A proposito di Schmidt

di Alexander Payne, Usa, 2002

Nonostante le premesse, il film non parla di vecchiaia, o perlomeno non solo, ma racconta la non facile presa di coscienza di un uomo che, dopo essere andato in pensione, si ritrova solo come un cane. L’approccio è molto lontano dagli standard hollywoodiani: nessun evento epocale, nessun personaggio ricchissimo dentro ma non capito da un mondo crudele che lo umilia fino alla impossibile ma inevitabile rivincita finale. Il protagonista è infatti un uomo gretto che ha sempre vissuto in nome di una placida apparenza: una vita concentrata sul lavoro, con poco spazio per gli altri ma anche per una reale gratificazione personale. La sceneggiatura evita le trappole della redenzione del perdente: nessun personaggio è “buono” o ” cattivo”. Tutti sono “tremendamente gentili”, ma la cortesia affettata pare coprire una dolente solitudine e diventa un disperato tentativo di sentirsi vivi, di distinguersi positivamente dagli altri. La narrazione è scandita da momenti corali (la festa per la pensione, il funerale della moglie, il matrimonio della figlia) in cui la forma ha il sopravvento: chiunque prende la parola spreca aggettivi come “eccezionale” e “straordinario” riferendoli a situazioni e persone che di eccezionale e straordinario non hanno nulla. Un trionfo della mediocrità come rifugio a un vuoto emotivo che finisce con il diventare incolmabile. Basti pensare che per il protagonista l’unica reale via di fuga alla deriva in cui vegeta è il rapporto epistolare con un bambino adottato a distanza: un interlocutore che ascolta in silenzio, una comunicazione ridotta a monologo.
(da Luca Baroncini, www.spietati.it)