Water

di Deepa Mehta, Canada – India, 2005

Nel 2006 le vedove indù sono 34 milioni e la loro costrizione ad una vita di penitenza è una violenza reale e a noi poco nota.
Terzo capitolo di una trilogia degli elementi che conta già “Fire”, del ’96, e “Earth”, del ’98, “Water” ha avuto una gestazione sofferta, che getta altre ombre sulla libertà accordata al pensiero e all’espressione nel subcontinente di Gandhi. Pronto al primo ciak nel 2000, il set è stato bruciato da una folla di fanatici, che ha minacciato di morte le attrici e la regista, e le riprese hanno trovato conclusione solo cinque anni dopo, nello Sri Lanka.
Lontano dai melodrammi socio-musicali o dalle tragicommedie a sfondo familiare, la pellicola di Deepa Mehta è, nel racconto come nel linguaggio, più che mai occidentale, ma la rabbia che ha scatenato conferma la potenza riconosciuta al mezzo cinematografico quale portentoso veicolo di trasmissione di un messaggio che, sebbene narri della colonia inglese sul finire degli anni Trenta, tocca il tasto dolente del conflitto tra fede e coscienza, attualissimo e inaccettabile, in un epoca in cui integralismi e fondamentalismi sembrano costituire la base dei conflitti in occidente come in oriente.
(da: A. Cappi)
All’interno di questa ampia tematica si inseriscono le vicende personali delle protagoniste rinchiuse in un ashram di Benares, ognuna caratterizzata da un diverso grado di coscienza di sé e di ciò che la circonda. Non a caso chiude il film la frase di Gandhi: “Invece di dire che Dio è Verità, dico che la Verità è Dio”. www.cinefile.biz