Il senso della bellezza

REGIA: Valerio Jalongo
PRODUZIONE: Amka Films, RSI Radiotelevisione Svizzera SRG SSR, Ameuropa International con Rai Cinema – 2017 – Documentario
FOTOGRAFIA: Alessandro Pesci, Leandro Monti

Sinossi:

In nove capitoli densi di domande e risposte anche di segno opposto, il film svela il significato del proprio titolo nella pratica della curiosità, della conoscenza, alternando a immagini della natura come la conosciamo e la percepiamo, ad altre, artistiche, in altissima definizione provenienti dalle opere di artisti internazionali, che la ricreano ispirandosi alle scoperte della fisica: oltre a The Weather Project della star Olafur Eliasson, la danza delle particelle dello scienziato artista David Glowacki, l’interazione tra onde sonore e acqua di Alexander Lauterwasser, le esperienze cinetiche di Paul Prudence, la prefigurazione del mondo quantico nelle fluttuazioni create da Markos Kay, le installazioni umane di Antony Gormley, gli ambienti immersivi di Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand, le esplosioni elaborate da Fabian Oefner, le sequenze di design 3D di Robert Hodgin, a cui si devono le immagini finali, la ricerca sul suono di Carla Scaletti, le ambientazioni spaziali di Charles Lindsay e le fotografie di Michael Hoch.

(da: mymovie)

 

Note di regia, di Valerio Jalongo

Molti di noi assistono con sgomento alla crisi dell’Europa, del suo sistema politico, dei suoi ideali assediati da antiche diffidenze e nuovi fanatismi. C’è un’istituzione europea però che resiste, e anzi sembra aumentare il suo prestigio. È il CERN di Ginevra, creato nel dopoguerra dai fisici europei quasi come antitesi al Progetto Manhattan – che portò alle bombe americane di Hiroshima e Nagasaki.

Il CERN ha scopi pacifici, non ha finalità di lucro e le sue scoperte sono condivise e a disposizione di tutti. Forse questo spiega un singolare paradosso nella storia di questa grande comunità di scienziati: e cioè come mai un laboratorio di Fisica delle particelle, dove si persegue la conoscenza pura, senza alcuna applicazione pratica, sia stato all’origine dell’invenzione che più di ogni altra ha rivoluzionato le nostre vite. È infatti al CERN che nel 1990 nasce il World Wide Web, l’internet libero di un mondo senza più confini.

Il senso della bellezza racconta un momento speciale del CERN, a sessant’anni dalla sua nascita. È l’inizio di un nuovo eccezionale esperimento con l’LHC – il Large Hadron Collider. In questo anello a cento metri di profondità e lungo ventisette chilometri si producono ogni secondo miliardi di collisioni tra particelle subatomiche. Perché? Cosa stanno cercando i fisici con i loro rivelatori? Queste specie di macchine fotografiche di proporzioni titaniche come ATLAS e CMS, sono capaci di scattare quaranta milioni di “fotografie” al secondo.

Ma chiamarle “fotografie” è in realtà una semplificazione per i media. Nessun fisico usa davvero quelle immagini per elaborare le proprie teorie. Perché i fisici degli ultimi cento anni hanno imparato a loro spese che siamo di fronte ad alcuni aspetti della Natura che sembrano assurdi.

Ormai i fisici cercano di avvicinarsi a questi fenomeni per noi ancora misteriosi con la matematica, e con esperimenti che forniscono posizioni, dati statistici, numeri. Sanno di non avere più nessuna immagine concreta della Natura da offrirci. E non solo perché si tratta di realtà infinitamente piccole, invisibili. Ma perché la natura, nella sua essenza, ha un comportamento che è lontano dal senso comune e dai nostri cinque sensi.

La Fisica moderna ha distrutto le ultime certezze che venivano dalla nostra esperienza del mondo, ma non ha trovato una spiegazione altrettanto certa e definitiva. La scienza, questo dovremmo averlo capito ormai, non cerca verità assolute, è sempre in cammino, sospinta solo dal dubbio e dall’ansia di conoscere.

