenta -, c’era un giovane il cui padre era morto quando era ancora bambino. Sua zia, diventata tutrice legale, aveva preso sotto il suo controllo tutti i beni che il ragazzo aveva ereditato, rifiutando però di restituirglieli una volta divenuto maggiorenne. E questo nonostante non avesse figli e nessuno a carico. Il giovane la querelò e in virtù della legge gli furono restituiti i suoi beni. Qualche tempo dopo, mi ero fatto fare una toga da giudice e la mia tenuta esigeva che portassi delle scarpe di vernice – era la moda dell’epoca -. Siccome nessuno le vendeva a Larestan, dovevo farle venire da Shiraz – Shiraz è l’antica Persepoli, una città del sud dell’Iran, una delle grandi città di quella regione -. Successe che proprio quel giovane dovesse partire per Shiraz e gli chiesi se poteva farmi il favore di comprarmi le scarpe e gli diedi il denaro necessario. Nel frattempo appresi che, trovandosi a corto di denaro, nel viaggio di ritorno, aveva venduto le scarpe che gli avevo ordinato. Al suo arrivo, lo mandai a chiamare perché mi consegnasse la commissione, per tutta risposta si alterò e mi disse: “Lei ora certamente vorrà usare la sua posizione per sbattermi in prigione.”. Non risposi e lo pregai di andarsene. Alcuni giorni dopo, fu portato in tribunale perché aveva preso a schiaffi in pubblico uno tra i più rispettabili commercianti della città. D’altro canto il giovane voleva farsi assumere nella gendarmeria e, se l’avessi condannato, non sarebbe mai più stato assunto a causa del suo casellario giudiziario. Il commerciante non era assolutamente disposto a ritirare la sua querela e, secondo la legge, potevo condannarlo da otto giorni a due mesi di prigione. Ero preda di un conflitto interiore, – è qui che è interessante: “Ero preda di un conflitto interiore” – da un canto il cuore voleva vendicarsi, e dall’altro lottavo interiormente contro il mio io imperioso, contro questo animale umano che voleva vendicarsi. Dicevo a me stesso: non devi abusare del tuo potere e non devi provare a vendicarti. Alla fine sono riuscito a dominarmi. – vedete che specie di lotta interiore conduce? “Alla fine sono riuscito a dominarmi” dice. Questa è la frase più importante – Quando l’uomo arriva a controllarsi le sue parole hanno effetto. Mi sono quindi voltato verso il commerciante e gli ho detto: “Fino ad ora non sono riuscito a persuaderla di perdonare questo giovane, ma questa storia rischia seriamente di danneggiare il suo futuro. Adesso, sarebbe pronto a dar prova di nobiltà d’animo e di perdonarlo?”. Il commerciante, dopo aver riflettuto un poco, accettò e ritirò la querela. Feci liberare il giovane. Pieno di vergogna venne da me per scusarsi del suo comportamento passato, ma prima che ne avesse il tempo, gli dissi: “Non sciupare questo istante”».

Dunque, vedete questo è l’esempio di un giudice, ma siamo tutti chiamati a  confrontarci con  questa lotta interiore: vogliamo vendicarci, abbiamo delle crisi di gelosia, abbiamo delle crisi di invidia.  Bisogna cercare di gestire ed eliminare qualsiasi pulsione che ci spinga in questo senso – ovviamente non ci si riesce sempre. Possono essere elementi banali, della vita quotidiana, ma in realtà si tratta di una lotta interiore costante, ed è di questo che parla Ostad Elahi quando si riferisce alla spiritualità presente nella nostra vita quotidiana.

