L’altra metà del cielo

La questione femminile a 150 anni e oltre dall’Unità d’Italia:
quali sfide da affrontare; quale eredità da trasmettere.

di Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale

Relazione tenuta al Convegno nazionale del CIF, Roma, 27 gennaio 2012 e alla Scuola Svizzera di Roma, 12 marzo 2012.

Sommario: 1. La questione femminile nel percorso unitario. – 2. Il contributo delle donne al primo… – 3. (segue) e al secondo Risorgimento. – 4. La questione femminile nella Costituzione; – 5. (segue) nella legge; – 6. (segue) nella giurisprudenza della Corte Costituzionale; – 7. (segue) nella prospettiva europea. – 8. Dall’eredità del passato alle sfide del presente e del futuro. – 9.Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze…con il sudore del tuo volto mangerai il pane…” (Genesi 3, 16-19).

1. Un anno fa mi chiedevo se abbia ancora senso celebrare l’unità nazionale di fronte a due tendenze – contrapposte fra loro ed apparentemente o effettivamente in contrasto con l’idea dell’unità – sempre più ricorrenti: la prospettiva europea e più ancora quella globale, in cui l’identità nazionale si sperde nel multiculturalismo e nella multietnicità; all’opposto, la prospettiva locale della chiusura, della secessione e del separatismo.
Osservavo che quelle perplessità si superano, se si guarda al percorso unitario nel suo complesso. Una vicenda che prese l’avvio dai moti risorgimentali, dalle guerre di indipendenza e da Roma capitale, per concludere con la guerra del ’15-’18 il primo Risorgimento; che proseguì con il fascismo, la seconda guerra mondiale, la sconfitta e una nuova divisione tra il Regno al sud e la Repubblica Sociale al nord; che ritrovò l’unità nel secondo Risorgimento – più concentrato del primo – attraverso la Resistenza, la scelta repubblicana, la Costituzione.
Quest’ultima è – non solo cronologicamente – centrale in quel percorso perché esprime, nei suoi valori fondanti, il passaggio dal primo al secondo Risorgimento. Nel primo, la nazione si è fatta stato attraverso la condivisione di valori in qualche modo elitari: la tradizione, la storia, la lingua, la cultura, l’arte, il territorio («una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor» come si esprime Alessandro Manzoni, nel 1821); anche se la partecipazione popolare al percorso unitario (dalla spedizione dei Mille alle Cinque giornate di Milano, alla grande guerra) è una realtà incontestabile. Ma nel Dna del primo Risorgimento ci stanno già sia l’aspirazione alla giustizia sociale e alla legalità, sia il principio personalista, come testimonia la Costituzione della Repubblica Romana del 1849, che delinea ante litteram il nucleo di quella attuale.
Nel secondo Risorgimento, la nazione ha recuperato lo Stato – dopo le degenerazioni dell’esperienza totalitaria e nazionalista e gli eccessi del liberalismo – attraverso l’affermazione e la condivisione dei valori fondanti della convivenza: il lavoro, la dignità, l’eguaglianza, la solidarietà, il personalismo, il pluralismo, la laicità, il pacifismo, l’unità e l’autonomia. Sono valori frutto di una scelta e di un compromesso alto (non già di un baratto) fra le grandi correnti ideologiche che furono alla base dei partiti di massa e di élite, protagonisti dalla Resistenza: i cattolici, i socialcomunisti, i liberali (penso alle tre firme di De Nicola, di Terracini e di De Gasperi, in calce alla Costituzione).
Quei valori possono essere efficacemente riassunti nel principio di pari dignità sociale ed in quello di laicità: due principi – il primo, di contenuto; il secondo, di metodo – che non possono fare a meno l’uno dell’altro. Due obiettivi che hanno caratterizzato il percorso, complesso e faticoso, del primo e del secondo Risorgimento, nelle grandi questioni da cui entrambi sono stati segnati: la questione meridionale, quella romana, la questione femminile.
Queste ultime – allora come ora – rappresentano momenti e problemi essenziali della nostra convivenza e della nostra identità nazionale, in parte tuttora irrisolti; dimostrano quanto sia necessario conoscere il nostro passato per comprendere il nostro presente e progettare il nostro futuro. Conoscerlo non solo negli aspetti gloriosi e positivi, ma anche in quelli negativi e negli errori, perché (come ricorda l’ammonimento all’ingresso del campo di concentramento di Dachau) «chi ignora il passato è condannato a ripeterlo». Conoscerlo senza apriorismi, senza semplificazioni superficiali, laicamente e con rispetto, perché c’è molto da ricordare nel nostro percorso unitario, nel bene e nel male.
Per questo mi sembra doveroso completare la testimonianza di un anno fa sul patto costituzionale fra gli italiani, con una riflessione sul contributo fondamentale offerto dalle donne alla soluzione della questione femminile, nel primo e nel secondo Risorgimento, sino ai giorni nostri e tutt’ora.
Come ricordavo nelle riflessioni di un anno fa, vi è un nesso tra i vizi, i limiti, i compromessi, il centralismo e il burocraticismo, le carenze della nostra vita unitaria, nel primo come nel secondo Risorgimento. Ma v’è anche un nesso tra i protagonisti e le protagoniste delle battaglie e dei moti risorgimentali, gli eroi e le eroine della Resistenza, le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata (donne e uomini, senza distinzioni di genere) cadute nel compimento del proprio dovere.
Vi è un nesso tra i momenti di crisi e i traguardi raggiunti: nel primo Risorgimento, con l’unità nazionale e con l’affermazione di un’Italia moderna fra le nazioni; nel secondo, con la ricostruzione, il miracolo economico, la democrazia, l’apertura all’Europa; in entrambi e dopo, con le conquiste faticosamente raggiunte dalle donne per la pari dignità e per una cittadinanza compiuta. I centocinquanta anni trascorsi non si possono liquidare sbrigativamente con il giudizio cinico del Gattopardo: «tutto deve cambiare, perché tutto rimanga come prima».
Ecco perché è giusto – nonostante la crisi; anzi, proprio di fronte alla crisi che stiamo affrontando – celebrare i centocinquanta anni del processo unitario: “riappropriarci” di esso rivolgendo “la mente al passato e lo sguardo al futuro” per affrontare “l’angoscioso presente”, come ricordava recentemente Giorgio Napolitano. E celebrare quel processo guardando all’evoluzione del patriottismo, che ai valori su cui si unificò l’Italia aggiunge – non sostituisce – i valori proposti dalla Costituzione per la nostra convivenza.
Sono valori propri di una comunità della partecipazione, più che della appartenenza. Come ricordavo un anno fa, saldano fra di loro il patriottismo risorgimentale, quello costituzionale e quello europeo: quest’ultimo importante al pari dei primi due (al di là della crisi, europea e non solo italiana) nel percorso verso la dignità, la laicità, la cittadinanza compiuta delle donne. Il contributo femminile per affermare quei valori è una testimonianza e un’eredità estremamente importante: non solo per motivare la nostra gratitudine nei suoi confronti; ma per affrontare le sfide del futuro delle donne e del Paese.
In questa riflessione, confortano e ispirano fiducia l’entusiasmo e la partecipazione con cui molti hanno seguito le celebrazioni per l’unità d’Italia, nello scorso anno: smentendo così i dubbi di chi temeva che esse potessero risolversi soltanto in un’occasione retorica, lontana dalla realtà, dai problemi, dai sentimenti della gente.