Molti anni fa ho letto un frammento di un filosofo greco, Eraclito. «La natura ama nascondersi» diceva. Ma la natura non è forse ciò che è ovunque intorno a noi? Cos’è che ci sfugge? C’è qualcosa di invisibile ai nostri occhi?

Da dove veniamo? Che cosa siamo? Dove andiamo? è uno dei quadri più belli di Paul Gauguin, e queste grandi domande di solito le associamo alla filosofia, alla religione, all’arte… non certo alle scienze esatte.

È invece questa la matrice profondamente umana che rintracciamo nella Fisica e in particolare nelle ricerche del CERN. Nonostante la complessità in cui ognuno di noi vive immerso, la frammentazione ed estrema specializzazione delle competenze e dei mestieri, resta il bisogno di superare la paura che tutto questo ci infonde, e ancora di più, l’aspirazione a comprendere di cosa siamo parte.

Come diceva Einstein, il mistero più grande è la nostra capacità di conoscere l’universo, di afferrarne la misteriosa semplicità e bellezza.

 

Intervista al regista

Valerio Jalongo, lei è di formazione filosofo e solo successivamente si è dedicato al cinema. Cosa l’ha portata a prendere questa strada?

Devo dire che erano due passioni che coesistevano fin dall’inizio. […] la scienza ha ormai un ruolo così grande, sta cambiando le nostre vite, e non può più essere appannaggio di pochi. Ne faccio un discorso se vuoi di democrazia: spesso al Cern dicevano “La scienza non è democratica” perché non si fa una votazione per decidere chi ha ragione: chi riesce a fare l’esperimento, ha la teoria che funziona, vince. Però questo non vuol dire che non debba essere in qualche modo compresa da un grande numero di persone e in qualche modo ricondotta a degli obiettivi comuni.

Come è nata l’idea di questo film?

Sono andato a fare una visita al Cern mi hanno fatto scendere in queste caverne, ho visto queste macchine e ho pensato: come è possibile che non ne so nulla di questo luogo? Lì vedi davvero la potenza, anche in qualche modo spaventosa, della tecnologia, vedi una macchina alta venticinque metri come quei rilevatori con miliardi di cavi, di tubi, di sensori. Ma come è nata una cosa del genere?

Il Cern poterebbe diventare un riferimento sociale, culturale, politico?

Questa è una delle cose che mi è più care: io credo che se fosse stato soltanto un film sulla Fisica non mi avrebbe appassionato così tanto. È stato come un cortocircuito, incontrare la scienza fondamentale, che si occupa delle grandi domande che da sempre interessano l’uomo e insieme scoprire la grande comunità del Cern, che dimostra che il mondo è già pronto per questa condivisione senza frontiere, se ci fosse ovviamente non solo la volontà e la passione ma anche una cultura che la rende possibile. Lì incontri fisici di tutto il mondo con diverse tradizioni, diverse lingue, diverse religioni, che però non hanno problemi a condividere il loro lavoro, ma soprattutto hanno una passione e uno scopo. Per fare una macchina così complessa e farla lavorare vuol dire che c’è una totale armonia di scopi, di intenti e loro dicono: “Noi riusciamo a fare questo perché non c’è la politica, non c’è l’interesse personale”. […]

Ecco parlare del film è importante secondo me proprio perché viviamo in un momento di regressione, di gente che propone secessioni, di tornare al dialetto. Questi sono tutti segnali di paura, di chiusura, come dire questo mondo è troppo complesso, guardo indietro invece di guardare avanti. […] i nazionalismi, i particolarismi sono devastanti proprio perché dettati dalla frustrazione, dalla paura, dalla rabbia. […]

