Perché assolvo il liceo classico, nonostante i suoi torti.

Giovanni Maria Flick

Sono stato un giudice per molto tempo: delle persone e dei fatti prima; delle leggi poi. Tra l’una e l’altra di queste esperienze ho studiato (come professore), applicato (come avvocato), contribuito a produrre le leggi (in Italia, come ministro della giustizia; in Europa, come rappresentante italiano in una commissione sui diritti fondamentali). Rimettendo la toga dopo tanto tempo – per giudicare non una persona o una legge, ma un’istituzione (il liceo classico) – a conclusione di questo processo mi vengono alla mente due flashes. Il primo flash è il parallelismo tra il processo al liceo classico e quello ad un’altra istituzione egualmente prestigiosa, egualmente démodé, egualmente discussa: il Senato. Un processo molto di moda in questi giorni, anche al di là del dibattito sulle riforme istituzionali. Serve ancora a qualcosa, così come è adesso, o non serve più? È meglio riformarlo o abolirlo? Costa troppo per quello che rende? È possibile riformarlo a costo zero o comunque spendendo il meno possibile per il suo funzionamento? Le domande di questa mattina sul liceo sono le stesse del dibattito politico e mediatico sul Senato. Da ciò il primo ammonimento per chi (non solo gli addetti ai lavori) deve giudicare su temi che interessano tutti: attenti alle semplificazioni eccessive, ai radicalismi nell’uno o nell’altro senso, al rifiuto del dialogo costruttivo (non del compromesso nel senso becero del termine: un aggiustamento solo formale per non scontentare nessuno, finendo in realtà per scontentare tutti). Il secondo flash è la conseguenza del primo: una storiella ebraica esprime la complessità del giudizio, il bisogno di processo, di contraddittorio e di confronto. Un anziano giudice amministrava la giustizia sotto l’albero, avendo a fianco il nipotino: il primo dei due litiganti espose le sue ragioni e il giudice concluse: “hai ragione”; il secondo espose le sue ragioni e il giudice disse anche a lui: “hai ragione”. Il nipotino allora gli chiese: “nonno, come possono avere ragione tutti e due?”; e il giudice, dopo aver pensato, gli rispose: “hai ragione anche tu”. Questa storiella mi ha insegnato la fatica non solo del giudicare, ma del vivere; l’importanza del dialogo, del confronto nel rispetto reciproco; la necessità di rifiutare le posizioni aprioristiche e i c.d. “valori non negoziabili” da usare come clava sulla testa dell’avversario anziché come argomento per cercare di convincerlo; l’importanza della capacità di ascoltare le ragioni dell’altro, mentre si cerca di far valere la bontà delle proprie.

Dopo i due flashes, due fotografie un po’ sfuocate, dato il tempo trascorso dai miei rapporti con il liceo classico; potrebbero costarmi una richiesta di astensione da parte del nostro moderatore, o di ricusazione da parte della difesa o (più probabilmente) dell’accusa. In terza media ero un pessimo studente; all’esame venni rimandato in latino, matematica e (supremo sfregio) in ginnastica. I gesuiti (frequentavo la loro scuola) proposero ai miei genitori di dirottarmi sul liceo scientifico – dove allora e a torto mandavano i meno bravi – con la motivazione: “sarebbe pure bravino, ma non si applica per niente!”. I genitori (ai quali sono ancora grato) si opposero; mi mandarono per i due anni del ginnasio al “carcere duro” (rectius in collegio, che allora si chiamava convitto, come interno) dai salesiani; tornai dai gesuiti per i tre anni del liceo classico, con la voglia di studiare un po’ di più. L’esame di maturità ebbe un esito migliore e mi aprì due strade: una borsa di studio per frequentare fisica, e una per frequentare giurisprudenza. Forte del classico, non ebbi dubbi e scelsi giurisprudenza: mi è andata bene, tutto sommato. Sono pronto alla rottamazione che è di moda ed è giusta; oltretutto sono un analfabeta digitale di fronte ai miei nipoti che usano benissimo l’i-pad e l’i-phone, che twittano con disinvoltura, che si accontentano di wikipedia e così via. Qualche volta mi viene il dubbio che il rifiuto della cultura e della moda digitale sia anche una difesa e il rimpianto per un mondo in cui – invece dell’alternativa secca tra il si e il no, tra il bianco e il nero – c’era spazio per il dubbio, quindi per la tolleranza e per il rispetto reciproco. Tuttavia, di fronte alla rottamazione e alla conseguente avanzata degli X, sono contento (non dico orgoglioso) di essere un ex: di guardare la realtà di oggi (e più ancora di pensare a quella di domani) alla luce delle esperienze che ho maturato nel passato e degli stimoli culturali che hanno contribuito a formarle. Mai come in questi tempi mi sembra attuale il detto africano secondo cui “ogni volta che scompare un vecchio con le sue esperienze è come se bruciasse una biblioteca”. Vengo ora alla motivazione tecnica del mio giudizio sul liceo classico. É fondata sulla Costituzione italiana, alla quale sono molto legato, pur senza essere un “professorone”. Non sono ansioso di blindarla o di renderla una mummia; credo però che si debba leggerla e attuarla, prima di domandarsi se è attuale e prima di riscriverla. Amo la Costituzione per il modo in cui è nata: dal sangue, dal sacrificio e dalla sofferenza; da una guerra perduta e dalla rinascita attraverso la Resistenza; da un dialogo nell’Assemblea costituente (allora le costituzioni si scrivevano seriamente), in cui i partiti (allora funzionavano bene) hanno saputo costruire quel ponte fra la società e le istituzioni, che oggi il liceo classico è accusato di non saper più riproporre per la parte di sua competenza. *