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2. La presenza femminile nel primo Risorgimento ha dei precedenti illustri nei fermenti rivoluzionari di fine ‘700: prima fra essi la Déclaration des droits de la femme e de la citoyenne di Olympe de Gouges nel 1791. E’ un testo importante per la genesi dei diritti delle donne; affronta – come reazione alla Déclaration des droits de l’homme e du citoyen – le contraddizioni del concetto rivoluzionario di eguaglianza nel confronto fra uomini e donne.
Questa prospettiva si riflette nelle rivendicazioni delle patriote italiane di fine ‘700, per un riconoscimento pieno dei loro compiti non solo di madri, ma di educatrici, titolari quindi di un diritto all’istruzione. Sono emblematiche le figure di Eleonora De Fonseca Pimentel, esponente della cultura, patriota e combattente, direttrice del “Monitore napoletano”, impiccata dai Borboni a Napoli nel 1799; e di Luisa Sanfelice de Molina, giustiziata nel 1800 con l’accusa di essere stata protagonista del fallimento di una congiura contro la Repubblica Partenopea. Esse non esauriscono il contributo di idee, di azioni, di presenza femminile nel triennio repubblicano e giacobino del nostro paese, fra il 1796 e il 1799: un contributo con cui molte donne, rimaste sconosciute, si batterono per rivendicare la propria dignità e libertà, i propri diritti nell’istruzione e nella successione, oltre al modello della dedizione virtuosa alla famiglia ed all’educazione dei figli.
L’iconografia politica del Risorgimento è declinata al femminile. La personificazione della patria (donna e madre che soffre: “si bella e perduta”, come è cantata nel Nabucco di Verdi) non giustifica peraltro lo stereotipo della donna come patriota soltanto perché sostiene marito e figli nella lotta, o della madre dolorosa e piangente. Le donne partecipano al Risorgimento come protagoniste, con un ruolo attivo, patriote esse stesse; la presenza femminile nei moti risorgimentali si manifesta a largo raggio, in tutti gli ambienti sociali e in tutte le regioni italiane. Quella presenza riveste un duplice significato: per l’Italia, il contributo delle donne alla lotta per l’unità è determinante; per le donne, quel contributo è fondamentale per uscire dalla casa, dalla famiglia, dal privato ed assumere un ruolo pubblico, non più marginale.
Penso all’appello alle donne romane da parte del Comitato Centrale delle Ambulanze della Repubblica Romana ed al successivo invito a organizzarsi per l’assistenza ai feriti nel 1849 (da parte di Enrichetta Pisacane, Cristina di Belgioioso e Giulia Bovio Paolucci); alla Legione delle Pie Sorelle palermitane del 1848; al ramo femminile della Carboneria, nato nel 1821, in cui le affiliate si chiamano Giardinere ed occultano i loro incontri con il parlare di fiori e giardini; al monito di Giacomo Leopardi “Donne da voi non poco/ la patria aspetta”.
Nel corso del primo Risorgimento la figura femminile e il suo ruolo nella società si trasformano progressivamente: dall’immagine stereotipata di donne chiuse nell’ambiente domestico e regine della casa a donne d’azione combattenti e a raffinate intellettuali; le “sorelle d’Italia”. Le donne appartenenti all’aristocrazia e alla borghesia divengono protagoniste della vita letteraria, ma anche partecipi dell’impegno patriottico insieme alle donne del popolo che, invece dei salotti, si formano alla politica nella scuola della strada, del cortile, del mercato e del lavatoio.
Le donne sono attive e presenti nella Repubblica Romana del 1849, ove è particolarmente avvertito lo scandalo delle donne in armi; nelle Cinque Giornate di Milano e nella rivolta di Venezia; con i Mille di Garibaldi; a soccorrere i feriti sui campi di battaglia e a testimoniare le vicende risorgimentali nella cronaca giornalistica. E’ Carlo Cattaneo a ricordare che tra i caduti delle Cinque Giornate di Milano vi sono levatrici, ricamatrici, modiste “e tra quelle che si dicono alla rinfusa cucitrici, alcune giovanette”; ed a stupirsi perché “grande più che non si crederebbe fu il numero di donne uccise”.
Figure come quelle di Colomba Antonietti, Cristina Belgioioso, Adelaide Bono Cairoli, Margaret Fuller, Anita Ribeiro Garibaldi, Clara Maffei, Antonia Masanello, Rosalie Montmasson, Sara Nathan, Adelaide Ristori, Giuditta Tavani Arquati, Jessie White Mario (ma l’elenco potrebbe continuare a lungo), testimoniano la presenza femminile nel primo Risorgimento.
Una presenza di diverso segno è testimoniata dal protagonismo di altre donne nell’esplosione drammatica, subito dopo l’unificazione, di un’altra questione che ha segnato e segna tuttora il nostro percorso unitario: la questione meridionale aperta dal c.d. brigantaggio, vera e propria guerra civile. Le “donne dei briganti” partecipano a quest’ultima dividendosi tra la vita familiare e la lotta armata, l’assistenza da casa al proprio uomo latitante e la condivisione della clandestinità e della lotta. Sono partigiane ante litteram, antesignane di un femminismo e di un ribellismo nei quali reazioni legittimiste, rivendicazioni sociali, legami affettivi e familiari, manifestazioni di malavita si intrecciano in una lotta e in una repressione sanguinose ed efferate, segnate da una presenza femminile tanto numerosa quanto dimenticata, se si eccettuano pochi nomi: come quelli – riscoperti da recenti indagini – di Giuseppina Vitale, Chiara Di Nardo, Rosaria Rotunno, Mariannina Corfù, Maria Pelosi, Filomena Di Pote, Maria Maddalena De Lellis. Nomi e storie che varrebbe la pena di approfondire e che è giusto ricordare.
Il ritorno alla quotidianità e il desiderio di normalità, all’indomani dell’unificazione – come accadrà anche per la Resistenza – attenuano, se non addirittura fanno scomparire la memoria storica delle donne nella vicenda risorgimentale, sottraendole – tranne poche eccezioni – alla divulgazione ed al ricordo dei grandi protagonisti (quasi tutti ricordati perché uomini).
La quotidianità e la normalità segnano l’avvio del lungo cammino verso l’emancipazione, attraverso diverse tappe. Esse sono le prime esperienze di lavoro femminile nel terziario (uffici postali, ferrovie, telegrafo), a partire dal 1863; il venir meno nel 1899 del nubilato come condizione necessaria per l’assunzione; la lotta per il suffragio femminile e per un nuovo diritto di famiglia, che preveda l’eguaglianza dei coniugi nel matrimonio, con una proposta di legge del 1867 sulla parità; la legge del 1877 che riconosce alla donna la capacità di testimoniare; i miglioramenti progressivi nelle condizioni di lavoro delle donne e lo sviluppo del loro impegno, culminato nell’ingaggio in fabbrica durante la guerra del ‘15-‘18, per sostituire gli uomini chiamati alle armi.
E’ un cammino faticoso, segnato dal maturare della consapevolezza del ruolo di lavoratrici e dalle prime rivendicazioni sindacali da parte delle donne. Penso, per tutte, alle figure delle lavoratrici del tabacco e delle mondine. Penso all’immagine del “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo in cui, accanto ai due contadini che precedono la folla come avanguardie del movimento, si staglia la figura – emblematica e sullo stesso livello – di una donna con un bambino in braccio: una partecipazione alla vita sociale ed alle lotte che essa comporta, senza rinnegare l’essere donna e madre.
La guerra propone un primo radicale mutamento della figura femminile. Da un lato, esalta l’emancipazione, attraverso l’impegno delle donne in fabbrica per la produzione di armi e munizioni. Dall’altro, continua a valorizzare l’immagine femminile classica della bellezza e del lavoro domestico, attraverso le “cartoline in franchigia” e la produzione di vestiario per i soldati al fronte; anche per questa via si contribuisce alla modernizzazione dell’immagine della donna.
Infine, mentre si accentua nel dopoguerra il movimento pro-suffragio universale, l’autonomia prevista per le donne da una legge del 1919 – che riconosce loro piena capacità giuridica, cancellando definitivamente l’autorizzazione maritale – conclude il percorso del primo Risorgimento verso la cittadinanza compiuta.

