Sulla mia pelle

di Valerio Jalongo, Italia, 2003

Il protagonista, Tony (Ivan Franek) è un fuorilegge che sta scontando la sua pena, possiede uno spiccato codice d’onore in grado di indirizzarlo in favore del più debole, è un maudit, uno scapigliato burbero, un fumatore incallito attaccato ai piccoli piaceri della vita che duramente sta riconquistando, insofferente della burocrazia, fondamentalmente buono, ma dotato di basso autocontrollo, in grado di scoppiare e di riversare la sua rabbia e la sua ribellione contro chi lo fronteggia. È un sognatore, uno che vuole sentirsi libero dentro: che in carcere, mentre i suoi compagni chiacchierano nel cortile, è capace di togliersi la camicia, sdraiarsi su di un parapetto e prendere il sole immaginando di stare altrove, magari su di una confortante spiaggia. Ma è anche voglioso di essere libero fuori.
Il carcerato sogna per un periodo variabile, che al di là della durata reale può essere sempre percepito come lungo, di ritornare libero, di possedere il proprio tempo e lo spazio; entrato nuovamente a contatto con la società si accorge che il sogno della libertà è difficile da realizzare soprattutto per chi ormai è marchiato dall’onta del carcere: Tony viene assunto in un caseificio perché come detenuto in stato di semilibertà la azienda può pagare meno contributi rispetto ad un lavoratore con la fedina penale pulita; in seguito, senza ufficiale e chiara comunicazione verbale, diviene ufficiosa guardia del corpo di Alfonso il comproprietario del caseificio minacciato dagli strozzini. Seppure la volontà di tenersi lontano dai guai muove gli atti dell’ex-detenuto spesso sono i guai che lo perseguitano.
Se il semilibero viene licenziato, per qualsiasi motivo ovvero senza giusta causa, può scordarsi di ottenere una seconda occasione. Ciò che spinge Tony a lottare per la difesa del caseificio, oltre che un personale codice d’onore, oltre al legame affettivo che lo lega ad Alfonso, oltre alla relazione che instaura con una delle comproprietarie dell’azienda, Bianca, è anche relazionato a questa insensibile regola: se l’azienda per cui lavora chiude, la possibilità di respirare all’aria aperta lontano dalle sbarre in attesa del termine della pena è terminata.
(di Marco Bergami, per Torino FilmFestival – 24 novembre, 2003)