Welcome

di Philippe Lioret, Francia, 2009

Dal dramma reale dei sempre più numerosi immigrati che cercano disperati di raggiungere l’Inghilterra attraversando lo Stretto della Manica con ogni mezzo (c’è chi si affida ai trafficanti di uomini pagando per trovare un posto nascosto su un Tir e chi prova addirittura la traversata a nuoto) Philippe Lioret ha tratto spunto per un film (più di 10 milioni di euro di incasso solo in Francia) che, partendo dalla denuncia delle drammatiche condizioni dei clandestini perseguitati dalla polizia e osteggiati dalla popolazione, sposta lentamente il centro della narrazione sull’incontro e la nascita di una profonda amicizia tra Simon, istruttore di nuoto in crisi matrimoniale, e Bilal, giovane clandestino curdo che ha attraversato l’Europa per raggiungere la ragazza in Inghilterra. Dopo essere stato fermato per aver tentato di passare nascosto su un Tir, Bilal decide di imparare a nuotare per traversare così la Manica e chiede a Simon di allenarlo. Dall’iniziale deciso rifiuto, per il rischio personale (in Francia oggi la legge persegue chi aiuta i clandestini) e quello della vita del ragazzo, Simon lentamente passa a nuovi sentimenti di curiosità ed empatia, fino a condividerne le ambizioni: esce dalle apatiche abitudini della sua vita decidendo di aiutarlo. Tra loro la popolazione e la polizia di Calais divise tra intolleranza e solidarietà, nelle difficoltà di una città di frontiera cupa e fredda sempre più carica di pressioni sociali.

Tu non dici niente, abbassi la testa e torni a casa” (la moglie a Simon)

Ma perché noi non riusciamo a fare film così?
recensione di Fabrizia Centola
15 novembre 2009, NonSoloCinema (rivista online) , anno VI n. 4, 2009

Nella Francia di Sarkozy, aiutare persone irregolari ora è reato, e il cinema francese risponde con prontezza e connette tutti gli elementi di denuncia che, cuciti in un film come Welcome, non possono che far vacillare anche i più convinti.
Philippe Lioret costruisce una storia che affonda le radici nel reale: con la macchina da presa descrive cosa sono disposti a fare i giovani immigrati irregolari di Calais per oltrepassare la Manica; quanto sono disposti a pagare per rischiare di morire soffocati da un sacchetto che loro stessi si sono calati sulla testa. Ma accanto alla realtà del contesto, accanto alla fotografia dell’infernale “giungla” di Calais, il cinquantaquattrenne regista di Mademoiselle e L’Equipier fa quello che deve fare il cinema: racconta una storia, e la racconta con sentimento e autenticità, rendendo il suo messaggio di denuncia assolutamente efficace.
Bilal, curdo d’Iraq, ha sedici anni e ha camminato per tre mesi perché a Londra Mina lo aspetta; Simon (meravigliosamente interpretato da un intensissimo Vincent Lindon) ha superato i cinquanta, fa l’istruttore di nuoto nella piscina comunale di Calais e non è riuscito neanche ad attraversare la strada per fermare Marion, la donna che ama, che lo ha lasciato. Dopo un tentativo fallito di varcare la frontiera, Bilal chiede aiuto a Simon per tentare l’attraversamento della Manica a nuoto, ultima chance per avvicinarsi a Mina. Dieci gradi per dieci ore e il rischio di morire, ma per amore. L’incontro con Bilal riscalda il cuore indurito di Simon che decide di sfidare le regole, alla ricerca di una nuova possibilità anche per sé.
Un progetto che nasce dalla frequentazione sul campo, dall’incontro a Calais con i volontari, dalle testimonianze dei clandestini (tutti molto giovani), disposti a tutto pur di raggiungere l’Inghilterra. In una Calais umida e morsa dal gelo d’inverno, dove di notte i tir brulicano lungo un intricato sistema vascolare, Lioret racconta la discriminazione e le conseguenze dell’applicazione dell’articolo 1 della legge 622 sull’immigrazione, voluta da Sarkozy, in cui riecheggiano antiche eco: la denuncia per chi aiuta i perseguitati. “…Quel che accade oggi, mi ricorda quel che è accaduto durante l’occupazione tedesca: aiutare un clandestino oggi è come aver nascosto un ebreo nel ’43…”; ed è subito indignazione e polemica, e per il Ministro dell’Immigrazione è un paragone inaccettabile.
Nel film di Lioret non sono necessari proclami o denunce dirette né serve tirare in causa chi ha voluto questa legge (Sarkozy compare per qualche secondo in uno zapping) perché ben più forte é il racconto delle sue conseguenze. La macchina da presa di Laurent Dailland (Il gusto degli altri, L’enfer) stringe, con raffinata ma mai ricercata maestria, sul racconto d’amore e d’amicizia di Bilal e Simon e allarga sui varchi del porto dove la polizia controlla con i cani e apparecchi rivelatori la presenza dei clandestini nei rimorchi, mentre la musica di Nicola Piovani fa da punteggiatura.
Una storia che fonde visivamente realtà e poesia, che commuove profondamente e che scalfisce anche lo spettatore più resistente. Da non perdere.