Per tornare ai nostri tempi, non so se conoscete la storia del giudice istruttore Gentil, che si occupa del caso di Sarkozy nei confronti della signora Bettencourt, che è l’erede della L’Oreal. È una delle donne più ricche non solo in Francia ma nel mondo e si dice che durante la campagna elettorale presidenziale del 2007, Sarkozy sia stato più volte a casa sua e ogni volta sarebbe uscito con voluminose buste di denaro. Ora è in atto un’inchiesta giudiziaria che è stata aperta su questi movimenti, perché si suppone che questa signora, già all’epoca malata di Alzheimer, non fosse capace di intendere e volere. Si dice che alcune persone abbiano approfittato della sua scarsa lucidità. Tutto questo per arrivare al caso del giudice Gentil, che sta investigando su questo caso e ha già accusato Nicolas Sarkozy per abuso verso la signora. Ovviamente tutti i giornali ne hanno parlato, ma soprattutto molti tra gli amici di Sarkozy hanno cominciato a minacciare questo giudice, a inviargli lettere molto sgradevoli, a dire di tutto, alla televisione, sui giornali. Dicendo: “ma come ha osato accusare Nicolas Sarkozy”. È normale che questo giudice si sia sentito minacciato, ha dovuto addirittura prendere un avvocato per difendersi. Vi rendete conto, un giudice che ha bisogno di un avvocato per difendersi! E questo giudice, alla fine, dovrà giudicare se Sarkozy debba essere portato in un tribunale penale. Vi rendete conto del conflitto interiore che potrà avere questo giudice? Vorrà vendicarsi? Saprà fare astrazione o terrà conto della sua volontà di vendicarsi, prenderà soltanto le prove oggettive? Soltanto Dio lo sa. Questi sono casi in cui i giudici devono davvero porsi delle domande.

In conclusione, vorrei solo fare un piccolo richiamo sulle cose fondamentali.

Essere etici non vuol dire essere ingenui. Dico sempre che è una questione di ragione e generalmente abbiamo molto da guadagnare se ci comportiamo in modo etico. Il terzo punto è che con il comportamento etico a lungo termine si guadagna. Non dobbiamo aspettarci che questo ci dia dei risultati immediati. È un affare a lungo termine.

La cosa più importante, qui, è il ruolo dell’intenzione. Necessariamente ci si sbaglia, ma è l’intenzione che si ha, a determinare il valore etico di ogni atto. Anche se ci sbagliamo, se la nostra intenzione era buona, il nostro atto è eticamente buono. Può non essere tecnicamente buono, si può incorrere in un errore, ma eticamente, all’inizio, avevamo una buona intenzione.

Tutto questo per far che? Ci  poniamo dei vincoli, reprimiamo le pulsioni del nostro animale umano, perché? L’unica cosa che posso dirvi è che o si ha questa motivazione o non la si ha: la motivazione di diventare un vero essere umano. Se abbiamo questa motivazione ci imponiamo dei vincoli. Se non l’abbiamo, nessun altro potrà darcela e sta a noi dirci: “ho voglia o non ho voglia di pormi questi limiti?”

Spero di non avervi troppo annoiato con tutto questo e spero che ora abbiate un po’ di elementi sulla vita di Ostad Elahi. Grazie.

 

DIBATTITO

Mons. Sangalli

Molte grazie, Professore! Ritengo che tutto ciò  si ponga in linea con quanto abbiamo detto durante il nostro corso in cui abbiamo cercato di scoprire un’etica comune con i valori fondamentali che lei oggi ci ha mostrato.

Ora, possiamo aprire lo spazio dedicato alle nostre domande, per chiedere chiarimenti o per approfondire qualche aspetto connesso agli argomenti trattati. Per esempio: Elahi era musulmano, che genere di relazione aveva con gli altri “correligionari”? Qual è la condizione attuale, in Iran, dopo la rivoluzione islamica? Sono praticabili questi valori fondamentali in un sistema teocratico?

Studentessa, dalla sala

Riguardo alla storia di Nicolas Sarkozy di cui lei ha parlato, vorrei capire come andrà a finire per il giudice. Ovvero, deve dare naturalmente il suo giudizio, è il suo dovere, ma è probabile che dopo vi siano delle conseguenze negative. Vorrei capire come farà a uscire, in termini concreti, da una situazione così delicata.

