Prossimo venturo

di Michel Serres, La Stampa, 12 luglio 2002

Nella mia vita di ricercatore solitario, ho constatato fino a che punto l’umanesimo universale sia diventato poco a poco illeggibile e desueto, detestato persino da coloro che l’associano – talvolta a giusta ragione – all’imperialismo e al processo di colonizzazione. Ora, nel momento stesso in cui la mia vita sta per terminare e gradatamente sparisce questo vecchio eurocentrismo, mi accorgo della comparsa di nuove umanità, della nascita di una nuova alba. L’antico umanesimo conferiva uno spessore temporale al pensiero, alle inquietudini e alle invenzioni dell´uomo di cultura; la sua vita valeva la pena di essere vissuta al punto che nessun’altra esistenza, senza dubbio, ne uguagliava la magnificenza. Seppur giovane, il filosofo enciclopedista si trovava nello stato di un uomo anziano arricchito di un formidabile esperienza accumulata. Fino a ieri mattina, aveva quattro-cinque millenni di età media. Il sociologo, al confronto, un secolo e mezzo: un bambino; un geometra, al confronto, 1500 anni, e lo storico delle religioni qualche migliaio d’anni. Dunque, nella famiglia dei sapienti, noi umanisti abbiamo ricoperto il ruolo degli antenati. Ora, una sorta di neotenìa culturale fulminante ci spinge ormai verso il presente; facendo tabula rasa del passato, facendoci diventare tutti dei bambini piccoli. La morte delle umanità riduce il tempo al momento presente. Eppure no, ecco che si delinea l’immensa meraviglia contemporanea: nel momento stesso in cui, come nel Rinascimento con la stampa, noi cambiamo di supporto con le nuove tecnologie, nel momento in cui abitiamo in un Universo e in una Terra nuovi, grazie all’astrofisica e alla tettonica a placche, e il nostro corpo è mutato come mai aveva fatto nel corso di tutta l’ominazione, nel momento in cui dei Copernico, dei Mercatore e dei Vesalio si ripresentano più numerosi e più profondi dei loro precursori, disponiamo infine di un grande racconto, esteticamente magnifico e dispiegato nello spazio e nel tempo in un modo così ampio, così probabile e vero come mai avvenuto prima, poiché tutte le scienze lavorano, in parallelo e incessantemente, per modificarlo. Dopo che il Big Bang diede inizio ai primi atomi, che costituiscono la materia delle cose inerti e della nostra stessa carne; dopo il raffreddamento dei pianeti e dopo che la nostra Terra diventò un serbatoio di materie, ancora più pesanti, che compongono i nostri tessuti e le nostre ossa; dopo che una strana molecola di acido, quattro miliardi di anni fa, cominciò a replicarsi in modo identico, e poi a trasformarsi per via di mutazione; dopo che i primi esseri viventi iniziarono a colonizzare il volto della Terra, con un’evoluzione costante, lasciando dietro di loro più specie fossili di quante potremmo mai conoscerne ai tempi nostri; dopo che una ragazza africana di nome Lucy cominciò a mettersi in posizione eretta nella savana dell’Africa orientale, promessa inconsapevole dei viaggi esplosivi dell’umanità futura nella totalità dei continenti emersi, in culture e lingue contingenti e divergenti; dopo che qualche tribù del Sud America e del Medio Oriente inventò la coltivazione del mais o del grano, senza dimenticare il patriarca che piantò la vigna o gli eroi indiani che fecero la birra, addomesticando così per la prima volta dei microrganismi come il lievito; dopo che vide la luce la scrittura e certe tribù indiane, cinesi, greche e italiche iniziarono a comporre versi nelle loro lingue scritte: allora il ceppo comune del più grande racconto mai conosciuto dall’umanità cominciò a crescere, per dare uno spessore cronico inatteso, reale e comune a un umanesimo finalmente degno di questo nome, in quanto potevano parteciparvi tutte le lingue e le culture derivanti proprio da esso, unico e universale, perché scritto nel linguaggio enciclopedico di tutte le scienze e traducibile in ogni lingua vernacolare, senza particolarismo né imperialismo, come nel mattino della Pentecoste. Perché quindi piangere per la perdita di un racconto di appena due millenni quando ne abbiamo guadagnato uno di più di dieci miliardi d’anni? Perché deplorare la perdita di una cultura limitata a quella che si faceva sulle sponde di un solo mare, nel momento in cui estendiamo la nuova cultura alla comunità umana, in teoria e in pratica, nello spazio e nel tempo e che riaccostiamo infine le umanità antiche, locali e particolari, a un umanesimo vicino al suo senso universale? Vi ascolto: niente di questa lunga epopea ci può consolare né ci proteggerà dal fatto di non comprenderci perché non parliamo la stessa lingua, di odiarci perché non professiamo le stesse religioni, di sfruttarci perché non viviamo allo stesso livello economico, di perseguitarci perché non disponiamo delle stesse forme di governo. Quindi, nulla impedisce che ci assassiniamo gli uni con gli altri per tutte queste ragioni. Vi ascolto e avete ragione. Peggio ancora, l’antica cultura, quella che rimpiangono gli anziani, anche se fondata sull’orrore della guerra di Troia o l’interdizione del sacrificio umano sotto la minaccia d’Abramo, padre dei monoteismi, non ci ha mai liberato da queste violenze infernali, nel quotidiano della storia, né dai massacri dei galli, degli indiani, dei catari o degli aborigeni, né Auschwitz o Hiroshima. Le scienze non parlano delle sofferenze dell’individuo, né del senso dell’esistenza, né di questa bellezza che talvolta ci salva. Soltanto le culture e le lingue le annunciano, le gridano o le mostrano in forme così diverse che la loro universalità allora