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3. La vicenda fascista segna un evidente regresso nella condizione femminile, rispetto alle faticose conquiste del primo Risorgimento. Il fascismo è tendenzialmente contrario al lavoro femminile, alla emancipazione della donna, al suo impegno in ruoli di responsabilità; tende ad esaltare la figura della madre e della moglie, in una retorica di regime legata alla tradizione rurale; premia le famiglie numerose e promuove i matrimoni, attuando contestualmente una politica di tutela sociale e di assistenza. Tuttavia la volontà di accrescere la produttività economica, mobilitando tutte le risorse, porta alla promozione di cambiamenti sociali; ad essi contribuiscono l’associazionismo femminile e la diffusione della cultura: così da condurre ad una nuova immagine della donna, contrastante con quella della propaganda di regime.
Con la nuova guerra, le donne vengono nuovamente chiamate a prendere il posto degli uomini, richiamati sotto le armi. Ma é con la sconfitta e l’inizio della Resistenza che esse divengono protagoniste del secondo Risorgimento nella lotta contro l’occupazione nazista e fascista, dopo l’iniziale partecipazione di molte di loro (come Camilla Ravera, Teresa Noce, Rita Montagnana) alla lotta politica e clandestina contro il fascismo.
Nel secondo conflitto si dissolve definitivamente la distinzione fra fronte interno, in cui sono attive le donne, e fronte di combattimento. La prima forma di resistenza, da parte loro, si esprime attraverso il rifiuto della guerra; la partecipazione agli scioperi del marzo 1943, con la manifestazione a Torino in occasione della Giornata internazionale della donna; l’aiuto agli sbandati e ai soldati fuggiaschi. Seguono la partecipazione alla liberazione di Napoli e poi alla lotta nel Centro-Nord, come partigiane combattenti o continuando a svolgere il loro “mestiere di donne” nella famiglia, con un’assistenza continua e indispensabile a chi combatte; la rinascita dell’associazionismo femminile, con l’Unione Donne Italiane e il Vostro Centro Italiano Femminile nel 1944.
La partecipazione femminile alla lotta clandestina si articola in varie forme: dai servizi logistici, di staffetta e di collegamento, alla formazione di nuclei armati e distaccamenti partigiani femminili (come l’Alice Noli, a Genova); all’aiuto dato a molti, nell’anonimato, per nascondere, aiutare e curare chi ha bisogno; alla creazione e diffusione di una stampa femminile clandestina, per invitare le donne alla lotta e al dibattito sulla democrazia.
Nel novembre 1943 nascono a Milano i Gruppi di difesa della donna, con il compito di organizzare la resistenza nelle fabbriche, nelle scuole e nelle campagne; le loro rappresentanti collaborano con il CLN. Sono molte le donne – contadine, operaie e mondine; ma anche impiegate, professioniste e casalinghe, rappresentanti di tutte le classi sociali – che danno carattere di massa alla partecipazione femminile alla Resistenza: 35.000 cui è riconosciuto il titolo di partigiane/combattenti; 4.500 arrestate e torturate; 2.750 deportate in Germania; 600 fucilate o cadute in combattimento; 19 decorate di medaglie d’oro al Valor Militare. Tuttavia è giusto ricordare anche le donne che scelsero di stare dall’altra parte o furono costrette a farlo, entrando nel Servizio ausiliario femminile della Repubblica di Salò, con il compito di “pulitrici, cuciniere, magazziniere, dattilografe, telefoniste” e con la divisa militare grigio-verde.

