Rancore fa rima con amore. Il ri-sentimento che segna i nostri anni

di Marco Belpoliti, La Stampa, 31 gennaio 2008

La faccia livida di Berlusconi durante l’ultimo anno e il volto accigliato di Romano Prodi in questi ultimi giorni: non è difficile anche per un osservatore distratto leggere i segni del rancore sui due visi, i tratti salienti di un risentimento che si palesa, oltre che attraverso le espressioni facciali, anche nelle parole, nei toni di voce. Il sentimento che segna i nostri anni è senza dubbio il risentimento.

«Ri-sentire», ovvero sentire di nuovo cose vecchie, ormai stantie, spiega Luis Kancyper, psicoanalista argentino, che vi ha dedicato un importante studio (Il risentimento e il rimorso, Franco Angeli Editore). Un vecchio signore parlando a una trasmissione radiofonica ha detto: «È come prendere un veleno e aspettare che l’altro muoia». Per gli psicoanalisti è infatti qualcosa di omicida e di suicida contemporaneamente. Il rancore è presente nella storia dell’uomo e sembra spiegare avvenimenti cruenti in ogni epoca.

Il rancore «esprime il bisogno di rivalsa da parte di un soggetto, o addirittura un popolo, che sente di aver subito un torto e chiede la riscossione di conti che non risultano mai saldati», scrive Renato Rizzi nella prefazione di un volume collettivo: Itinerari del rancore (Bollati Boringhieri, pp. 272). Il rancore è strettamente imparentato con l’invidia l’odio, la vendetta, il desiderio di rivincita. È un problema di relazione, di comunicazione, che sembra prescindere dalla ragione e diventare, in progressione, sensazione, emozione e infine sentimento. Chi può dire di non aver sperimentato questa escalation, di non aver mai provato il risentimento?

Gli psicologi distinguono tra l’emozione, che comporta una risposta affettiva violenta e di breve durata (come rabbia, fastidio, disgusto, disprezzo, livore) e il sentimento vero e proprio del rancore (che è meno violento ma più durevole) e si chiama rivalsa, astio, offesa, vendetta, gelosia, invidia, odio. Si va dal rancore fraterno – Caino contro Abele – al rancore generale, ma pur sempre nell’ambito di una comunità ristretta. La rivalità ne è una delle forze scatenanti. L’etimo della parola è interessante: rivalis, “aver diritto alla stessa fonte”. La Bibbia e le tragedie greche ne sono piene: rancore e rimorso sono fratelli. Rizzi si sofferma sul fenomeno che dall’ira porta al rancore. Già Primo Levi ne aveva parlato in modo evidente quando, in Se questo è un uomo, vede nell’odio il desiderio primitivo di rivalsa, una tentazione che attraversa anche la sua persona di ex deportato: un contagio a cui è difficile sottrarsi.

Rancore e invidia sentimenti collegati: perché lui sì e io no? L’invidia come sofferenza e irritazione per le gioie dell’altro. Slavoj Žižek in La violenza invisibile (Rizzoli, pp. 238, e12) ci ricorda che il sentimento dell’invidia / risentimento comporta una disuguaglianza negativa: se devo scegliere tra un guadagno per me e una perdita per il mio avversario, preferisco la perdita dell’avversario, anche se questo significa una perdita per me. Gore Vidal l’ha sintetizzato in una formula: «Vincere non mi basta, l’altro deve perdere». Quanti episodi della vita politica italiana dell’ultimo decennio si spiegano così? Moltissimi.

Rancore da “rancido”: qualcosa andato a male. Cosa esattamente? L’amore, probabilmente, oppure il sentimento di sé. Il rancore corrode l’Io. Stefano Tomelleri, sulla scorta di René Girard, ipotizza che sia la democrazia stessa a provocare il risentimento, la democrazia occidentale fondata sul culto dell’individuo lo stimolerebbe attraverso la competizione. Per quanto rispetto al passato la nostra società abbia una maggiore capacità di reggere elevate dosi di competizione, il prezzo che si paga in cambio è «la democratizzazione delle nevrosi legate al risentimento», come ha scritto Alain Ehrenberg in La fatica di essere se stessi (Einaudi). Tuttavia, noi scontiamo una vera e propria cultura del risentimento, in cui i singoli individui dissipano grandi energie nel rincorrere mete irraggiungibili, con la conseguenza di accumulare frustrazione e rancore. Il rancore sarebbe una «non-riconciliazione con il proprio Io», dato che sembra avere a che fare con uno stato di incertezza e di dipendenza che si continua a provare nel tempo, anche a grande distanza dall’offesa ricevuta… il rancore come immaturità?

Certamente gli psicologi che intervengono nel volume curato da Rizzi parlano di tormenti e offese che «minano il valore e la stima di sé», sensazione che alimenta il rancore. Qualcuno ha definito il rancore come di «un demone prigioniero» del nostro stesso desiderio di tenerlo in vita: un rovello che continua il suo sordo lavoro. È la ruminazione, a volte persino compulsiva, che spiega come vengano conservati a distanza di tempo particolari dei torti subiti o ritenuti tali, un’attività di pensiero che serve a “covare”. Come uscire dal rancore? Una ricetta certa non c’è, però appare sempre più evidente la funzione positiva assunta dall’oblio, arte fondamentale del dimenticare in modo attivo. Tuttavia, è difficile da applicare e non solo nelle storie individuali, ma anche in quelle di interi popoli.

La memoria può essere anche infetta, ci ha ammoniti Edgard Morin.