Professor Ameli

Ci sono due elementi in risposta a questo. Ne parlavo ieri con qualcuno che mi chiedeva: «Ma un giudice, che non si sente più imparziale, che cosa può fare?». La prima cosa che dovrebbe dire é: «Non mi sento più imparziale e mi ritiro – si chiama “autoesclusione” -, cioè non sono indipendente, il signor Sarkozy ha fatto quel che voleva per mezzo dei suoi amici, non mi sento più a mio agio in questa situazione e quindi mi ritiro». Questa è la prima ipotesi: la faccenda sarà giudicata da qualcun altro. Ipotesi questa assai difficile poiché l’inchiesta era stata già trasferita da un precedente giudice al giudice Gentil, si arriverebbe a un terzo giudice, dunque è quasi impossibile che accada. L’alternativa è che il giudice, da solo, nel suo intimo consideri di non essere di parte, di non aver subito condizionamenti e quindi possa portare avanti l’istruttoria, fase in cui è adesso il procedimento, ossia l’inchiesta che può concludersi con il rinvio a giudizio presso un tribunale penale. In questa fase ai giudici non importa nulla dei media e poco importa la decisione che prenderà. In tutti i casi vi sono solo due possibilità: o Nicolas Sarkozy viene rinviato a giudizio, oppure no. Nel primo caso potrà ricorrere in appello e interverranno altri giudici per decidere se il suo rinvio a giudizio debba aver luogo.

Studentessa

Quindi nella sua lotta interiore è importante che lui non ceda, che vada avanti fino in fondo.

Professor Ameli

Non ho portato altri esempi della vita di Ostad Elahi, ma la cosa più importante in un giudice è il coraggio: nessuna paura della gerarchia, nessuna paura di quel che si dirà di lui, se è convinto della sua posizione. È una specie di tradimento nei confronti della sua carica se non mantiene la posizione – e non siamo in Iran, siamo in Francia. Per fortuna c’è qualche istituzione che può tutelare almeno un poco la vita di un giudice. Non sarebbe lo stesso se tutto questo avvenisse in Iran, naturalmente. Dato che siamo in presenza di un sistema istituzionale che protegge i giudici – come questo magistrato che, in effetti, ha avuto parecchi problemi -, penso che in questa circostanza all’elemento di benevolenza debba affiancarsi l’elemento coraggio.

Vedete come è difficile dosare coraggio, benevolenza, giustizia, non vendicarsi… L’atto del giudicare, la funzione del giudice è davvero molto difficile. Non so se questo risponda alla sua domanda.

Ora rispondo anche alla domanda su cosa stia accadendo nell’Iran odierno. È molto importante sapere che tutto quello che ho spiegato oggi si ferma al 1979. Da quel momento in poi il sistema legale e giudiziario iraniano è cambiato del tutto, drasticamente. Siamo pervenuti da questo sistema laico e civile a un sistema in cui i magistrati laici cercano di giudicare ancora in alcuni casi, ma il clero si è appropriato di quasi tutto. Così, esiste ancora l’apparato legale francese che vigeva prima: contratti, leggi commerciali, c’è tutto. Ma al vertice di ogni cosa e per tutto quel che riguarda gli ambiti di cui vi ho parlato, diritto di famiglia, patrimoni, legge penale, c’è la Sharia, che interviene giudicando ogni cosa. Per esempio, verso la fine dei tempi della monarchia, mio padre era Ministro della Giustizia sotto lo Shah negli anni Sessanta, dal ’62 al ’64. Una delle cose più importanti che cercò di ottenere durante il suo mandato, fu lo stato giuridico per i bambini nati da genitori non sposati, perché sotto l’Islam, se un bambino nasce al di fuori del matrimonio non ha nessuno stato giuridico. Dunque stava cercando di ottenere questo diritto, ma anche sotto lo Shah era difficile, perché una simile cosa era contraria a convinzioni molto importanti per l’Islam. Vi era quasi riuscito, e il ministro che gli succedette riuscì a creare una sorta di stato giuridico per questi bambini. Nel 1979 tutto è scomparso, spazzato via immediatamente.