Una organica storia della Resistenza al femminile è probabilmente impossibile, per molteplici ragioni: l’oralità di essa e la quotidianità delle azioni svolte dalle donne; l’ottica prevalentemente, se non esclusivamente, maschile con cui è stata vista la guerra di liberazione, durante il suo corso e successivamente; la mancanza di fonti scritte e orali sul contributo femminile alla Resistenza; la considerazione di fondo che la guerra – anche quella partigiana, nonostante la sua novità – è una questione maschile, così da relegare le donne in secondo piano. Tuttavia, la presenza di massa e insostituibile delle donne emerge con chiarezza: sia nella Resistenza armata; sia nella Resistenza civile, attraverso compiti di sussistenza, assistenza quotidiana, trasporto, comunicazione, stampa e proselitismo, diffusione e sanità, grazie anche al minor sospetto destato da una presenza femminile.
Nella memoria storica della Resistenza si tende a sottolineare il carattere tradizionalmente femminile dei compiti svolti dalle donne, nella collaborazione alla lotta partigiana. Ma in realtà vi è anche – ed è fondamentale – un duplice impegno combattente e politico: con la partecipazione alla Resistenza le donne acquisiscono consapevolezza del proprio valore e della propria capacità. La lotta di liberazione contro i nazisti e i fascisti si coniuga strettamente con quella per conquistare sul campo la parità e per difendere i diritti della donna, in un contesto che agevola il riconoscimento di quel valore e di quella capacità, grazie alla rottura del controllo sociale provocata dalla guerra. Anche se la promiscuità delle bande e la rottura degli equilibri tradizionali nel rapporto con l’altro sesso aprono la via alla diffidenza, al moralismo, al pregiudizio antifemminile, a partire da manifestazioni esteriori come le sfilate per celebrare la liberazione.
In questo senso la Resistenza – ben più del primo Risorgimento – è per la questione femminile l’innesco di una profonda trasformazione. L’esperienza partigiana assume per le donne un significato più ampio e incisivo di quelle precedenti, a partire dal primo ’900, nel confronto con i temi della politica e del lavoro, del rapporto fra pubblico e privato.
Si comprendono quindi, le molteplici sfaccettature e contraddizioni della memoria collettiva sull’esperienza partigiana femminile. Da un lato, vi è l’esaltazione delle aspirazioni alla giustizia e alla libertà, insieme a quella della femminilità di madri, mogli e sorelle. Dall’altro lato, vi è il timore per la spregiudicatezza di chi infrange le convenzioni, contraddice gli stereotipi di una femminilità tradizionale e remissiva, invade ruoli e territori del maschio, a cominciare da quello delle armi.
Probabilmente per questa ragione la Resistenza femminile – complice anche il silenzio sulle violenze subite dalle donne, per opera dei tedeschi come di alcune delle truppe alleate coloniali; e complice la cautela dei politici e degli alleati, di fronte a un fenomeno che appare doppiamente rivoluzionario – subisce la sordina di una memoria lacunosa.
Come osserva una protagonista fra le donne della Resistenza, emblema di tutte, la partigiana “Chicchi” (Teresa Mattei, la più giovane “madre” della Costituzione, all’Assemblea Costituente), le donne partecipano alle iniziative della Resistenza esattamente come gli uomini; solo hanno meno gloria. Lo testimoniano, fra i tanti dimenticati, nomi come quelli – più o meno conosciuti dai non addetti ai lavoro – di Tina Anselmi (la prima donna ministro, nel 1976), Vanda Bianchi, Irma Bandiera, Carla Capponi, Bianca Ceva, Anna Maria Enriques Agnoletti, Ada Prospero Gobetti, Lina Merlin, Camilla Ravera, Teresa Vergalli, Renata Viganò. Sono i nomi di persone che hanno pagato con la vita il loro impegno o che hanno proseguito dopo la liberazione la loro testimonianza, nella lotta politica per la cittadinanza compiuta delle donne.

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4. Dalla Resistenza nascono la Repubblica e la Costituzione, in cui le donne diventano finalmente cittadine a pieno diritto, almeno formalmente: un diritto conquistato proprio con la loro partecipazione alla Resistenza e poi esercitato subito, con il voto e con la partecipazione attiva all’Assemblea Costituente. Il voto alle donne – presupposto fondamentale di qualsiasi democrazia – rappresenta concretamente il riconoscimento di un diritto che le donne si sono guadagnate: sia per la loro centralità nella società e nella famiglia; sia per il loro impegno e sacrificio nel porre le premesse per un’Italia diversa e migliore.
Come afferma il 1° ottobre 1945 Angela Guidi Cingolani – membro della Consulta Nazionale – nel primo intervento di una donna nell’aula di Montecitorio, “l’impostazione del nostro diritto alla partecipazione attiva alla vita politica italiana fu proprio basata sulla rinnovata dignità della donna, maturata attraverso l’opera di assistenza e di resistenza, non naturalmente come premio della nostra buona condotta, ma come riconoscimento di un diritto della donna rinnovata nel dovere e nel lavoro”.
Eppure è un riconoscimento quasi clandestino, con il decreto luogotenenziale del 31 gennaio 1945, subito rimosso dal dibattito politico; e contiene un lapsus freudiano, poiché in un primo momento riconosce alle donne solo l’elettorato attivo e non anche quello passivo. Possono essere elettrici, ma non elette; quasi a sottolineare – anche se l’errore viene corretto – le difficoltà che altresì nel secondo Risorgimento e dopo accompagnano la lunga marcia delle donne verso una cittadinanza compiuta.
L’accesso delle donne alla cittadinanza politica – al pari della loro partecipazione alla Resistenza – rappresenta una svolta radicale nella storia e nel percorso unitario del nostro paese, ed un contributo fondamentale per determinare i caratteri della democrazia italiana.
La prima testimonianza di quel contributo è l’affluenza elevatissima delle elettrici ai seggi, nel 1946: nel marzo e aprile, per le elezioni amministrative; il 2 giugno, per il referendum e l’elezione dell’Assemblea Costituente (votano 14.600.000 donne e 13.350.000 uomini). Soltanto 21 donne vengono elette, il 4% dell’Assemblea su 556 componenti: insegnanti, giornaliste, una sindacalista, una casalinga, di provenienza politica diversa; tutte con un forte impegno e capacità, come si evince dai loro interventi nella c.d. Commissione dei 75 (di Angela Gotelli, Maria Federici, Nilde Jotti, Lina Merlin) e in Assemblea (di Angela Cingolani, Nadia Spano, Teresa Noce, Maria Maddalena Rossi).
Il testo costituzionale riconosce la parità fra i sessi nella sfera pubblica con gli articoli 3, 37 (con la specificazione della essenzialità della funzione familiare della donna), 48 e 51; limita la parità nella sfera della famiglia, a garanzia dell’unità di quest’ultima; rinunzia ad affermare l’indissolubilità del matrimonio. Proprio Maria Federici sottolinea, in Assemblea plenaria, come “fra pochi anni dovremo meravigliarci….. per aver dovuto sancire nella Carta Costituzionale che a due lavoratori di diverso sesso, ma che compiono gli stessi lavori, spetti un’eguale retribuzione…. e che le condizioni di lavoro, per quanto riguarda le donne, debbano consentire l’adeguamento alla sua essenziale funzione familiare e materna”.
Grazie al contributo femminile, la Costituzione non si limita a registrare la condizione in cui le donne vivono, ma – “presbite” quale è – ne anticipa il futuro, offrendo un supporto tuttora attuale alle loro battaglie. La Costituzione mantiene aperta la via per la piena conquista dei diritti civili e politici da parte delle donne, avviata da un’Assemblea costituente non sempre favorevole; anzi, talvolta incerta, quando non ostile al contributo femminile. Si pensi al rifiuto di ammettere le donne in magistratura, nonostante l’appassionata perorazione di Maria Federici e di Maddalena Rossi.

