Luogo

Via Luciano Manara – Roma
Via Luciano Manara – Roma
Categoria

Speakers

  • Dino Villatico
    Musicologo
  • Francesco Pennisi

    Francesco Pennisi è nato ad Acireale, vicino a Catania, l’11 febbraio 1934, sotto il segno dell’Acquario, come Mozart e Schubert. Ma nel 1953 è a Roma, che diventa da allora la sua patria d’elezione, come del resto per altri artisti siciliani, si pensi a Brancati. Due mondi lontanissimi, Roma e la Sicilia, eppure con una segreta, sotterranea, si vorrebbe dire clonica affinità; sono i luoghi per eccellenza dell’arte barocca, anzi venendo dalla Sicilia a Roma, Pennisi torna quasi alle matrici del barocco, che proprio da Roma si sparse per il mondo. Matrici tremende, goethiane, le madri che Faust cerca per trovare il modello originario d’ogni bellezza. Ora, già per Goethe il modello è un fantasma che si dissolve ad ogni tentativo d’amplesso. Ecco: si volesse racchiudere in un’immagine l’arte di Pennisi, la si potrebbe raffigurare come un veloche copre ciò che non si può o, forse non si deve vedere. Come lo spazio di Borromini, il tempo musicale di Pennisi è illusorio, inafferrabile, perché nient’altro possiamo dire del Vero.

Data

21 Mag 1993

Ora

21:00

“Il mio è un mondo trasversale… Io sono un compositore nato sotto il segno drammatico della contraddizione… qualsiasi “neo” mi è estraneo. Non ho forme alle quali riferirmi… Sono un uomo di dubbi. La mia musica è una musica di frammenti, che si compongono, che scoppiano, si ricreano via via che procede l’ambito del loro accadere.”

Nel corso della conversazione con Dino Villatico, il maestro Pennisi ha presentato la propria opera e le radici profonde da cui la sua arte trae origine, attraversando le molteplici esperienze che caratterizzano la sua poliedrica produzione, con la lucidità di giudizio e l’ironia leggera che sono parte integrante della sua ricca e complessa personalità artistica.

UN MONDO TRASVERSALE
Conversazione con Francesco Pennisi

“Il mio è un mondo trasversale. Accosto le cose, che non prendo mai di petto. E’ un’opera la mia? Non lo so. Certo, l’ho scritta, ed è dunque una mia opera. Ma quale opera, e quale teatro? è veramente teatro? è, forse, solo un opus incertum. Accosto cose diverse, raccolgo pezzi diversi. L’organico stesso cambia di pezzo in pezzo. Come in Carteggio. La successione non è però casuale, ha anzi una sua logica: ed è, proprio nel succedersi, teatro. Io sono un compositore nato sotto il segno drammatico della contraddizione, della corrente alternata, dello strutturalismo e dell’alea, non posso perciò rifare ciò che è stato fatto: qualsiasi neo mi è estraneo. Non ho forme alle quali riferirmi. Devo inventarle, non solo pezzo per pezzo, ma quasi battuta per battuta. Non è un merito e non è una virtù. E’una condizione. Sono un uomo di dubbi. La mia musica è una musica di frammenti, che si compongono, che scoppiano, si ricreano via via che procede l’ambito del loro accadere”.

Così mi parlava di se stesso Francesco Pennisi il 21 aprile 1991, giorno Natale di Roma, in un’intervista poi pubblicata sul programma delle Orestiadi di Gibellina 1991 (Milano, Ricordi). Era la presentazione di un’opera scritta apposta per le manifestazioni di quell’anno a Gibellina: e anche quella volta il teatro di Pennisi fu teatro circoscritto da infinite parentesi. Pennisi è siciliano, come Pirandello, come Tomasi di Lampedusa; la realtà è inafferrabile, si può soltanto guardarla riflessa nella anamorfosi della memoria, viverla è sempre una fragile ipotesi. Ma bisogna anche aver vissuto gli anni che dalla metà degli anni ’50 ai primi anni ’70 hanno visto in Italia, e non solo per la musica, la piena espressione del moderno, per capire fino in fondo la necessità intellettuale di un’affermazione come “sono un uomo di dubbi”.