Langhe Doc

di Federico Ferrero, Langhe Doc, 2011

Oltre ad essere un film documentario, questo è anche il titolo di un libro scritto dal giornalista Federico Ferrero e allegato al dvd di Langhe Doc.
Nelle 28 pagg. del libro vi sono capitoli di approfondimento delle storie e delle tematiche trattate dal film, per saperne di più delle storie di Maria Teresa, Mauro e Silvio attraverso citazioni, aneddoti, riflessioni puntuali e divagazioni libere.
Il libro vi presenta un quarto “eretico”, Giuseppe Rinaldi da Barolo, “un’istituzione nel vino tanto quanto lo era Bartolo Mascarello”, e allarga l’orizzonte a quanto succede in Italia e negli altri paesi europei, dal Milanese alla Pianura Padana alla Borgogna.
In chiusura, la Rassegna Eretica, elenco di fatti e misfatti dall’Italia dei capannoni: qui non ci sono opinioni o posizioni che tengano, sono i numeri a parlare.

Di seguito, alcuni estratti dal libro di Federico Ferrero

Introduzione – pag. 3
Un giorno il celebre critico letterario Carlo Dionisotti, sabaudo nel Dna, disse: «Cosa vuol dire essere piemontese? Se me lo chiedi non lo so, ma se non me lo chiedi lo so».
Aveva ragione. C’è un piccolo mondo, ancor più vivace nell’opulento sud del Piemonte, che vive di autoreferenzialità e magnifica la (presunta, dico ormai) ineguagliabile bellezza dei suoi posti, la (presunta) impareggiabile vivibilità, le incrollabili tradizioni, le preziose eccellenze (le chiamano proprio così, gonfiando il petto: “le eccellenze del territorio”). Che poi si traducono in cosa? Niente quartieri dormitorio, tanto buon cibo e tantissimo buon vino. A me era sempre parso tutto bello, tutto giusto, tutto meraviglioso. Una giornata nei dintorni di Alba? Impagabile.
L’opposto delle settimane nella città metropolitana, per intenderci: un’urbanità griIntroduzione gia, anonima, tossica. Infestata da gente senza radici e per lo più ostile e indaffarata. Povertà dilagante. Schiacciato in un vagone della metropolitana come i polli sui camion, ho perso il conto delle volte in cui ho rimpianto la mia scelta. Con gli anni, però, qualcosa è cambiato. Da enorme che era, Milano s’era lentamente instillata nella mia quotidianità. La percepivo quasi accogliente: bastava scegliere i posti giusti. Stavo iniziando, insomma, a farla mia e a sentire un po’ meno sacrale il legame con la mia terra. Un giorno capitò qualcosa di irripetibile. Dopo aver sfiancato un collega milanese sull’Eden delle Langhe, capitò che lo convinsi a visitarlo.
Partimmo in automobile dal mio appartamento di via California in direzione Alba. Viale Misurata, circonvallazione esterna, viale Spezia, il casello. Direzione Genova. Svolta a Castelnuovo Scrivia per la Asti-Cuneo. Arrivati al ponte sul fiume Tanaro, quello di cui aveva letto nei Ventitré giorni della città di Alba di Fenoglio, notò ciò che avevo sempre guardato e mai osservato. Una cava di sabbia. Dall’altra parte
dell’argine, un alambicco fumante.
«E quello cos’è? Una installazione nucleare?» Oddio. «Ma no, è… Ehm, una centrale con turbine a gas. L’ha fatta la General Electric, c’entra anche la Ferrero». «La Ferrero? La fabbrica della Nutella?» «Sì, quella. È lì dietro». Per la prima volta notai una ridicola grata verde, con finta vegetazione, che inutilmente nascondeva il catafalco argentato di Albapower. D’un tratto ci trovammo davanti a un complesso residenziale di nuova costruzione. Si chiama I tetti blu.
«Ma questo è peggio di via Cilea!», esclamò attonito l’amico milanese
[...]

GLI ERETICI / Maria Teresa Mascarello – pag. 9
La sua è una eredità pesante. Bartolo Mascarello, il patriarca del Barolo che non può più dire la sua dal 2005, rifuggiva anima e corpo il business del vino, quello di chi era disposto a svendere la tradizione propria e il patrimonio culturale di tutti per rincorrere la moda, il mercato ‘facile’, il gusto degli americani, le bizze dei nuovi ricchi. I soldi, insomma. Le Langhe come i grandi cru francesi, si vagheggiava da più parti, con la complicità miope di amministrazioni comunali mediocri, di affaristi e arrivisti, di gente che magnificava i vignaioli di successo per sperare di raccogliere qualche briciola caduta dal loro tavolo sempre più onusto.
C’era chi, bestemmiando, la chiamava la nuova California (che, a dire il vero, ha da sempre copiato l’Europa, anche e soprattutto nel vino). Oggetto di compravendite milionarie con prezzi al metro che neanche gli attici di Roma e Venezia, i terreni più ambiti e vocati al nebbiolo sono stati, tra gli anni Ottanta e Novanta, il pozzo di San Patrizio per figli e nipoti dei contadini del basso Piemonte, catapultati dalla Malora di Beppe Fenoglio alle ville hollywoodiane che accoltellano tuttora le colline. Bartolo vedeva i suoi colleghi fare a gara per la fuoriserie più lunga, il cliente più esotico e danaroso, il macchinario più computerizzato.
E scuoteva la testa
[...]