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5. La via tracciata dalla Costituzione per l’eguaglianza e la conquista dei diritti della donna è lunga e faticosa, ed è percorsa solo in parte, attraverso una serie di interventi legislativi e giurisprudenziali (sopratutto della Corte Costituzionale), in sinergia fra di loro. E’opportuno quindi richiamarne per cenni le tappe più significative, per evidenziarne i risultati nei primi sessanta anni di vita repubblicana, conseguiti sopratutto grazie alla tenacia ed all’impegno delle donne.
Altro e diverso discorso è, ovviamente, quello dell’attuazione concreta ed effettiva di quei diritti. Infatti, non si può ridurre la condizione femminile, semplicisticamente, soltanto alla vittima di un’ingiustizia maschile che le disconosce i propri diritti; e che perciò può essere rimossa limitandosi ad attuare una politica dei diritti e ad offrire una risposta del diritto, per quanto necessaria.
Così facendo, si finirebbe per sopravvalutare quanto il diritto può dare; per conseguire un equilibrio tanto formale quanto illusorio fra donna e uomo, nella logica (a tutto concedere) di un paternalismo illuminato. Ma si finirebbe per sottovalutare le persone, le loro risorse e potenzialità. Si finirebbe per sottovalutare il valore profondo della diversità, della preziosità e della ricchezza della condizione femminile: una condizione che non può essere risolta e annullata né in una subordinazione ed inferiorità nei confronti del maschio, né al contrario in una omologazione forzata ed apparente ad esso.
Insomma, si finirebbe per sottovalutare la dimensione culturale, prima che giuridica, della questione femminile e dei suoi problemi. Di ciò offrono conferma le discussioni che hanno accompagnato ed accompagnano la necessità di una maggior presenza, responsabilità e visibilità delle donne nell’ambito politico-istituzionale ed in quello economico-sociale; nonché le discussioni sull’effettività delle pari opportunità e degli strumenti per realizzarle.
Cionondimeno, il percorso legislativo del sessantennio trascorso è stato ed è essenziale, anche se non è stato (e non poteva essere) né risolutivo, né esaustivo. Di esso, è giusto ricordare innanzitutto le leggi a tutela del lavoro femminile ed a garanzia della parità: sulla tutela fisica ed economica della lavoratrice madre (n. 860/1950); sul divieto di licenziamento delle lavoratrici, gestanti e puerpere (n. 986/1950) e per il matrimonio (n. 7/1963); sulle lavoratrici madri, anche a domicilio (n. 1204/1971); per l’assistenza all’infanzia, con l’istituzione di asili-nido pubblici (n. 1044/1971); sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di lavoro (n. 903/1977); sull’estensione dell’indennità di maternità alle lavoratrici non dipendenti (n. 546/1987); sui congedi parentali, per il sostegno della maternità e paternità e per la maggior flessibilità sul lavoro (n. 53/2000). Rientrano in quest’ambito le leggi sulle azioni positive per le pari opportunità nel lavoro (n. 125/1991) e per l’imprenditoria femminile (n. 215/1992).
La dignità delle donne e la parità fra i coniugi trovano riconoscimento in una serie di leggi emblematiche e fondamentali per il nostro ordinamento: per l’abolizione della regolamentazione della prostituzione (legge n. 75/1958); per lo scioglimento del matrimonio (n. 898/1970); sulla riforma del diritto di famiglia (n. 151/1975); sulla tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza (n. 194/1978; senza naturalmente nascondere la sottolineatura sulla prima parte, dedicata alla tutela sociale della maternità); per cancellare l’attenuante della causa d’onore per i delitti (n. 442/1981); per classificare la violenza sessuale come reato contro la persona e non contro la morale (n. 66/1996); contro la violenza in famiglia (n. 154/2001).
Sono importanti anche le leggi per la parità nell’ammissione agli uffici pubblici: sulla presenza delle donne nelle giurie popolari e nei tribunali minorili (n. 1441/1956); sull’accesso a tutte le carriere (n. 66/1966); sull’ammissione delle donne nella Polizia di Stato (n. 121/1981).
Infine, devono ricordarsi tre fondamentali leggi costituzionali del 2001: per la integrazione dell’art. 51 della Costituzione, sull’accesso ad uffici pubblici e cariche elettive in condizioni di eguaglianza e sulla promozione a tal fine delle pari opportunità fra uomini e donne; per l’estensione, nell’art. 117, del principio di parità fra i sessi alle leggi e alle cariche regionali; per l’inserimento negli statuti delle regioni speciali del principio di parità di accesso alle consultazioni elettorali.