Era stata anche presa un’altra importante iniziativa contro la poligamia. Sapete che sotto l’Islam si possono avere matrimoni poligami; non fu mai detto all’epoca dello Shah che la poligamia era fuorilegge: si sarebbe andati contro il clero e non era possibile. Ma fu approvata una legge che fu chiamata la “Legge per la protezione della famiglia” e con questa diedero vita a una sorta di contratto prematrimoniale, che chiunque volesse sposarsi avrebbe dovuto firmare. Una delle clausole del contratto era che, se il marito avesse voluto sposare un’altra donna, avrebbe avuto bisogno del consenso della moglie. Così, lo sottoscriveva e non poteva sposarsi una seconda volta, perché naturalmente la prima moglie non avrebbe mai acconsentito. Così, il Parlamento, il governo, cercava sempre di “giocare a nascondino” con il clero allo scopo di proteggere la famiglia, nel matrimonio, nel divorzio, specialmente negli aspetti riguardanti quest’ultimo, ma non arrivarono mai a un confronto faccia a faccia, fino al 1979. Per tornare a quello di cui stavamo parlando, cioè oggi, tutti questi principi sono assolutamente inapplicabili nell’Iran odierno, ovviamente. Sono inapplicabili a un livello generale, ma lo sono naturalmente a livello individuale. Quello di cui stiamo parlando è che ogni persona deve cercare di essere etica individualmente, e non globalmente, perché il piano globale diventa molto rapidamente politica, e non stiamo parlando di politica ma di etica.

Studente

Vorrei chiedere al Professore un parere sulla rivoluzione contro la monarchia in Iran, avendo un amico iraniano, che è rifugiato politico in Italia e ha partecipato alla rivoluzione contro la monarchia, però sotto le bandiere comuniste. All’inizio il movimento religioso iraniano era a fianco dei giovani comunisti. In un secondo momento, dopo che il monarca è stato cacciato, il regime islamico ha bollato tutti questi ragazzi e sistematicamente li ha rinchiusi in carcere. Infatti, molti di loro sono ancora detenuti. Chiedo al Professore un suo parere su questa involuzione, da un diritto premonarchico, costituzionale, a parere mio e anche del mio amico, anche progressista dopo tanti secoli di oscurantismo.

Professor Ameli

Tutti erano rivoluzionari nel 1978 e nel 1979. Il fatto è che, nel 1979 fino al principio del 1980, quando ci fu il referendum per decidere se dovesse essere costituita la Repubblica Islamica in Iran, il 98 % votò a favore. Un’altra cosa importante è: che cosa sta succedendo oggi? (Il suo amico) non poteva assolutamente prevederlo nel 1979 perché tutti pensavano che il solo modo di sbarazzarsi dello Shah fosse proprio quello di seguire il clero, visto che  il clero era appoggiato dalla base nella popolazione. Ma bisognava comprendere che la maggioranza, più del 60 % della popolazione era analfabeta nel 1979: il 30 % istruito, e quasi il 65 % analfabeta. Ora,  gli analfabeti sono il 15 %. All’epoca erano trenta milioni oggi settanta milioni. E oggi il 65 % è sotto i trent’anni. Dunque la popolazione è drasticamente cambiata negli ultimi trent’anni. Perciò era davvero molto facile manipolare tutta questa popolazione. Vedete, in teoria, è effettivamente una buona cosa avere una repubblica anziché un sistema monarchico. E non credo che, anche se il regime fosse diverso, gli iraniani vorrebbero tornare alla monarchia. Dopo la rivoluzione, la libertà era quasi completa, totale. C’erano qualcosa come duecento differenti giornali, pubblicati da diversi partiti politici, comunisti, islamisti, di tutti gli orientamenti. C’era un’effettiva esuberanza nella società iraniana e la gente credeva che questo fosse una buona cosa. Ma, il partito comunista, in particolare, pensava che, passando attraverso il regime islamico con cui stavano cooperando con il partito musulmano, avrebbe potuto raggiungere progressivamente le diverse funzioni importanti, sbarazzarsi velocemente del clero e prendere il potere. Era una specie di strategia. Bisognerebbe sapere, ovviamente a quale partito facesse parte il suo amico, perché c’erano almeno quattro o cinque differenti partiti comunisti, ma il più importante era il Tudeh, e Tudeh era il partito politico filosovietico. Una volta che riuscirono in questo, furono necessari circa due anni perché il clero si organizzasse. E ricordate che, subito dopo questo, fecero due cose molto importanti perché la popolazione li continuasse ad appoggiare: primo la cattura degli ostaggi nell’ambasciata americana, alla fine del 1979, secondo la guerra con l’Iraq. Così nessuno poteva dir loro niente: “non vorrete cambiare il regime durante la guerra! Non vorrete cambiare il regime mentre stiamo combattendo contro gli Usa!” Il tempo necessario perché organizzassero ogni cosa. Come prima cosa si sbarazzarono dell’esercito, con l’aiuto dei comunisti.