GLI ERETICI / Mauro Musso – pag. 12
Lui non lo sa, non ancora. Ma ha senso dell’umorismo e ci riderà su. Quando andai a trovare per la prima volta Mauro Musso, insieme all’amico della Stampa Andrea Scanzi (che gli ha dedicato un capitoletto nel suo Il vino degli altri, uscito per Mondadori) lo ribattezzai perfidamente Jeffrey. Sì, Jeffrey Musso. Ho sempre amato l’ironia noir e quello sguardo miope, sognante chissà cosa, quegli occhialini demodé da prima serie dell’Ispettore Derrick, la basetta anni Settanta, il laboratorio dietro casa… Insomma: pareva perfetto affibbiargli il nome di un serial killer famigerato.
Ovviamente Jeffrey, anzi, Mauro Musso non farebbe del male a una zanzara.
Musso junior viene tirato su da una normalissima famiglia italiana: mamma, papà e l’aziendina. Un allevamento di polli. Poi il fiume Tanaro decide di non essere d’accordo, esonda e nel novembre del 1994 succede il disastro: settanta morti, centinaia di feriti, migliaia di sfollati, miliardi di lire in case devastate, aziende azzerate, strade, ponti, scuole investiti dalla violenza delle acque. «Studiavo musica, ho dovuto
smettere per problemi fisici e davo una mano nell’allevamento di polli dei miei genitori. Pensavo: se mi va male a suonare ho sempre il ripiego dell’azienda.
Invece è andata male da una parte e dall’altra
[...]

GLI ERETICI / Silvio Pistone- pag. 15
Non è la erre moscia di villa Agnelli, la sua. È il rotacismo, meno sabaudo e più langarolo, della casa dell’agnello. E delle pecore. Cascina Pistone esiste davvero: non è una pubblicità con il mulino sullo sfondo, l’erba magicamente brillante, la casa animata da una famiglia di modelli che si sveglia e scende le scale già pettinata, veste solo di lino bianco e mangia biscotti chimici spacciati per cibo sano.
Qui, a casa Pistone, nelle Langhe vive e cattive di Beppe Fenoglio, ci si sveglia presto al mattino e si fa del formaggio, anzi, il formaggio per definizione su queste colline: la robiola d’Alba, per tutti la tuma. Vagamente imparentata con quelle cose bianche che non sanno di niente, foderate nella plastica, a lunghissima conservazione, vendute in offerta a un euro e cinquanta al pezzo nel banco frigo del supermercato.
Quelli, vale la pena ricordarlo, non sono formaggi, al più prodotti a base di latte (quale latte, poi, di quali mucche, per quali autocarri passato di mano non sarebbe male si sapesse). Anche se alcuni, mentendo, appiccicano etichette che vagheggiano di naturalità, qualità, tradizione. Tutte balle pubblicitarie. Questi di Silvio, invece, sono formaggi. Nati dall’idea di un eretico.
Un piastrellista
[...]

Di pecore nere e di pecoroni / L’Italia dei capannoni- pag. 21
Un capannone su cinque è sfitto. Che fare? Titola così, riprendendo un argomento molto in voga nel nordest della produzione scricchiolante per la crisi internazionale, un settimanale veneto, La Domenica di Vicenza.
Che racconta della scivolata economica in una delle regioni-locomotiva italiane in cui, si stima,il 20% dei capannoni industriali è ormai desolatamente vuoto. Nessuno li vuole più perché nessun imprenditore, o potenziale tale, è in grado di avviare un’attività commerciale o industriale. Bologna: il gruppo Gabetti stima che nella capitale romagnola il 15% degli uffici, il 14% dei capannoni e l’11% dei negozi sia abitato dalla sola polvere. Lombardia: dopo anni di cali vertiginosi, le camere di commercio e Confindustria vedono sì spiragli di luce grazie a un minimo interesse riacceso in questi mesi sul mercato degli edifici dedicati alla produzione.
Ma la diminuzione del numero degli scambi non conosce arresto da anni e il terreno perso, nell’ultimo lustro, è sconfortante.
[...]

Di pecore nere e di pecoroni / Rassegna Eretica- pag. 24
32.000 i capannoni costruiti in Lombardia nel solo decennio 1997-2006.
1.010.000 le voci restituite dal motore di ricerca Google per la chiave di ricerca“capannoni”.
488.000 per “vendita capannoni”.
47,3% la percentuale di lavoratori precari, titolari di contratti di collaborazione o a tempo determinato (Eurispes, rapporto sul 2011)
35% la sovrapproduzione annuale di automobili in Italia (fonte: Ford)
2.000.000 i NEET italiani (Not in Education, Employement or Traning): sono i giovani – fuori dalle statistiche sulla disoccupazione – che non studiano, non lavorano, non cercano occupazione e sono del tutto inattivi
(fonte: Istat, dati sull’anno 2009)