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6. Al percorso di riforma legislativa si affianca quello della giurisprudenza costituzionale, che si apre via via al riconoscimento della parità e della dignità femminile, pur muovendo da posizioni, a ben vedere, contraddittorie fra di loro.
Infatti, nel 1960 (con la sentenza n. 33) la Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale della normativa che escludeva le donne da tutti gli uffici pubblici implicanti «l’esercizio di diritti e potestà politiche», facendo cadere ogni preclusione al loro accesso ai pubblici impieghi e consentendo, così, in progresso di tempo, anche il loro ingresso in magistratura. E’ una sentenza con una portata davvero dirompente e determina la caduta progressiva di tutti i divieti, un tempo esistenti, per l’accesso delle donne ai vari lavori (pubblici e privati). Ovviamente, come ha di recente osservato anche Giorgio Napolitano (commemorando il cinquantesimo anniversario di quella sentenza), «c’era e c’è ancora un’altra barriera da superare, se non un tetto, per così dire una parete di cristallo che impedisce l’accesso a lavori, professioni, carriere, a sport e a stili di vita considerati, per tradizione, maschili»; ma questo cammino, ancora in corso, chissà quando sarebbe cominciato se non ci fosse stato quell’avvio!
Invece, nel 1961 (con la sentenza n. 64) la Corte ancora giustifica la diversità di trattamento tra l’adulterio del marito e quello della moglie: l’infedeltà di quest’ultima è punita anche se isolata, mentre quella del marito è punita solo in caso di relazione adulterina. Ad avviso della Corte, ciò sarebbe giustificato per la ritenuta maggior gravità della prima – secondo la realtà sociale dell’epoca – rispetto alle esigenze dell’unità familiare, richiamate dall’art. 29 della Costituzione quale limite all’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Una simile conclusione viene per fortuna ribaltata nel 1968 (con la sentenza 126). La Corte osserva che le limitazioni ammesse dall’art. 29 al principio di eguaglianza – in vista dell’unità familiare – non spiegano né giustificano una simile discriminazione, lesiva della dignità della donna e costituente un ingiustificato e inaccettabile privilegio per il marito.
Sempre nell’ambito familiare (con la sentenza n. 87 del 1975) la Corte ritiene incostituzionale la perdita automatica della cittadinanza italiana da parte della donna – indipendentemente e contro la sua volontà – in caso di matrimonio con uno straniero e in applicazione dell’ordinamento del marito, in quanto espressione di una gravissima diseguaglianza morale, giuridica e politica fra i coniugi.
Infine la Corte segnala (con la sentenza n. 61 del 2006 e con l’ordinanza n. 145 del 2007) che l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramandata potestà maritale, non più coerente con i princìpi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna.
Nell’ambito lavoristico (con le sentenze n. 123 del 1969 e sopratutto 137 del 1986) la Corte sottolinea come la parità giuridica sul lavoro riscatti la donna dal suo residuo stato di inferiorità sociale e giuridica rispetto all’uomo. Richiama la necessità della parità in tutte le fasi del rapporto di lavoro (accesso; attuazione; cessazione), alla luce anche degli artt. 4, 35, 38 e 3 della Costituzione, che integrano la previsione dell’art. 37. Tuttavia, pone in evidenza la necessità che le condizioni di lavoro, previste dalla legge per la donna, le consentano di svolgere anche le funzioni familiari e in specie quella di madre; e riconosce l’importanza di tutti gli interventi legislativi adottati a questo fine, nonché l’evoluzione della giurisprudenza del lavoro e dell’ordinamento comunitario.
Sempre nell’ambito lavoristico (con la sentenza n. 17 del 1987) la Corte esclude – alla stregua del principio di parità di diritti e di retribuzione, a parità di lavoro – l’ammissibilità di clausole di discriminazione per ragioni di sesso, nonché la possibilità di addurre queste ultime come motivo di rifiuto dell’assunzione o di licenziamento.
Inoltre, la Corte ritiene costituzionalmente legittime (con la sentenza n. 109 del 1993) le disposizioni che prevedono incentivazioni finanziarie a favore di imprese a prevalente partecipazione femminile o a favore di istituzioni volte a promuovere l’imprenditorialità femminile. Si tratta di azioni positive, in adempimento al dovere ex art. 3 2° comma Cost., per attenuare discriminazioni a sfavore delle donne e squilibri che hanno consolidato posizioni maschili dominanti, nell’ambito dell’impresa; e per trasformare una situazione di effettiva disparità di condizioni in una sostanziale parità di opportunità.
Infine, la Corte è stata chiamata ad occuparsi del controverso problema delle quote elettorali, per risolvere il problema della parità di accesso alle cariche pubbliche elettive. L’appartenenza all’uno o all’altro sesso (secondo la sentenza n. 422 del 1995) non può mai essere assunta a requisito di eleggibilità o di candidabilità, per contrasto con l’art. 3 primo comma e l’art. 51 primo comma, che impediscono qualsiasi forma di quota in ragione del sesso, nella presentazione delle candidature. Ad avviso della Corte, le azioni positive, per raggiungere una pari opportunità fra i due sessi, possono essere adottate purchè non incidano direttamente sul contenuto dei diritti fondamentali, garantiti in egual misura a tutti i cittadini: come appunto il diritto di elettorato passivo.
Misure come quelle delle quote – osserva la Corte – sono inammissibili quando imposte dalla legge; ma possono essere liberamente adottate dai partiti politici, come conseguenza di una crescita culturale che li renda consapevoli della necessità di una effettiva presenza paritaria delle donne nella vita pubblica. Al legislatore spetta invece individuare altre vie per favorire il riequilibrio dei sessi in quest’ambito, attraverso interventi in grado di agire sulle differenze di condizioni culturali, sociali ed economiche. Infatti – sottolinea ancora la Corte Costituzionale – le azioni positive per sostenere la presenza delle donne a livello politico-istituzionale richiedono comunque la visibilità, la presenza e il protagonismo delle donne nella realtà economica e sociale. Ne è testimonianza la chiamata recente di tre eccellenti professioniste a reggere ministeri fondamentali (gli interni, la giustizia, il welfare) per la vita politica del nostro paese, in un momento difficile come quello attuale.
Più recentemente (con la sentenza n. 49 del 2003) la Corte, dopo aver ribadito il principio affermato in precedenza, precisa che esso non viene leso da disposizioni legislative che impongano la presenza di candidati di entrambi i sessi nelle liste. Nella specie, non si pone un vincolo all’esercizio del voto o a quello dei diritti dei cittadini eleggibili; bensì un vincolo – ammissibile – alla formazione delle libere scelte dei partiti che presentano le liste elettorali, impedendo loro la presentazione di liste di candidati tutti dello stesso sesso.

