Nome di donna

REGIA: Marco Tullio Giordana
PRODUZIONE: Italia, Lumière & Co. – Rai Cinema – 2018 – Drammatico
INTERPRETI: Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Adriana Asti, Michela Cescon, Stefano Scandaletti, Bebo Storti

Sinossi:

Nina Martini è una giovane donna che trova lavoro in una rinomata residenza per anziani in un paesino della Brianza, dove si trasferisce con la sua bambina. Subisce avances sessuali dal dirigente della struttura. Scopre che non è la prima volta che accade e decide di denunciarlo, ma si scontra con l’omertà delle colleghe e la prepotenza di un sistema amministrativo conservatore e dispotico. Con l’aiuto del suo compagno e di un avvocato agguerrito, riuscirà a portare la questione in tribunale, dove otterrà giustizia. Per sé, per sua figlia e per ogni altra donna.
In nome di donna si affronta il tema delle molestie sul lavoro, fenomeno (in Italia secondo i dati Istat quasi nove milioni di donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul luogo di lavoro senza calcolare il “sommerso” di questi abusi) che si inserisce in un quadro di progressiva e inarrestabile precarizzazione del mondo del lavoro, se non vera e propria “schiavizzazione”, di fragilità e riscattabilità che aumenta nel caso di donne straniere come sono molte delle colleghe di Nina.
Giordana sceglie un atteggiamento distaccato, dai toni molto descrittivi, con inquadrature statiche e vedute dall’alto del suggestivo paesaggio della campagna e della grande villa dove hanno luogo le vicende, mentre la musica suona a tratti decisamente enfatica.
Sono passati quindici anni da un film come Mi piace lavorare (Mobbing) di Francesca Comencini (2003), un’opera ‘a tesi’, in origine pensata come un documentario, la cui esattezza e il cui scavo psicologico del personaggio ne fanno un film ancora molto attuale; e dieci anni da Tutta la vita davanti di Paolo Virzì (2008). Nel frattempo, la condizione femminile nel mondo del lavoro, dalle diseguaglianze salariali alla sicurezza, sino alla cronica vulnerabilità della sua dignità umana e professionale, è molto preoccupante e, per certi versi regredita.
(sintesi da www.cinecriticaweb.it)

Marco Tullio Giordana

Nato a Milano nel 1950, ha fatto del cinema lo strumento per la denuncia civile affrontando questioni sociali e politiche cruciali che affliggono tutt’oggi l’Italia. I suoi film, frutto di una pacata, ma inflessibile, riflessione sulle vicende irrisolte del nostro Paese, dalla mafia alle stragi politiche, dal terrorismo al mistero Pasolini, in cui spesso le istituzioni appaiono gravemente coinvolte.
Si ricordano in particolare film come I cento passi (2000, sceneggiato con Claudio Fava e Monica Zapelli) e La meglio gioventù (2003, sceneggiato da Rulli e Petraglia, già autori di Pasolini, un delitto italiano (1995) e Romanzo di una strage (2012), tra ricostruzione storico-politica dell’attentato di Piazza Fontana e dramma giudiziario. Ha inoltre scritto (con Monica Zapelli) la fiction televisiva Lea, sulla vicenda di Lea Garofalo uccisa dal compagno affiliato alla ‘ndrangheta.

Giordana: «Nome di donna, il mio film contro le molestie sul lavoro»

Il regista parla dell’opera, in uscita l’8 marzo, con Cristiana Capotondi: «Non c’entra la guerra dei sessi, la questione centrale è sempre l’abuso di potere»
Una donna che ha il coraggio di denunciare abusi e intimidazioni si trova sola, avvolta nel silenzio omertoso di chi ha li ugualmente vissuti ma non ha la forza di sottrarsi al ricatto. Un colpevole che si fa scudo di complici compiacenti e della certezza dell’immunità, sicuro di non dover mai rispondere davanti alla legge dei sui crimini. Nome di donna, l’ultimo film di Marco Tullio Giordana, protagonista Cristiana Capotondi, racconta un’attualissima vicenda di molestie sul lavoro in una casa di riposo per anziani danarosi. Le atmosfere narrate dal regista de I cento passi, La meglio gioventù, Romanzo di una strage rimandano alle atmosfere del suo cinema civile. «Il copione di Cristiana Mainardi mi è stato proposto due anni fa — racconta Giordana al Corriere —. Ha il pregio di sottrarsi alla trappola insopportabile del film militante, della buona causa. Mette al centro un personaggio coraggioso. Nina, madre single che per bisogno si trasferisce da Milano nelle campagne del cremonese non è così diversa da Lea Garofalo o Licia Pinelli che dovettero affrontare in solitudine la faccia più odiosa del sistema».

Qui il sistema ha i volti del direttore del centro Marco Maria Torri (Valerio Binasco), molestatore seriale impunito, e di don Roberto Ferrari (Bebo Storti), suo vice.

«La questione centrale è l’abuso di potere, non la deliziosa guerra dei sessi. O quelli, come dice Adriana Asti, attrice ospite del centro, che un tempo “si chiamavano complimenti”. Non c’è da discutere: ognuno, uomo o donna, sa bene quale sia il limite. In camera da letto, tra adulti consenzienti, liberi tutti. Ma nel film il confine si supera già quando il dirigente convoca Nina da sola nel suo ufficio e le dà del tu, facendo insinuazioni sulla sua vita privata».

Da mesi si discute di molestie. L’avevate previsto?

«Al contrario, Cristiana lo ha scritto due anni fa e non se ne parlava affatto. Quando è esplosa la vicenda Weinstein ho temuto che sarebbe stato solo un fuoco di paglia, invece il dibattito è fecondo e uscire l’8 marzo, giorno di lotta e festa, è una felice coincidenza».

Lei ha parlato di «untuosità di quanti sono andati a sbucciare le vittime dei soprusi anziché esprimere solidarietà». A chi si riferisce?

«A Asia Argento, certo. In Italia è stata messa in croce lei, in altri paesi no. Ha fatto una cosa coraggiosa e temeraria, importantissima, non posso non sentirmi dalla sua parte. Se non mi sono espresso prima è perché non volevo si pensasse che cercassi pubblicità per il film. Ora che esce ne approfitto per esprimere tutta la mia solidarietà».

Cosa pensa della lettera «Dissenso comune» firmata da duecento attrici?

«Dovrebbe essere aperta anche a firme di uomini. Io ho dato mio contributo con questo film. Se pensiamo a qualcuno che ha saputo scavare in profondità nelle pieghe dei rapporti tra i sessi, è stato un uomo, Ingmar Bergman. Mi risulta difficile riportare tutto a una questione di genere, mi sembra riduttivo. Il nostro film mostra senza edulcorare anche l’ambiguità dei personaggi femminili, la mancanza di solidarietà tra colleghe, l’avvocata che difende il molestatore. La questione è culturale. Le battaglie importanti – Rivoluzione francese, Resistenza – hanno cambiato la storia perché hanno liberato tutti, non perché hanno sostituito una parte con l’altra».
(Intervista di Stefania Ulivi, Corriere della Sera, 2 marzo 2018)