Studente

Si è parlato di soft law e di hard law.Vorrei chiederle se esiste una ragione per cui, tra i Paesi islamici, a cominciare dalla questione degli ostaggi di Teheran fino alla Primavera araba e le azioni contro il corpo diplomatico straniero, si ha l’impressione che le regole più consolidate del diritto internazionale e diplomatico siano interpretate dai popoli e dai governanti di questi Paesi come soft law. Perché?

Professor Ameli

È molto semplice. Noi siamo qui sotto le regole del diritto internazionale. Diciamo che esiste una gerarchia tra diritto internazionale e leggi nazionali. Nei Paesi arabi, compreso l’Iran, c’è qualcosa che viene prima della costituzione e prima di ogni altra cosa, si tratta di principi islamici. Questo vuol dire che, anche se il diritto internazionale si oppone ai principi islamici, bisogna accantonarlo perché i principi islamici sono superiori per valore a tutti gli altri. Qualsiasi cosa che, da Grotius a Kelsen, sia stata creata tra le leggi del nostro mondo europeo e quelle del diritto anglosassone, non conta.

Per un paese islamico la legge internazionale non ha la supremazia che tu e io riteniamo debba avere.

Quello che ha detto mi fa pensare che dovrei parlarvi di ciò che Ostad Elahi disse a proposito di questa gerarchia. Perché c’era sempre questo conflitto tra diritto civile e diritto della Sharia, in Iran. Succede la stessa cosa negli altri paesi. Porto un esempio: in Libano qualcuno è sciita e sposa una ragazza cristiana. Che diritto può essere applicato? Si tratta appunto di un problema di conflitto tra diversi diritti. Bisogna che, in ciascuno di questi Paesi dove ci sono delle leggi personali del paese d’origine, si abbia una sorta di diritto comune sottostante per i conflitti tra differenti religioni. Per quelli di voi che studiano diritto….avete un corso di diritto privato internazionale: è un caso di conflitti interni tra leggi, ma tra leggi personali. È una questione di conflitto tra leggi. Nella maggior parte di questi Paesi, generalmente, non è il caso del Libano, dicono: se si hanno questi problemi, si applica la legge islamica. Dunque la legge islamica sarà la più importante e prevarrà sulle altre.

In Iran questo non accadeva nel precedente regime: prima del 1979 era il diritto civile che si doveva occupare di questo tipo di problemi. Si diceva: in un caso come questo non possiamo parlare né di legge cristiana, né di legge islamica, è solo la legge civile quella che deve essere applicata. Una delle cose più grandi e più importanti che Ostad Elahi ha fatto, è stata di introdurre questa idea che si dovesse tornare al codice civile come diritto comune per tutti i diversi casi di conflitti di leggi religiose. Dunque egli fece sì che la legge civile avesse un valore superiore alla Sharia. E questo costituì una rivoluzione, a quell’epoca, in Iran.

Un’altra cosa di cui avrei voluto parlare e non l’ho fatto, ma non ne ho avuto il tempo, è che egli si espresse molte volte a proposito della pena capitale, sapendo che avrebbe dovuto condannare qualcuno per fatti del genere. Ricordate che in Europa  dopo l’adozione della Convenzione europea per i diritti umani del 1950, che prevedeva la definitiva soppressione della pena di morte, la maggior parte dei protocolli furono firmati nel 1980 – in Francia avvenne nel 1982. Ostad Elahi era in Iran, negli anni trenta, e già sosteneva che non avrebbe dovuto esistere la pena di morte. Lui stesso non pronunciò mai una simile sentenza. Da questo punto di vista era un precursore.