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7. Un ultimo rilievo sulla condizione femminile negli ultimi sessanta anni riguarda il contributo europeo al percorso delle donne verso la parità. E’ un contributo importante poiché – con la modifica dell’art. 117 della Costituzione nel 2001 – l’ordinamento comunitario e quello convenzionale della CEDU si sovrappongono a quello nazionale, condizionandolo e rafforzando la prospettiva del terzo Risorgimento cui ho fatto cenno in precedenza.
Il contributo europeo muove dall’art. 14 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo del 1949: il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione fondata, fra l’altro, sul sesso. Una distinzione esclusivamente per ragioni di sesso, ad avviso della Corte di Strasburgo, è discriminatoria – e perciò inammissibile – se manca di una giustificazione obiettiva e ragionevole, basata su considerazioni molto serie.
A sua volta il Trattato della Comunità europea di Amsterdam – in armonia con le conclusioni della IV Conferenza mondiale sulla donna (Pechino, 1995) – introduce esplicitamente tra i compiti e le azioni della Comunità la realizzazione delle pari opportunità e della parità di trattamento fra i due sessi, riferendola alla occupazione, all’impiego e alla retribuzione. La parità, in tutti i campi, è richiamata altresì dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (cui rinvia il Trattato di Lisbona del 2007), ferma restando la possibilità di adottare e mantenere «misure che prevedano vantaggi specifici a favore del sesso sottorappresentato».
La giurisprudenza della Corte di giustizia europea si è pronunziata più volte sul tema della parità di trattamento, sopratutto in materia di lavoro, e delle azioni positive per assicurarla. Anche il Parlamento europeo e il Consiglio si sono occupati più volte della strategia comunitaria in materia di parità e di partecipazione equilibrata degli uomini e delle donne al processo decisionale comunitario.
Il 5 marzo 2010 la Commissione Europea – in occasione della giornata internazionale della donna, ricollegandosi alla dichiarazione di Pechino ed alla Convenzione ONU sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne – ha adottato la Carta per le donne, rinnovando il suo impegno per la parità tra donne e uomini e per il potenziamento delle prospettive di genere in tutte le sue politiche.
La Carta muove dalla premessa che la coesione economica e sociale, la crescita sostenibile e la competitività, le sfide demografiche dipendono da una vera eguaglianza tra uomini e donne: una eguaglianza ancora ostacolata nonostante i notevoli progressi compiuti verso la parità. Da ciò l’impegno della Commissione – che è stato sviluppato concretamente in una comunicazione del 21 settembre 2010 al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale ed a quello delle regioni, individuando una serie di azioni-chiave e di proposte più dettagliate – in cinque settori-chiave: la pari indipendenza economica; la pari retribuzione e la parità di lavoro; la parità nel processo decisionale; la dignità, integrità e fine della violenza basata sul genere; la parità fra i generi oltre l’Unione.

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8. La condizione femminile – grazie al percorso legislativo e giurisdizionale degli ultimi sessanta anni; soprattutto, grazie alle battaglie che le donne hanno condotto nel primo e nel secondo Risorgimento ed hanno proseguito in quei sessanta anni – è probabilmente oggi in Italia equiparata a quella maschile, quanto meno in apparenza e nella forma; ma nella sostanza è ancora in grande difficoltà sotto molteplici profili.
Primo fra essi è il profilo della partecipazione e della rappresentanza politica. Sessanta anni di voto alle donne non hanno ancora colmato il vuoto di presenza, il tabù del potere, la conflittualità culturale e la marginalità – latente e non risolta, quando non conclamata – che induce taluno a parlare tuttora di cittadinanza incompiuta, nonostante la crescita della coscienza politica delle donne.
Un altro profilo fondamentale è rappresentato dalla dimensione e dai problemi del lavoro femminile; dalla possibilità di conciliare effettivamente i tempi e i ruoli dell’occupazione femminile e della maternità nonché della presenza familiare della donna; dalla realizzazione di una effettiva parità nonché di un riequilibrio fra la partecipazione della donna e quella dell’uomo alla vita familiare, ai suoi compiti e alle sue responsabilità. Quello dell’occupazione femminile è un percorso nel quale – una volta risolte la prima fase della tutela e la seconda della garanzia di parità di trattamento – occorre affrontare una terza fase, che promuova effettive politiche di pari opportunità.
Nella pratica, al di là della equiparazione normativa e formale fra uomo e donna, il perdurante divario di reddito tra i due – a parità di condizioni di lavoro, età e preparazione – è legato essenzialmente alla difficoltà di conciliare il lavoro con una vita personale che coinvolge attività di cura ai bambini e agli anziani, più di quanto – nei fatti – non accada agli uomini; nonché alla scarsità di donne e alla carenza di una loro adeguata rappresentatività nei centri decisionali e di potere.
Il lavoro femminile è certamente penalizzato fortemente dall’assenza di strutture di sostegno alla famiglia; dal suo impegno in settori “più femminili” e meno remunerativi; dalla tradizionale sottovalutazione dell’impegno femminile “interno” alla famiglia (specie della donna non lavoratrice, per scelta o per necessità), rispetto a quello “esterno” dell’uomo. Tanto che si ravvisa in questa situazione uno spreco di una potenziale risorsa di crescita: l’Italia “usa troppo” le donne in famiglia e gli uomini in azienda, nonostante la pari istruzione, capacità e attitudine. Sicchè, in luogo dell’incentivo rappresentato dalla detassazione delle imprese che assumono donne, taluno propone sgravi fiscali direttamente a favore di queste ultime: sia per evitare che le imprese continuino a percepire l’occupazione femminile come più costosa di quella maschile; sia per riequilibrare e distribuire equamente i compiti domestici fra donna e uomo.
Quanto questa esigenza sia tuttora attuale, è dimostrato da una recente indagine della CONSOB, che evidenzia il carattere minoritario della presenza femminile negli organi di amministrazione delle società quotate e nel mercato azionario. Una legge approvata dal Senato nel marzo scorso, stabilisce che entro il 2015 un terzo dei consigli di amministrazione degli enti pubblici e delle società quotate in borsa dovrà essere composto da donne; anche se il problema non riguarda soltanto gli organismi di vertice, ma anche – e prima ancora – la necessità di un contesto effettivo di parità con gli uomini all’interno delle aziende, per arrivare a ricoprire le posizioni manageriali e quelle di vertice.
D’altronde non occorre andar troppo lontano e nello specifico, per sottolineare quel carattere minoritario. Basta pensare che proprio nella Corte Costituzionale, su quindici componenti, la rappresentanza femminile è affidata tutt’ora ad una giudice soltanto e neppure da molto tempo (la terza, dall’inizio dell’attività della Corte nel 1956).
Il tema delle quote (rosa o azzurre, come con un certo cattivo gusto vengono definite) – nell’ambito politico–istituzionale come in quello economico–sociale – merita certamente una riflessione più ampia di quella con cui esse vengono di solito reclamate o rifiutate nel dibattito mediatico. Per rimuovere gli ostacoli – in primo luogo culturali – alla presenza e alla visibilità delle donne, può anche essere necessaria e temporaneamente opportuna una corsia preferenziale. A condizione, però, che essa non diventi una sorte di “misura di protezione ambientale” per una specie in difficoltà, ed un criterio di selezione di genere, sostitutivo del merito, della preparazione e delle capacità; ed a condizione che le pari opportunità e gli strumenti per raggiungere queste ultime divengano una realtà effettiva e concreta.
Famiglia, procreazione, organizzazione del lavoro e funzionamento dello stato sociale sono i punti di riferimento e al tempo stesso i nodi non ancora risolti dell’universo e della vita femminile; quei nodi richiedono impegni e scelte politiche secondo un modello che si proietta in una dimensione ben più ampia. Penso, ad esempio, al tema dell’immigrazione e della accoglienza, ai suoi riflessi sulla vita quotidiana; al tema dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile; a quello della scuola e della formazione; al tema della pace. E ciò, senza voler guardare alla violenza contro le donne, tanto diffusa quanto confinata nel privato: dalle violenze domestiche alle molestie sessuali, agli stupri, alle violenze nei conflitti, alle mutilazioni genitali femminili, allo sfruttamento della prostituzione.
In quella dimensione, la centralità della persona è centralità dell’uomo ma anche della donna. E’ riconoscimento effettivo della pari dignità sociale fra di loro; della identità di soggettività e di partecipazione; della eguaglianza effettiva e non solo formale di diritti, di doveri e di responsabilità; della mutualità, dell’integrazione e dell’arricchimento reciproco – ma non già della sopraffazione – fra i modelli della cultura “maschile”, come la competizione e l’autoaffermazione, e quelli della cultura “femminile”, come la accoglienza e il pragmatismo.
Non è lontano il tempi in cui – con una affermazione tanto becera e roboante, quanto già da sola sufficiente a far pendere decisamente la bilancia a favore del femminile – si usava proclamare che la guerra sta all’uomo come la maternità sta alla donna. Questa, come altre amenità meno bellicose ma non meno avvilenti (che la donna piaccia, che taccia, e che stia a casa; oppure le tre c di chiesa, casa, cucina, e così via), riassumono una giusta constatazione del pensiero femminista. Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure; ma fa paura quello che troppo spesso si lasciano dietro (rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso… conflitti di cariche, carriere, promozioni). Il privilegio di essere donna dà una grandezza di altro tipo, che dalle cose ordinarie della vita arriva fino alle più straordinarie. E’ una “fortuna per l’umanità” che non si esaurisce nella procreazione, ma si sviluppa nella quotidianità; e rende ampiamente fondata e tuttora attuale la risposta di Angela Cingolani Guidi ai commenti maschilisti che accolsero l’entrata a Montecitorio delle ventuno donne costituenti nel 1946: “peggio di voi non potremmo fare”.

