L’uomo che non c’era

di Joel Coen, Usa, 2001

È lo stesso protagonista Ed Crane a raccontare in prima persona la sua storia.
“Siamo nel 1949 a Santa Rosa in California. Ed Crane è barbiere triste, senza nessuna prospettiva. Sospetta che la moglie Doris abbia una relazione. Per reagire in qualche modo decide di investire denaro nel nuovo business del lavaggio a secco. Estorce quindi la somma di 10.000 dollari all’amico Dave, che poi è l’amante della moglie e, in un raptus, lo uccide. La moglie è l’indiziata numero uno, e il barbiere si trova in una situazione senza uscita. Anzi l’uscita, alla fine c’è: la peggiore.” (Giancarlo Zappoli, www.mymovie.it)
Perché un uomo è invisibile (“guardate quest’uomo: è soltanto un barbiere”)? Perché evita le scelte e, nel momento in cui decide di farne, è inesperto. Abituato ad agire meccanicamente e ignorando le umiliazioni cui la vita lo sottopone, attraverso ciò che crede un tentativo di riscatto sembra quasi non vi sia speranza per lui di uscire da una catena di effetti sempre più catastrofici e apparentemente inintenzionali. Ma davvero può evitare di scegliere? Non è una scelta anche odiare le vite, il successo altrui? Non è artefice del proprio destino anche quando questo sembra accanirsi contro di lui?
“Per un momento la ruota pare girare dalla sua, ma è un altro incubo al sole: neppure la confessione di un omicidio ne attenua l’invisibilità. Non resta che attendere l’appuntamento finale. E’ allora che Ed sboccia, forse si riscatta per il giusto tempo di un lampo di elettricità, finalmente può guardare i capelli degli altri senza stanco interesse professionale: semplicemente con odio e definitiva indifferenza. Vogliamo chiamarla parabola esistenziale? Lo è ma è di più: è una disincantata riflessione sulle scelte dell’uomo, sul suo posto nella società. E’ una umoristica digressione sulla incapacità di trovare un posto a sedere nel luna-park di questo mondo e, al contempo, una drammatica constatazione della immutabilità delle cose.” (Mario Conti, www.mymovie.it)
Il suo progressivo accumularsi di sconfitte disegna un perdente, non troppo intelligente, meschino e solo. Ma è ancora possibile riconoscersi, provare empatia per un personaggio quasi kafkiano. Fino alla fine in qualche modo liberatoria.