Indizi di felicità

di Walter Veltroni

Lunedì 4 dicembre 2017 – ore 9.30
Casa del cinema – L.go Marcello Mastroianni, 1 (Villa Borghese)

A seguire incontro/dibattito con Walter Veltroni

Comunicato stampa 4-12-2017

INDIZI DI FELICITÀ

Regia e sceneggiatura: Walter Veltroni
Produzione: Italia – 2017 – Nexo Digital

Il nuovo documentario di Veltroni indaga sulla possibilità della felicità in un tempo che, come quello che stiamo vivendo, sembrerebbe escluderla o considerarla una sciocca utopia. A partire da persone comuni, dal loro vissuto personale, familiare, professionale: un incontro importante, l’arrivo di una notizia a lungo attesa o un momento di crisi profonda ci vengono descritti momenti di felicità possibile e reale.

[…] Veltroni non pensa, come Adorno, che non si possa mai affermare di essere felici ma semmai di esserlo stati, essendo praticamente impossibile cogliere il senso della felicità nel momento in cui essa si manifesta. Ci propone quindi testimonianze di varia natura […].

Dalla coppia che ricorda il primo bacio ma anche la nascita di un figlio cerebroleso fino al sopravvissuto alla Shoah che oggi è felice di poter lasciare la sua testimonianza alle nuove generazioni è un susseguirsi di descrizioni di esperienze che il cinefilo Veltroni fa precedere e seguire da due canzoni che hanno segnato la storia del cinema. Senza citare quali siano (per non togliere il piacere della sorpresa) si può rilevare che per una delle due l’autore non può non essere consapevole che è stata anche alla base di una delle scene di violenza cinematografica più discusse. L’averla scelta sembrerebbe voler indicare come da una stessa situazione possano nascere la negatività più estrema così come quegli indizi di felicità che si è andati a ricercare. Una ricerca che finisce con il far sì che ogni spettatore provi, magari per la prima volta, a porre la domanda anche a se stesso. (dalla recensione di Recensione di Giancarlo Zappoli, mymovies.it, 10 maggio 2017)

Gli “Indizi di felicità” di Veltroni e quei momenti di ordinaria gioia in un mondo dilaniato
di Natalia Aspesi Repubblica, 11 maggio 2017

Felicità, che parola strana, forse desueta, forse usata ormai solo dal marketing e dalle canzoni, forse un’emozione vera o invece un’idea inesistente e perciò inventata. Persino i bambini piccoli tenuti per mano dalla mamma hanno spesso l’aria musona, insomma può capitare che anche per loro, che ancora nulla sanno del mondo, non sia facile essere raggiunti dal mistero della felicità. E gli indizi, proprio gli indizi di felicità, gli accenni, i momenti inaspettati e quasi dimenticati, quelli incisi nel corpo per sempre, paiono lontani, lampi del passato, mai del presente, perché gli attimi di felicità (che se avessero un colore sarebbe arcobaleno) quando arrivano, anche nel dolore o nell’infelicità, sono così improvvisi e forse ingiustificati, che non si riescono a trattenere se non per poco.

Indizi di felicità s’intitola il nuovo documentario di Walter Veltroni (in sala il 22, 23 e 24 maggio) che questi lampi di pienezza, forse del pensiero, sicuramente del cuore e del corpo, li va a scavare nella vita degli altri: l’anziana pianista che ha fatto la staffetta partigiana e ha in mano una rosa bianca, il giovane ridente, ricciuto e tutto tatuato che insegna surf ai disabili, la bella pacata signora che nel 2011 era nella torre Nord di New York al momento dell’attacco terroristico ed è riuscita a salvarsi, la coppia di vegetariani che gestisce un negozio di salumeria beatamente insieme da decenni, il bel seminarista biondo e tifoso con la maglietta della Sampdoria, il vecchio ciclista che correva con Coppi di cui ricorda il catorcio di una sua bici arancione, il talento della fisica che ha contribuito alla scoperta della particella di Dio, il monaco in jeans che ha scelto il silenzio e la preghiera. Gli indizi Veltroni li intravede subito, e la sua avventura nella felicità comincia dalle parole colte e pacate di Benedetto, rabbino presidente della scuola ebraica di Roma per il quale «è possibile rinascere dopo il buio spaventoso», e la termina con i ricordi dolorosi eppure rasserenati di Sami, un vecchio gentiluomo scampato adolescente ai campi di concentramento, e che da 11 anni è «felice, felice» perché va nelle scuole a raccontare ciò che non dovrà mai essere dimenticato; e questo è un modo sapiente di racchiudere una possibile felicità proprio dentro le mura della storia di un popolo che ha conosciuto eterna esclusione, pogrom e Olocausto.