Un altro punto: la tutela della parte debole. In alcuni casi, nel diritto dei paesi europei, per esempio nei contratti tra datore di lavoro e dipendente, si riconosce che una parte ha meno potere dell’altra, la parte debole. Questa idea compare per la prima volta, perlomeno in Europa e in Francia negli anni Settanta: Ostad Elahi già aveva parlato di questo concetto a proposito dei minori, degli orfani e delle persone del genere. Egli dice – era un pubblico ministero che doveva occuparsi degli orfani -:“ Tutte le volte che andavo in una nuova città, per un nuovo incarico, i primi incartamenti che esaminavo erano i dossier che erano stati già archiviati, di orfani e di minori, perché questi hanno bisogno di più aiuto e più protezione degli altri. ” E racconta a questo proposito la bella storia dello zio che aveva la tutela di un piccolo bambino, divenuto orfano. Si era appropriato di tutti i suoi beni e non glieli restituiva mai. Faceva di tutto e cercava di corrompere Ostad Elahi, perché stava riaprendo il dossier della tutela.

Questo dimostra che aveva un genere di mentalità da precursore rispetto al sistema giuridico iraniano. E questo lo rende unico rispetto ai suoi colleghi dell’epoca. Particolarmente rispetto alla questione della pena di morte, perché negli anni Trenta nessuno pensava che fosse una cattiva cosa. Tutti concordavano sulla sua bontà. Sono aspetti interessanti del carattere di questo magistrato.

Mons. Sangalli

Mi permetta di chiederle qualcosa a proposito di ciò che lei chiama: “comportamento etico capace di creare soddisfazione soltanto sul lungo termine”. Sapendo quel che è successo in Iran, che cosa direbbe oggi Elahi? Credo che il problema principale dei giovani è che non sono contro i principi etici, ma il punto è – ed è abbastanza generalizzata questa idea, non solo in Italia ma nel mondo – che, generalmente,  soltanto persone aggressive e furbe, che approfittano degli altri, alla fine raggiungono i loro scopi, mentre essere un individuo etico sembra significhi essere stupido, in definitiva un perdente. Qui ci sono studenti di business administration, marketing, quello che imparano in generale è che soltanto un comportamento aggressivo, una competizione aggressiva alla fine è vincente. Dunque, come è possibile essere una persona etica, una persona che trova in sé una profonda ragione per esserlo? Lei ha detto: “bisogna avere una motivazione interiore per diventare un  essere umano”. Lei ha parlato prima della contrapposizione con l’essere animale che sta dentro di noi. Questo concetto è stato citato molte volte nella storia della filosofia in Occidente, in Europa…Kant per esempio ha parlato del male radicale dentro l’essere umano. Come si fa ad andare oltre questa condizione e diventare realmente una persona etica? O stiamo semplicemente parlando di un bel sogno, irrealistico? Oppure, appunto, alla fine possiamo solo dire che di questo genere di cose, nelle chiese, nelle moschee o nelle sinagoghe si parla, durante le cerimonie, ma non sono cose per la vita reale, perché la vita reale è il territorio dove regnano altri valori. Scusi la mia insistenza, ma credo che questa sia una questione davvero fondamentale.

