EMPATIA/INDIFFERENZA. Mettersi al posto degli altri

EMPATIA/INDIFFERENZA. Mettersi al posto degli altriGiovedì 16 febbraio 2012

LUISS Guido Carli – Aula Magna Mario Arcelli, viale Pola 12, Roma

Indirizzo di saluto:
Maria Camilla Pallavicini, Presidente Associazione Athenaeum N.A.E.

Relatori:
Laura Boella, Ordinario di Filosofia Morale, Università degli Studi di Milano;
Marco Rizzonato, Istituto Cottolengo di Torino;
Claudio Beltramello, Medici con l’Africa CUAMM.

Coordinamento:
Filippo Gaudenzi, Caporedattore e Conduttore TG1.

I deficienti di empatia

Siamo tutti dotati della facoltà di empatia. Sembrerebbe proprio che i nostri cervelli siano dotati di circuiti neuronali detti “specchio” che consentono automaticamente di stare in relazione con gli altri. Fa parte della nostra intelligenza emotiva e tutti ne disponiamo. Nello stesso tempo, come ci ha avvertito questa mattina Filippo Gaudenzi, giornalista del Tg1, dal punto di vista dell’empatia siamo fin troppo deficienti, ben lontani dal saper ascoltare e comprendere gli altri davvero, soprattutto se diversi da noi.

Di questa … deficienza e della possibilità di colmarla hanno discusso con Gaudenzi, Laura Boella, docente di Filosofia Morale dell’Università di Milano, Marco Rizzonato, dell’Istituto Cottolengo di Torino e Claudio Beltramello, dell’Associazione Medici con l’Africa CUAMM.
Destinatari del convegno, come sempre all’interno del progetto Quale Europa per i giovani? dell’Associazione Athenaeum N.A.E., i giovani delle scuole superiori romane, particolarmente attenti e numerosi nell’Aula Magna della LUISS Guido Carli.

Il fatto è, conferma Boella, che l’empatia non è esclusivamente una questione di cervello ma anche di cuore e di “sentire”. Essere continuamente in relazione con gli altri non implica avere davvero interesse per loro. Si può addirittura essere solidali, cortesi o “sempre connessi” con le vite degli altri, eppure essere lontani, non sapere sostenere uno sguardo che casualmente si appunta su di noi o evitare il contatto.
E’ del tutto diverso quando qualcuno riesce a entrare realmente nella nostra vita, seppure per qualche istante, e riusciamo a immaginare ciò che prova, come si sente, al di là di ogni classificazione e giudizio. Quando accade, sono i nostri sensi fisici a essere coinvolti: ascoltiamo, vediamo, tocchiamo… senza mediazione alcuna.
Le relazioni umane, perché siano autentiche, comportano sforzo e fatica, per questo spesso non siamo disponibili ad averne; ma è anche da questo lavoro attento che traiamo nutrimento e vita, non soltanto dalla produzione di ricchezza, idee e dagli scambi formali.

Per Beltramello l’indifferenza, la mancanza di empatia, si esprime e si afferma attraverso un lessico provocatorio quanto mai noto; “ma chi se ne frega”, “non mi interessa”, “non sono fatti miei”, “fatti gli affari tuoi” sono tutte frasi che non soltanto manifestano l’indifferenza, ma che anche la suscitano, la ispirano. Sono parole “magiche” ma di effetto nefasto: pian piano, nel ripeterle spesso e per abitudine, finiscono con il suggestionarci, col condizionare la nostra visione del mondo, il nostro livello di sensibilità. E il sentimento che le accompagna è spesso la noia, amica inseparabile dell’indifferenza. Chi non si apre autenticamente all’altro, al diverso da sé, diventa un frequentatore abituale di un mondo cucito su se stesso, in cui nulla ormai lo sorprende e per questo si condanna alla noia.

Al contrario, l’empatia ha il colore dell’interesse, della sorpresa, e, perché no, dell’impegno. Un impegno di cui ha ben reso l’idea Rizzonato, che ha coinvolto un gruppo di detenuti, pluriomicidi, in un progetto di volontariato sui disabili del Cottolengo. Poco utile l’interrogativo, rimasto aperto, se siano stati i disabili gli agevolatori dei detenuti o il contrario. Il risultato è stato un aiuto, un circuito di empatia dove si è sperimentata fiducia e accettazione incondizionata.
Certo, più difficile ancora, hanno sottolineato non banalmente i relatori, in un contesto culturale ove il dolore è un valore, è empatizzare con la gioia degli altri, con i loro successi, con le emozioni positive. Qui, a paralizzare la nostra intelligenza emotiva è piuttosto l’invidia, parente anch’essa, non troppo lontana, dell’indifferenza.

L’empatia in conclusione, chiarisce Boella, fonda e garantisce l’autenticità di una numerosa famiglia di sentimenti: l’amicizia, l’amore, la compassione, l’altruismo. Poiché comporta il comprendere ciò che l’altro prova come se fosse il nostro sentire, restando tuttavia noi stessi, senza perdere cioè la qualità del come se; con essa, quindi, prendiamo atto del valore dell’esistenza dell’altro, senza esigere che questa esistenza si omologhi o arrivi a identificarsi con la nostra; in altre parole, empatia vuol dire essere in grado di guardare l’altro negli occhi, contraccambiare lo sguardo di chi, a sua volta, mi guarda poiché mi … riguarda.

Progetto “Quale Europa per i giovani?”