SI PUÒ FARE

di Giulio Manfredonia

Lunedì 30 novembre 2015 – Ore 9:30
Casa del Cinema – L.go Marcello Mastroianni, 1 (Villa Borghese)

Incontro/dibattito

Comunicato stampa 30-11-2015

Sintesi dibattito 30-11-2015

Si può fare

Regia: Giulio Manfredonia
Sceneggiatura: Fabio Bonifacci, Giulio Manfredonia
Produzione: Italia – 2008 – commedia/drammatico
Interpreti: Claudio Bisio, Anita Caprioli, Andrea Bosca, Giovanni Calcagno, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Maria Rosaria Russo, Michele De Virgilio, Carlo Giuseppe Gabardini

Milano 1983. La Legge Basaglia ha chiuso i manicomi, Nello (Claudio Bisio) viene allontanato dal sindacato e assume la direzione di una cooperativa di ex pazienti degli istituti psichiatrici.

Recensioni
Si può fare un film sulla malattia, in questo caso mentale, senza essere scorretti né troppo corretti, senza deprimere, al contrario divertendo e facendo partecipare il pubblico a quella che è una storia collettiva. Giulio Manfredonia, al suo terzo lungometraggio di fiction, evita la ricerca dell’identificazione dello spettatore con il protagonista o con gli altri personaggi, lasciandolo seduto in pace ad assistere ad una favola non del tutto inventata. [..]. Si può fare riesce ad essere al tempo stesso una favola esistenziale ed un film sull’Italia degli anni ’80, ben rappresentata nelle tematiche d’attualità ed appena accennata nelle scenografie. Riesce a parlare di un tema importante e a mettere in discussione alcuni aspetti di una pietra miliare quale la legge Basaglia senza mai calcare la mano, senza portare alcuna verità, ma solo un punto di vista. Punto di vista che è laterale rispetto a quello di Nello, sindacalista cinquantenne, in rotta con la moglie perché troppo arretrato, con il sindacato perché troppo avanzato. Nello rispecchia il clima di confusione che si è venuto a creare in un momento in cui Mercato e Diritti si contrapponevano, ma il punto di vista di Manfredonia è quello finale, che coglie le buone intenzioni di Nello e il passo in avanti del dottor Del Vecchio, sensibilità e psichiatria. La dinamica dei rapporti umani interni alla storia è prevedibile, ma è la macrostoria che conta in questo film e gli attori sono bravi a rendere veri i propri personaggi. Il punto di forza del film è nella comicità di molte situazioni, non ci sono macchiette ma c’è molta ironia. La frase che meglio sintetizza lo spirito della Cooperativa 180: “siamo matti, mica scemi”. (da Glauco Almonte cinemadelsilenzio.it)

Non solo: la sua opera ha anche un impegno civile, politico e storico, dal momento che si ispira a fatti realmente accaduti, a quegli anni ottanta in cui la legge 180 (il nome della cooperativa nella finzione) aprì i manicomi lasciando nel nulla i loro malati, e sorsero le prime cooperative (quella del film s’ispira alla Noncello di Pordenone). L’idea motrice della commedia, infatti, applica l’organizzazione operaia da fabbrica, da cooperativa, ai diversamente abili, rispettandoli, rendendoli responsabili, con voce in capitolo.
(da Niccolò Rangoni Machiavelli spietati.it)

“La follia è una condizione umana” dichiarava Basaglia, psichiatra. “In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla”. […] Se Pippo Delbono nel documentario Grido mostrava una via alternativa alla pazzia attraverso il teatro, Manfredonia tramuta episodi reali – e nello specifico la storia della Cooperativa Sociale Noncello – in fiction, trattando con la dovuta discrezione un argomento tanto delicato che appartiene alla storia dell’Italia, nel rispetto di chi convive con l’infermità mentale e di chi ci lavora. (da Tirza Bonifazi, mymovies)

Giulio Manfredonia inizia la sua carriera come assistente alla regia di Cristina Comencini e Luigi Comencini, mentre si forma anche come collaboratore al montaggio, autore di backstage, approfondimenti e di un valido cortometraggio, Tanti auguri, che vince il Nastro d’Argento e il premio come miglior cortometraggio al festival di Annecy. Nel 1999 è assistente alla regia di Antonio Albanese ne La fame e la sete, seguito dalla coregia con Donatella Maiorca, della serie televisiva Giornalisti. È del 2009 la fiction tv Fratelli Detective. Nel 2001 dirige il suo primo film, Se fossi in te, di cui è anche sceneggiatore. Continua con le commedie; È già ieri (2004), remake di Ricomincio da capo con Bill Murray; e Si può fare; Qualunquemente (2011) e Tutto tutto niente niente con l’attore e amico Antonio Albanese. Nel 2014 torna sul tema delle cooperative, stavolta quelle assegnatarie delle terre confiscate alle mafie nell’Italia del Sud, con il film La nostra terra.