Nella Costituzione, in particolare nel suo articolo 9, c’è la risposta a tante domande di cui dovrebbe continuare (per qualcuno addirittura incominciare) ad occuparsi il liceo classico: con la cultura si può mangiare o no? In quali limiti si può parlare o no dell’arte come del “petrolio italiano”? Quale equilibrio vi deve essere fra cultura, ricerca scientifica e tecnica, patrimonio storico e artistico, ambiente e paesaggio (fermo restando che – come sottolineava il giudice Berlinguer – la cultura umanistica deve caratterizzare anche la scuola che pone l’accento sulla ricerca, e viceversa)? L’articolo 9 contiene uno dei princìpi fondamentali della Costituzione, come il lavoro, la democrazia, l’eguaglianza, la pari dignità, l’inviolabilità dei diritti fondamentali e l’inderogabilità dei doveri di solidarietà, la laicità, il ripudio della guerra, la ricerca della pace. La tutela del paesaggio (oggi dell’ambiente) e del patrimonio storico e artistico esprime il nesso stretto tra passato e futuro: la memoria di chi ci ha preceduto e di quanto ci ha lasciato, per poter trasmettere questa eredità ai nostri figli e ai loro figli e nipoti. Sono convinto che nel liceo classico occorra recuperare prima di tutto i valori della nostra Costituzione: attraverso quella che un tempo si chiamava educazione civica e che poi deve essere stata sepolta in qualche cimitero di campagna o dimenticata in qualche soffitta. È vero (come è stato ripetuto oggi) che il liceo classico rischia un’indigestione di grammaticismi e di analisi logica: l’anacoluto è rimasto per me un incubo notturno come quello evocato da Vittorio Gassman nel film “I mostri”. Però l’analisi logica e la consecutio temporum sono tuttora essenziali per comunicare, per contestualizzare, per distinguere tra passato e presente e fra realtà, ricordo e desiderio. I congiuntivi non servono soltanto, storpiandoli, per migliorare l’immagine di qualche politico ruspante o per ostentare un finto rustico come la cucina di modello tirolese. Ancora. L’universo e lo studio delle neuroscienze sono affascinanti anche per un profano e per un leguleio. Lo studio del funzionamento del cervello in chiave di chimica e di fisica, il mondo dei neuroni-specchio, hanno fatto intuire a uno come me, digiuno di neuroscienze, che forse non è più così sicura la premessa di Cartesio “cogito ergo sum”, su cui mi sono sempre fondato. Forse bisogna cominciare a pensare che, in realtà, in parte “sum ergo cogito”, alla luce degli stimoli e dei rapporti tra impulsi nervosi, imitazione ed azione. Siamo condizionati dal rapporto tra il corpo e la mente molto di più di quanto possa sembrare a prima vista. Concetti basilari per il diritto – come la libertà di decidere, la responsabilità, la testimonianza e la sua falsità, il libero convincimento del giudice – sono destinati non a scomparire, ma ad essere ridimensionati e ridefiniti alla luce delle neuroscienze. Ecco, una volta di più, l’importanza della cultura del dubbio; dell’attenzione e della cautela di fronte alle certezze dogmatiche ed ai “valori non negoziabili”; del mix inscindibile tra cultura scientifica e umanistica.

