LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE

Lunedì 1 dicembre 2014 – Ore 9:00: proiezione del film“LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE” di Pierfrancesco Diliberto e successivo incontro/dibattito con Marco Martani, co-autore della sceneggiatura.
Casa del Cinema – L.go Marcello Mastroianni, 1 (Villa Borghese)

Comunicato stampa 1-12-2014

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE

Regia: Pierfrancesco Diliberto
Sceneggiatura: Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani
Produzione: Italia – 2013 – Commedia
Interpreti: Cristiana Capotondi, Pierfrancesco Diliberto, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè, Ninni Bruschetta, Barbara Tabita

Attraverso i ricordi d’infanzia del giornalista Arturo, interpretato dal regista, il film offre una ricostruzione surreale delle vicende di Mafia che hanno connotato un ventennio della seconda metà Novecento nella città di Palermo da una angolazione molto personale, quella degli occhi di un bambino concepito lo stesso giorno e nel palazzo di una delle stragi. Questa coincidenza lo renderà capace di straordinari poteri: individuare i mafiosi al primo incontro; e naturalmente gli aprirà la strada alla carriera giornalistica.

«[…] l’autore ha lo sguardo del fanciullino, e sa mantenerlo anche quando lo posa su una realtà orribile come la mafia dei delitti eccellenti e delle stragi. Su cosa significhi davvero “convivere con la mafia”: essere bambini e non poter andare al bar dove compri le paste per la compagna di classe di cui sei innamorato, perché in quel bar la mafia ha ucciso il capo della Squadra mobile di Palermo. Questo sguardo fanciullesco Pif lo asseconda muovendosi tra il comico, il patetico e il drammatico, con la sensibilità e l’incoscienza del poeta; di chi sta di fronte a un limite e si butta in avanti perché gli sembra strano far diversamente. E il limite, in questo caso, è il ridere di mafia usando la risata come mezzo, e non come fine. Non è facile o scontato deridere Toto Riina, boss ancora in grado di minacciare magistrati, come ha fatto col giudice Di Matteo, per ben due volte nell’arco di poche settimane. […] Che cosa è l’omertà, per un bambino? È la paura che se ti innamori di una donna muori, perché nella quotidiana rimozione dell’orrore gli adulti non fanno che dire “ma quale delitto di mafia, quello l’hanno ammazzato perché ci piacevano le femmine!”. È il pensiero magico che trasforma il sibillino Andreotti in una rassicurante voce di verità, piegando ai propri desideri il frasario grigio e trasversale da democristiano. Ma crescere a Palermo, negli anni Ottanta, significa capire che di quella voce bisogna diffidare. Succede quando Arturo vince il concorso indetto da un giornale, e per un mese scrive articoli. Si fionda allora in prefettura a intervistare Dalla Chiesa, e gli chiede “l’onorevole Andreotti dice che l’emergenza criminale è in Campania e in Calabria. Generale, ha forse sbagliato Regione?”; uscendo nota come sia assurdo combattere una guerra quando fuori dall’ufficio del Generale ci sono appena due agenti. Non sa, Arturo, che Dalla Chiesa a Palermo ha rinunciato alla scorta. […] Se la mafia è l’elefante nella stanza di cui nessuno vuol parlare, nemmeno quando schiaccia qualcuno, il piccolo Arturo continuamente ci va a sbattere contro. Oppure, osceno ai nostri occhi adulti, gioca con quell’elefante e noi, ridendo, non abbiamo più paura di vederlo, come prima. E da adulto – ma non troppo – quando finalmente incontra Flora, l’amore di una vita, è costretto a lavorare per Salvo Lima, pur di poterla frequentare, perché lei ne è l’assistente. Ma è proprio nella stagione più orribile che di recente ha conosciuto Palermo, quella che dall’uccisione di Lima passa per Capaci e Via D’Amelio, che il loro amore può accadere. Siamo al consolatorio e fasullo lieto fine, del tipo «l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio, e pure sulla mafia»? Niente affatto. Pif ha colto una verità di per sé poco appariscente, e ce la mostra da dietro una maschera di apparente ingenuità e goffaggine, che fa ridere e commuovere, di quelle lacrime che arrivano da non si sa bene dove e rimangono anche dopo che le hai asciugate. Perché nel quotidiano la catastrofe non la puoi evitare, quando deflagra violenta e totale, decisa da altri e messa in moto da mani occulte: ma dalle macerie si può far uscire qualcosa, lavorando sull’onesta condivisione del dolore e la memoria.

di Matteo Pascoletti, 8 dicembre 2013, www.valigiablu.it/la-mafia-uccide-solo-destate-il-quasi-capolavoro-di-pif/

Debutto nella regia cinematografica di Pif (Pierfrancesco) noto giornalista d’inchiesta televisivo (da Le Iene a il Testimone) che racconta con sguardo umoristico i suoi ricordi e il suo modo di vedere Cosa Nostra ai tempi delle sue più gravi stragi e la difficoltà di vivere in una città in cui la mafia coabita con la propria esistenza e quella delle persone che fanno parte persino della sfera privata.

Commento

L’intervista – Pif e la sua emozionante opera prima

Pif, palermitano di origini, aveva soltanto 10 anni all’epoca dell’omicidio di Dalla Chiesa. Oggi dichiara che «La “sveglia” a me come a quelli della mia generazione ce l’hanno data le stragi del ‘92, le morti di Falcone e Borsellino». E continua: «Inconsciamente tutte le persone uccise dalla mafia ti spingono a fare delle scelte. Ed è grazie a loro che le conseguenze di queste scelte oggi non sono più violente. Ad esempio: io ho girato il mio film a Palermo senza pagare il pizzo a nessuno. Se l’ho fatto è grazie a chi è venuto prima di me».

Attraverso questo film, Pif mostra il rapporto di un qualsiasi bambino – estraneo alle famiglie criminali – con Cosa Nostra, e ritiene che possa essere un insegnamento per la gente del Nord, per quei politici che – per orgoglio o collusione – negano le infiltrazioni mafiose.

È importante, soprattutto per i giovani che magari in quegli anni non erano neppure nati, sapere che «anche se Cosa Nostra oggi è un po’ meno potente non si deve abbassare la guardia perché la mafia è particolarmente pericolosa quando è silente, strisciante. L’idea è quella di far capire quanto la mafia entri nella nostra vita anche se ufficialmente non abbiamo nulla a che fare con la mafia».

Un film come questo, che ha appena vinto il Premio del Pubblico al Torino Film Festival, utilizzando un nuovo linguaggio riesce a farci vivere la Palermo di quegli anni e merita davvero di essere sostenuto.

E non solo come tributo alla memoria dei tanti caduti per mano criminale, ma perché quella Palermo dove la mafia sembra lontana, rivive oggi in tante nostre città, solo apparentemente estranee a questo fenomeno.

di Consuelo Cagnati, Il Fatto Quotidiano, 4 dicembre 2013