Intervista a Giulio Manfredonia
Nello (Claudio Bisio) è un uomo inquieto, a volte iroso ed altre ingenuo e generoso, frustrato negli ideali e incerto sulla vita professionale come su quella sentimentale. Siamo a Milano nei primi anni Ottanta, da poco tempo è stata approvata la 180, nota come legge Basaglia dal nome del combattivo psichiatra. Che consapevolezza ha Nello di come stia cambiando il mondo intorno a lui?
«Nello viene dal mondo del lavoro, e nel suo campo è un uomo molto “avanti”. E per questo paga lo scotto dell’epoca in cui vive, di una sinistra troppo arroccata sul mito del posto fisso, poco creativa, troppo antagonista e poco agonista. È troppo moderno, almeno sul lavoro. In casa è diverso. Anche qui è vittima dei tempi, del cambiamento del ruolo della donna che non sa gestire, nonostante ci provi. In qualche maniera arriva a dirigere la cooperativa anche lui da emarginato. E forse è per questo che ci mette tanto impegno, perché anche lui ha bisogno di un riscatto.
Il fatto che sia un sindacalista e non uno psichiatra non è casuale. Nello non sa niente di psichiatria quando conosce i suoi “nuovi soci”, li guarda da profano e, in definitiva, li tratta alla pari, come persone. Ne avverte il disagio, ma non è certamente questo il centro del suo relazionarsi con loro, riesce a vedere anche “il resto”, senza pregiudizi e, anzi, con una forte motivazione nel trovare in loro delle qualità, delle capacità. E in questo Nello rivela una straordinaria, istintiva dote di “talent scout” e di motivatore. Tutto ciò è chiaramente molto terapeutico, molto “basagliano”, ma Nello non lo sa, né, tutto sommato, gliene importa un granché».

[…] Le commedie dei tuoi film, fin dal primo e originalissimo Se fossi in te, si alimentano di imprevisti, ribaltamenti temporali, scambi di ruoli e identità. Ci verrebbe da definirle, se ci passi il termine, “aggraziate commedie di scambisti”. Anche Si può fare contiene al suo interno alcuni di quei tratti tipici del tuo fare cinema? Quali passaggi in particolare?
«In realtà, credo che ci sia una grande novità rispetto ai miei precedenti film: questo è ispirato a vicende realmente accadute. La “trasformazione” più evidente che si racconta nel film, quella di un gruppo di ex internati manicomiali in persone autonome e libere, non è, per così dire, un’invenzione narrativa, un artifizio, ma la sintesi di tante storie di persone vere che ho incontrato, conosciuto, o anche solo di cui ho sentito raccontare. È anche, più in generale, la storia di una “rivoluzione” che ha cambiato radicalmente non solo il trattamento sanitario dei “matti”, ma la stessa idea di follia e il modo in cui la malattia mentale viene concepita socialmente e, direi, culturalmente. Spero di essere riuscito almeno in parte a rendere la forza di questo epocale cambiamento. Naturalmente poi, per tornare alla domanda, si possono rintracciare anche in Si può fare temi e sapori presenti nelle mie precedenti commedie, e sicuramente il “gioco di ruoli” delle identità reali e percepite, e sempre in movimento, è anche qui presente. “Da vicino nessuno è normale”, dice un vecchio adagio basagliano. Ecco, mi interessava affrontare il tema della normalità, vera, presunta, millantata, così rassicurante, ma anche così grigia rispetto ai colori della vita. I protagonisti della nostra storia sono al contempo completamente fuori dal normale, eppure così simili a tutti noi, tanto che ad un certo punto ci si identifica completamente con loro. Questo era lo scambio di identità che più mi interessava scandagliare, quello tra i miei matti e lo spettatore. Sperando che accada». (agiscuola.it)