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9. La condizione femminile, con le sue peculiarità, le sue responsabilità, le sue risorse, la sua ricchezza, non è più – non può e non deve più essere – una condizione di inferiorità, al più da proteggere e da parificare: ma è un’identità da riconoscere nella sua compiutezza e nella sua concretezza. Un modello nel quale la realizzazione piena dei valori di pari dignità sociale e di laicità – in cui si riassumono e si inverano i valori della nostra Costituzione – deve diventare una realtà concreta per ogni donna, per tutte le donne, nel loro rapporto con le istituzioni, la politica, l’economia, il futuro, la scienza, la cultura, la vita sociale, la dimensione religiosa; ma anche, e prima ancora, nel loro rapporto con gli uomini e con se stesse: perché “se non ora, quando?”
Centocinquanta anni di percorso unitario sono molti per l’Italia; ma sono pochi per le parole della Genesi (3, 16-19), antichissime e sempre attuali, sulla fatica del vivere e del morire dopo la caduta e la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Il castigo è diverso, per genere: per l’uomo, la fatica del lavoro con il sudore della fronte; per la donna quella del parto con dolore.
Non è certo questa la sede per approfondire il tema della disparità di sanzione: se legata o meno (come qualcuno sosteneva, con un curioso senso di giustizia) a una graduazione di responsabilità: più grave per Eva, che avrebbe istigato; meno grave per Adamo, che avrebbe accolto l’istigazione. Certo è che – venuto meno (anche se non per tutte le donne, ma per quelle più fortunate) il dolore del parto, con il progresso tecnico e l’epidurale – al parto si sono comunque aggiunti anche la fatica e il sudore del lavoro, per la maggior parte di esse. Ma la lotta per l’eguaglianza e la pari dignità non ha cancellato la differenza legata alla “funzionalità femminile” e tutte le conseguenze negative (di condizionamenti e ingiustizie) derivanti da quest’ultima e dai suoi numerosi abusi e strumentalizzazioni nella storia.
Non è neppure questa la sede per approfondire il tema del rapporto che intercorre fra la pari dignità dell’uomo e della donna, e della differenza di genere cui si legano i rispettivi ruoli. Quel rapporto è stato esaminato nell’ottica ecclesiale dalla lettera apostolica del 1988 di Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem, per attualizzare (finalmente!) l’insegnamento della Chiesa Cattolica sul ruolo della donna, dopo il Concilio Vaticano II; e, a proposito di quest’ultimo, mi piace pensare che se Raissa Oumançoff non fosse morta nel 1960, l’8 dicembre 1965 Paolo VI avrebbe consegnato ai coniugi Maritain – e non solo al filosofo e vedovo Jacques – il messaggio del Concilio agli intellettuali (prima della conversione, tra l’altro, Jacques e Raissa erano stati sposati “solo” civilmente per due anni).
Quel rapporto fra la pari dignità e la differenza di genere e quindi di ruoli, solleva tuttora qualche perplessità in chi ritiene che esso finisca per legittimare una subordinazione in terra della donna all’uomo, che non può venire compensata dalla pari dignità di entrambi in cielo, di fronte a Dio. Certo è che la differenza di genere fra i due, se da un lato non può giustificare la perdita dell’identità e della specificità femminile, in nome dell’eguaglianza, dall’altro lato non può neppure, al contrario, giustificare quella subordinazione, come per troppo tempo è stato in passato; e tuttora continua.
Siamo tutti consapevoli che è fortunato il paese il quale non abbia bisogno di eroi. A me sembra che sia altrettanto fortunato il paese il quale non abbia bisogno di esaltare perché donne eccezionali delle figure come quelle di Rita Levi Montalcini e di Maria Montessori: l’una, premio Nobel per la medicina grazie ad una serie di ricerche condotte dopo aver dovuto abbandonare patria, famiglia, affetti e lavoro perché ebrea; l’altra, prima osannata e poi bandita dal regime fascista, perché esempio di scienziato che ha rivoluzionato una visione “maschile” della pedagogia. Ma possa esaltarle (senza stupirsi) perché persone eccezionali.

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