Quello che l’Europa ha dato al mondo è proprio l’amore per la conoscenza. Come Dante diceva su di Ulisse che si avventura al di là delle colonne d’Ercole, l’uomo Europeo non si affida alle tradizioni ma vuole scoprire l’ignoto e questa è una delle cose importanti che ci contraddistinguono come Europei, dovremmo rivendicarle. Al momento l’Europa è un orizzonte da tenere aperto, ci sono tanti segnali che invece ci vorrebbero ributtare indietro, forze italiane anti-europeiste sono allarmanti perché appunto vogliono catalizzare la paura della gente prospettando soluzioni che sono false in quanto sono semplicistiche, soddisfano la paura del momento.

La frase di chiusura del film allude al ruolo dei sogni nel processo di conoscenza. Cosa sono per lei i sogni? Allucinazioni o la sede dell’animalità come proposto da Freud? Oppure come un vero e proprio linguaggio possono, non solo essere compresi, ma farci arrivare a una verità più profonda?

È una domanda difficile, però posso dirti come sono arrivato a quell’ultima scena. Fin dall’inizio c’era quest’idea di finire il film in una caverna, con quelle rappresentazioni… intanto per una sorta di senso di fratellanza con i nostri avi che si erano posti anche loro dei problemi su come è veramente il mondo. L’idea della deprivazione sensoriale, di andare nell’oscurità, nel silenzio, nella caverna, per percepire delle cose che nel mondo non riusciamo a vedere, è in contatto con la dimensione onirica […].

Possiamo arrivare a un milionesimo di un milionesimo di secondo dal Big Bang, come hanno fatto con gli esperimenti del Cern, ma a che cosa c’era prima di quel milionesimo no. Perciò l’elemento del mistero si ricollega al momento della bellezza. Perché noi percepiamo la bellezza? Cos’è veramente la bellezza? Io non sono d’accordo con gli scienziati che dicono: la bellezza è solo una nostra proiezione. Penso che noi siamo capaci di percepire questa bellezza perché ne siamo profondamente parte. Quindi il sogno in fondo è questo legame misterioso che noi abbiamo con il tutto. Paul Dirac, considerato il più grande fisico del ‘900 dopo Einstein, diceva: «Io tra un’equazione bella e una giusta scelgo sempre quella bella». C’è qualcosa di misterioso nella bellezza così come c’è qualcosa di misterioso nei sogni. Freud diceva: tu puoi continuare ad analizzare un sogno, ma a un certo punto arrivi a una specie di ombelico dove ti ricolleghi a qualcosa che non ha più a vedere solo con l’individuo che ha sognato, arrivi a qualcosa di più universale, in ultima analisi misterioso. Quando Paul Dirac trova l’equazione, che nel film viene tracciata sulla lavagna dal vecchio fisico cinese e che esprime come si muovono gli elettroni intorno a un atomo, era attratto dall’enorme bellezza e semplicità di questa equazione. Qualche anno dopo rileggendola in un altro modo si rese conto che prediceva l’esistenza dell’antimateria.

Qui tocchiamo un aspetto misterioso della matematica e della conoscenza, per cui poi le intuizioni di Einstein, di Dirac, sono molto simili al sogno del primitivo, partono da un’intuizione, non da un esperimento: l’esperimento arriva dopo, e serve per falsificare o verificare l’ipotesi.

Come se il nostro inconscio fosse più intelligente della nostra coscienza.

Sì, per me è sicuro: anche nel fare un film funziona così. A un certo punto mi sono perso, non sapevo più dove stavo andando. Mi guidava il film, e io seguivo quello che succedeva, perché i “suggerimenti”, che arrivano da non si sa dove, come una intuizione spontanea, sono molto più profondi e potenti. Se pretendi di avere sempre un controllo razionale, non vai da nessuna parte.

(sintesi da Rappresentare l’invisibile. Il senso della bellezza per Jalongo, di Martina Brandizzi e Ilaria Rocchi, Left, 28 dicembre 2017)