Nella sua vita politica Veltroni che oggi ha 62 anni, è mai stato felice? Dice di sì, in una carriera lunghissima con certe esperienze di grande intensità che ha vissuto come una missione bellissima: vicepresidente del Consiglio, ministro dei Beni culturali, segretario dei democratici di sinistra, sindaco di Roma, segretario del Pd. Ma è ovvio che rifiuti ormai un impegno quotidiano in politica (con questa politica ormai sfasciata e lontana da ogni possibile felicità) e infatti pur essendo sempre iscritto al Pd che lui stesso ha contribuito a fondare, non è più in Parlamento; ha scritto decine di saggi, qualche romanzo, e adesso dice «un impegno civile lo si può avere in tanti modi, e il mio prosegue attraverso il cinema».

In un tempo di paura, menzogne e rabbia, di guerre e terrorismo, di spoliticizzazione e di ignoranza politica, di odi personali tra simili e di ideologie liquefatte, al suo terzo lungometraggio, Veltroni ridà esistenza e valore a quella grande risorsa umana che si nasconde nella nostra quotidianità e che ha smesso di fare notizia nel mondo delle non notizie e delle notizie no: una gioia intima, un sentimento di completezza, un’inspiegabile stordimento. Dice la voce all’inizio del film, che è poi quella dell’autore: «La felicità richiede sempre fatica, capacità di vincere sfide e di superare ostacoli. La felicità esiste forse solo se condivisa e se è ricerca costante di un obiettivo, di una meta, di un sogno da realizzare». Insomma la vera felicità secondo Veltroni è civiltà, è politica, è comunione.

Il primo indizio, quello con cui inizia il documentario, lo dà un giovanotto che, alle 7 del mattino, sale su un vagone della metropolitana londinese in cui viaggia verso il lavoro una piccola folla di passeggeri seduti e in piedi, stanchi e imbronciati, ognuno isolato dagli altri. E distribuendo un foglietto con le parole di Over the rainbow, il giovane uomo invita tutti a cantare con lui «questa canzone magica: perché non è quello che abbiamo ma ciò che ci piace che dà la felicità»: ed è una vera magia, perché a poco a poco tutti si mettono a cantare. Ma davvero basta così poco per cancellare il mondo alieno che subito dopo, per 7 allucinanti e interminabili minuti, Veltroni ci ricorda attraverso le immagini confuse delle tragedie che da anni dilaniano il mondo? Terrorismo, guerra civile, terremoti, stragi, rovine, bombardamenti, droni, uso di gas mortali, e bambini: bambini terrorizzati, bambini feriti, bambini annegati, bambini ridotti a pezzi, ad Aleppo, a Londra, in Belgio, in Cecenia, a Parigi, in Libia, in Norvegia, nel Mediterraneo, in Italia, ad Amatrice, dove finalmente una piccina bionda viene estratta viva dalle macerie del terremoto e abbracciata con immensa felicità dai suoi salvatori.

Nel viaggio di Veltroni, quasi sempre la felicità arriva dopo un grande dolore, e chi la racconta lo fa spesso piangendo, di sollievo o forse perché appunto strettamente intrecciata con la paura e lo spaesamento: come il sorridente Nunzio cui avevano diagnosticato un tumore e sei mesi di vita, non ci ha creduto e ora è guarito, e gli basta quando si sveglia guardare il soffitto della sua camera per sentire la gioia di vivere. Però si può vivere anche senza felicità, come Bruno che a Caivano vicino a Napoli cerca di aiutare i bambini perché non diventino come lui che ha fatto dieci anni di galera e ha perso nel crimine quando era ragazzino, un fratello e 12 dei suoi 14 amici: «Io non ho la felicità, ma la speranza, e guardo al mondo intero come felicità». Quasi sempre negli incontri di Veltroni, l’emozione della gioia è un ricordo, ma non per Mario dalla barba bianca che ha avuto il terrore di perdere la sua baita meravigliosa, messa all’asta dopo un fallimento: «Ieri sera ho pensato che era meglio morire piuttosto che andarmene, poi stamattina mi hanno detto che tutto è sistemato e sono l’uomo più felice della terra ed era ancora notte quando sono andato ad accarezzare le mie piante».