A Serious Man

di Joel Coen e Ethan Coen, USA, Gran Bretagna, Francia 2009, commedia

trama
Da qualche parte nel Midwest, 1967. Larry Gopnik è un professore di fisica con poche pretese e molti guai. La moglie gli preferisce il più serio Sy Ableman e vuole un divorzio rituale per (ri)sposarsi nella fede, il figlio fuma spinelli e ascolta i Jefferson Airplane in attesa di celebrare il suo Bar mitzvah, la figlia lava principalmente i capelli e gli ruba il denaro per rifarsi il naso, il fratello russa sul suo divano e redige un diario sul calcolo delle probabilità, uno studente coreano lo corrompe col denaro e lo minaccia di diffamazione, una bella vicina si offre nuda ai raggi del sole e al suo sguardo, un vicino di casa taglia la sua erba sempre meno verde. Travolto da una messe di guai, Larry si rivolge a uno, due e tre rabbini per ascoltare la parola di Hashem e interpretare la sua volontà. In attesa di una cattedra all’Università, dell’esito delle lastre e dell’arrivo dell’uragano, Larry insegue la strada per diventare un mensch, un uomo serio.

Una storia americana: Giobbe nel Midwest
Un film pop, nel senso che, come l’arte di Warhol cercava di dare senso e collocamento all’atto quotidiano, nei suoi arnesi e nei suoi nuovi eroi, questo film è una continua domanda, una perenne ricerca di senso all’interno della messinscena della vita. Figli in piena crisi adolescenziale, fratelli depressi, genialoidi e folli, con turbe psico-esistenziali, mogli che alla luce del sole e in maniera assolutamente surreale praticano l’adulterio.
Come Judith, la moglie del protagonista, che chiede e obbliga il marito a frequentare e conoscere il suo amante affinché possa divorziare in maniera religiosa (in questo caso parliamo dell’ebraismo) pretendendo il consenso del ‘serious man’.
La sua vita è un pasticcio, lui è un piccolo Giobbe alle prese con i moderni demoni: la pazzia, lo status, la malattia, la famiglia, la fede, il rispetto, la corruzione.
Le domande interiori son pressanti, le risposte nessuna, o meglio potrebbero essere tutte. E come un quadro senza titolo è la sua vita, il cui tema cambia giornalmente. Catalogare quello che gli accade è sempre più difficile perché apparentemente l’esistenza, nei suoi accadimenti, invoca, urla, reclama troppe certezze.
Anche l’incontro con il suo Rabbi non porta apparentemente a nulla, se non a interiorizzare ancora di più i suoi quesiti. Il Dramma è alle porte ma anche il finale, come la vita, è aperto a tutto. Un film esistenziale, cabalistico, che ricorda alcune novelle esoteriche chassidiche dove la spiritualità incontra l’enigma e il dubbio. Un film assolutamente privo di addolcimenti ma pieno e denso di domande, le stesse che ‘serious man’ insinua in noi, sollecitando l’analisi e l’introspezione. Se tutti fossero il volto dello stesso essere?
Con episodi da cult: i due tentativi di corruzione dello studente coreano che vuole superare l’esame. In un primo dialogo fenomenale, due mondi, uno irreprensibile e l’altro privo di scrupoli morali che si toccano ma non si incontrano, perdendosi nell’equivoco. Il secondo incontro, invece, è la riprova della forza che, nell’uomo, se non supportata da un forte connotato etico, può condurre a cedere e costituire, forse, per il nostro Eroe del quotidiano, l’inizio della fine. All’orizzonte si profila l’uragano…