Professor Ameli

Forse possiamo chiedere a loro, agli studenti, che cosa pensano di loro stessi, più che a me. Nessuno vuole fare un commento? Penso sia importante. Sinceramente credete che avere un comportamento etico sia ingenuo e stupido? Lo chiedo a voi, siate sinceri: pensate che essere etici sia sinonimo di ingenuità? O stupidità? O non avete nessuna opinione in merito? Nessuno vuole commentare? Potete commentare in italiano. È molto difficile rispondere a questa domanda. Credo che – come ho detto in un’altra slide –  cercare di essere una persona etica è una vera lotta, è  una lotta contro se stessi, non contro qualcun altro. Per poter dire “voglio fare questa lotta”, “voglio andare avanti e combattere”, bisogna esserne convinti. Quando ci viene chiesto se essere o non essere etici, la prima cosa che ci viene in mente è che essere etici non è tanto facile se non si ha un’ idea spirituale della vita. Se questo mondo, infatti, fosse la sola cosa che esiste, se non ci fosse altro dopo questo mondo, è chiaro che la competizione, i soldi, il successo, sarebbero i valori giusti a cui pensare. Ma le persone che sono davvero rivolte a questo aspetto delle cose vogliono essere etiche, vogliono provare a esserlo. Ci sono persone che credono che ci sia qualcos’altro dietro, o almeno fanno come Pascal che diceva: ci sono due modi di pensare, o c’è qualcosa dopo oppure non c’è niente. Pascal ha scommesso che c’è qualcosa dopo questo mondo. Cercando di essere etici, in genere, non si perde nulla, nemmeno in questo mondo. Ma per esserlo, vi serve questo tipo di motivazione. Se non l’avete non potete farlo.

Pensate un attimo, che cosa succederebbe se dopo questa dimensione vi fosse un’altra dimensione e voi non ne sapeste nulla? E’ un’ idea molto difficile: o la si ha dentro di sé, oppure è difficile prenderla da altri. È un’idea che può dirci qualcosa o non dircelo. E se non ci dice nulla, nessuno ci può forzare. È sempre una questione di scelta. Nessuno può imporci qualcosa. Credo che sia l’unico commento che io possa fare: è una questione veramente molto molto personale. Non si possono dirigere le persone.

Forse è questo il problema delle religioni, di tutte le religioni, che cercano di dire “dovresti fare questo o quello”, non lasciano le persone libere di riflettere da sole.

Mons.Sangalli

Grazie Professore. Due cose ancora. La prima è: credo che l’alternativa a un comportamento etico, alla fine, sia solo un mondo caotico, dove ognuno lotta contro l’altro. Senza regole. Se non vogliamo questo, passo dopo passo, dobbiamo diventare persone etiche, anche se attraverso tante sconfitte ed errori. Ma è la sola alternativa per evitare di distruggerci, perché la competizione senza cooperazione significa una reciproca distruzione tra esseri umani.

Il secondo punto è a proposito dell’Islam. Lei ha risposto allo studente che generalmente i Paesi islamici ritengono che i principi islamici siano superiori al diritto internazionale. È vero. Se alcuni miei amici fossero qui, per esempio il Segretario della Moschea generale di Roma, che è un mio amico, dottor Abdallah Redouane, persona meravigliosa, un musulmano che definiremmo moderato, ebbene: lui direbbe che anche per l’Islam, come tra l’altro per il Cristianesimo, è tutta una questione di interpretazione. Anche i cristiani, prima dell’Illuminismo, ebbero l’Inquisizione: la cui storia non mi sembra una pagina evangelica. Ma dopo, anche grazie ad una lettura critica della Bibbia, accettando cioè un altro genere di interpretazione, riconobbero la radice evangelica della libertà di coscienza, che non significa abdicare alla ricerca della verità! Quando i Paesi islamici, attraverso la diffusione dell’educazione, inizieranno a leggere il Corano in maniera diversa, credo che – come il Parlamento delle Religioni di Chicago ha dimostrato con la Dichiarazione del 1993,  per voce di alcuni studiosi islamici, in un’interpretazione più aderente del Corano – capiremo come  i fondamentali principi islamici non siano tanto  lontani dai diritti umani e così i principi del Cristianesimo. In fondo, senza voler indulgere ad alcun sincretismo, occorre però ammettere, richiamando l’antica teologia del logos universale di Giustino, che al cuore di tutte le religioni vi è un’etica comune: di amore a Dio e al prossimo da lui creato. Esse dunque possono contribuire efficacemente ad individuare i fondamenti di un’etica comune, universale. Spero che anche l’Islam, che è la seconda religione al mondo, piano piano, attraverso l’educazione, attraverso l’istruzione e l’apprendimento, possa dare un grande contributo a questo processo.

Grazie mille.