Redbelt

di David Mamet, USA, 2008, Drammatico

Mike Terry, veterano della guerra del Golfo, insegnante di jiu-jitsu, evita il circuito dei combattimenti a pagamento, preferendo, nonostante le difficoltà economiche, condurre la sua scuola secondo un codice onorevole perché, dichiara, quello che conta è il combattimento, non la competizione, il suo lavoro è insegnare a “prevalere”. Competere indebolisce: il protagonista, ferreo interprete del suo credo, forte della sua integrità, del suo codice di guerriero, non si abbasserà al clamore dell’arena, qualunque sia la somma che gli si offrirà. Nonostante la trappola tesagli da uomini dello spettacolo che lo vogliono inconsapevole protagonista di un programma televisivo stile reality su una sfida sul ring, riuscirà a mantenere alto il suo orgoglio e salda la sua onestà.

COMMENTO
Spunti interessanti per un dibattito: l’onestà ingenua porta il protagonista a venire ingannato molte volte. Si inganna sulle persone, si fida di disonesti, ma poiché ha delle buone intenzioni ottiene il riconoscimento al suo valore dall’antico maestro. Un film che costringe a riflettere mettendo a confronto due estremi del comportamento umano di fronte al bisogno di potere: da un lato il raggiro a scopo di lucro e dall’altro una sorta di integralismo ingenuo che rifiutando aprioristicamente il mondo dello spettacolo, le gare pubbliche, finisce per non vederne le trappole. Significativo che il cambio di registro, l’accettazione di scendere in campo del protagonista e battersi per la difesa del proprio diritto offeso avvenga per intervento di un’avvocatessa.