esplode in un intarsio variegato, atlante ancora più cangiante della vita, essa stessa espressa in regni, generi o specie. Noi professori, talvolta umanisti, non disponiamo né di potere politico, né di eserciti, né di denaro, né d’amministrazione, per fortuna. Non ne faremmo un uso migliore di tutti gli altri, l’abbiamo dimostrato mille volte. Quanti sono gli uomini, detti di cultura, consapevoli che la vera cultura si riconosce dal fatto che essa non permette a un uomo di cultura di schiacciare un altro sotto il peso della sua cultura? Non disponiamo quindi che del linguaggio e, talvolta, dell’insegnamento. Il nostro, dunque, può essere un lavoro a lungo termine. Esattamente nell’immenso termine di questo grande racconto. Come rispondere, allora, con i nostri mezzi specifici, a queste domande dolorose, senza dubbio scaturite dal problema del male, per il quale restiamo inconsolabili? Come lavorare per la pace, il più alto dei beni collettivi? Come continuare a costruire queste due universalità che sono le fondamenta del nuovo umanesimo? Propongo un’azione appropriata. Faccio appello alle università del mondo per la diffusione di un sapere comune. Preoccupato dalle incomprensioni e dalle guerre fra i popoli, penso che la realizzazione di un ceppo comune del sapere – capace di riunire, a poco a poco, tutti gli uomini, iniziando da una frangia di studenti – favorirebbe l’avanzata della pace nel mondo. Questo umanesimo universale contribuirà a creare una mondializzazione pacifica. Domando quindi ai ministri dell’educazione, ai rettori delle università, così come a tutti gli insegnanti di buona volontà, di consacrare tutto o parte del primo anno del loro insegnamento a un programma comune che permetterà agli studenti del mondo intero e di tutte le discipline d’acquisire un orizzonte simile di sapere e di cultura. Essi, a loro volta, diffonderanno questo orizzonte comune. Suggerisco loro solamente un quadro generale che moduleranno liberamente, secondo la loro cultura, la loro lingua, la loro specialità e la loro buona volontà Questo quadro s’ispira a due considerazioni. Le scienze esatte accedono all’universalità attraverso il grande racconto che ho riportato; le prendo qui nel loro insieme e secondo l’evoluzione generale del mondo che l’enciclopedia contemporanea descrive. Le culture formano un mosaico con una grande varietà di forme e di colori, a imitazione delle lingue, delle religioni e delle politiche. Questo insieme di differenze è riunito in un atlante. Il quadro si divide quindi in due parti che costituiscono questo programma comune: – il grande racconto unitario di tutte le scienze (elementi di fisica e di astrofisica: la formazione dell’universo, dal Big Bang al raffreddamento dei pianeti, elementi di geofisica, chimica e biologia: dalla nascita della Terra all’apparizione della vita e all’evoluzione delle specie, elementi di antropologia generale: comparsa, diffusione e preistoria del genere umano; elementi di agronomia, di medicina e passaggio alla cultura: i rapporto degli uomini con la Terra, la vita e l’umanità stessa; – l’atlante composto come un mosaico delle culture umane (elementi di linguistica generale: geografia e storia delle famiglie linguistiche, le lingue di comunicazione, la loro evoluzione; elementi di religione: politeismi, monoteismi, panteismi, ateismi; elementi di scienze politiche: i diversi tipi di governo; elementi d’economia: la ripartizione delle ricchezze nel mondo; capolavori scelti dalla saggezza del mondo e delle belle arti: letteratura, musica, pittura, scultura, architettura). Nel momento in cui la mondializzazione include le comunicazioni e, tramite esse, l’economia, noi, ricercatori e insegnanti, possiamo lottare ad armi più che pari con essa e contro di essa, completandola o rendendola umana, poiché la prima mondializzazione, giustamente, arriva attraverso la scienza, lo studio e la ricerca. Non subiremo le conseguenze di questo nuovo processo d’umanizzazione, ma saremo noi ad averlo generato. L’umanesimo che intendiamo d’ora in avanti insegnare non sarà più radicato in una determinata regione del globo, ma, al contrario, sarà valido per tutta l’umanità, ormai accessibile e comunicante. Questa umanità osserva che esistono due universalità: una, scientifica, sviluppa un grande racconto, valido per lo stesso universo, la vita in generale, e annuncia come infine l’uomo emerga in modo contingente. A motivo di questa contingenza, questa universalità unica lascia allora il passo alla seconda, diversa e complementare, in un atlante fatto come un mosaico o una vetrata variegata, screziata, tigrata, multipla e cangiante, quella delle culture umane, più contingente ancora e con variazioni migliori della vita stessa. Non è più possibile a noi decisionisti, né a noi concittadini, vivere conoscendo una sola di queste universalità – o quella, omogenea, delle scienze, o quella, damaschinata, delle culture. Le antiche forme di insegnamento moribonde non formano altro che istruiti incolti o colti ignoranti. La suddivisione attuale degli studi in due parti – scienze esatte e scienze sociali – non permette né di comprendere il mondo né di anticipare il destino degli uomini, e ancor meno a questi ultimi di intervenire su esso. Il che non porta al raggiungimento del bene supremo: la pace. Questo programma comune di conoscenza comune – e comune tre volte, da parte degli uomini, del mondo e del sapere – contribuisce a creare quella che infine si potrebbe definire la cultura contemporanea, cioè un umanesimo nato dal genere umano e adattato alle sue necessità.