Infine l’Europa, in tempi (come ora) di elezioni europee e di propaganda elettorale urlata. Siamo passati da un euroottimismo forse un po’ superficiale ad un europessimismo che induce qualcuno a buttar via il bambino con l’acqua sporca; a rifiutare l’Europa in blocco e a chiedere di tornare ai nazionalismi, invece di provare a cambiarla. Uno scontro elettorale esasperato ci ha condotto a parlare soltanto di problemi italiani; o – a tutto concedere – a parlare soltanto di un’Europa dei mercati, dello spread, della finanza derivata e delle banche, con tutti i suoi difetti e le sue carenze (che sono molti). Abbiamo dimenticato che l’Europa è nata e cresciuta non solo nelle vie dei mercati e delle fiere, ma anche e prima ancora nelle vie dei pellegrinaggi, delle cattedrali, delle abazie e delle università. È un’Europa nel cui DNA ci sono i diritti fondamentali prima dell’euro, dei mercati e delle banche; c’è lo spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia; ci sono i giudici di Strasburgo e di Lussemburgo, i quali hanno preso il posto del giudice di Berlino a cui si rivolse il mugnaio di Potsdam per salvare il proprio mulino di fronte alla prepotenza di Federico II di Prussia. È un’Europa che è morta nel campo di sterminio di Auschwitz, ma è anche risorta con la Convenzione Europea dei diritti umani e con la Carta di Nizza su quei diritti. Tutto ciò mi porta a guardare con particolare attenzione al percorso della cultura e della storia europea, con i suoi progressi oltre che con i suoi limiti. È stato detto che chi conosce il passato sa prevedere il futuro e quindi governare il presente. Perciò è importante la memoria dell’Europa, del suo cammino dalla Grecia a Roma, alla cristianità, all’illuminismo, alla rivoluzione francese, alle due guerre mondiali nella prima metà del “secolo breve” e poi alla pace dei suoi ultimi cinquanta anni. Quando pensiamo alla inutilità del liceo classico e alla necessità di modificarlo o di abolirlo per ragioni di efficienza, di economicità e di risparmio (le stesse che evochiamo per l’abolizione o la modifica del Senato), dovremmo ricordare l’importanza di quella memoria, dell’identità culturale e storica europea, della dignità umana che è al centro di quell’identità e degli obiettivi dell’unificazione europea. L’Europa non è solo Erasmus, non è solo moneta unica e circolazione senza frontiere (pensate comunque a cosa succederebbe al check-in dell’aeroporto di Fiumicino, se per un giorno l’Europa smettesse di funzionare): tutte cose a cui ci siamo abituati, come alla pace sul nostro fazzoletto di terra europeo di fronte alle guerre che imperversano nel mondo e a poca distanza da noi. L’Europa è (o dovrebbe essere) prima di tutto unità nella diversità, dignità e centralità della persona. La scuola è importante per trasmettere e diffondere questa testimonianza; per capire che la ricerca scientifica non può (o non dovrebbe) vivere soltanto per obiettivi militari e/o di profitto; per aiutare i giovani a capire l’importanza del logo europeo: l’unità nella diversità, cioè l’equilibrio tra eguaglianza e diversità nella libertà e nella solidarietà. Nella scuola, la sede di elezione per insegnare, capire e diffondere tutto questo mi sembra in primo luogo il liceo classico, per quanto modificato, aggiornato, “restaurato”: senza nulla voler togliere alla componente umanistica comunque necessaria anche nelle altre forme di liceo e di istruzione pre-universitaria ed ai meriti di esse. Perciò assolvo con convinzione il liceo, nonostante i suoi indiscutibili torti; e spero che i miei nipoti e i loro nipoti, e i nipoti dei loro nipoti possano (se lo vorranno) frequentarlo anche essi.