Perché è così difficile chiedere perdono a qualcuno

di Francesco Alberoni, Corriere della Sera, Pubblico&Privato, 2 febbraio 2004

Dobbiamo perdonare. Il cristianesimo ci dice di farlo non sette volte, ma settanta volte sette. La mentalità del perdono è tanto diffusa che nelle chiese, quando si celebra il funerale della vittima di un delitto, spesso un familiare dice che perdona all’uccisore. Ma è giusto? Non dobbiamo domandarci cos’ha fatto per meritare il perdono? Qualcuno dice che bisogna perdonare sempre e comunque. Ma se si perdona sempre e comunque che senso ha distinguere il bene dal male, il merito dal demerito? Io ritengo che chi ha fatto del male, deve fare qualcosa. Deve perlomeno chiedere perdono. Ma chiedere perdono non è una frase. Significa interrogare se stessi, capire l’altro, ammettere la propria colpa in modo aperto. E farlo prima di essere braccato e preso. Vuol dire provare rimorso, mettersi in balia dell’offeso e riconoscergli il diritto di colpirti, di punirti. E’così che il bambino chiede perdono a sua madre, a suo padre. E’così che il credente chiede perdono a Dio. Riconosce la colpa, accetta la pena, e si rimette alla capacità di amare dell’offeso. Il perdono è frutto di questa capacità di amare. La maggior parte della gente non chiede perdono. Dice «scusami, mi spiace» come se ti avesse pestato involontariamente un piede. Involontariamente, cioè senza colpa, senza responsabilità. Abbiamo promesso aiuto a un amico. Poi abbiamo saputo che era nei guai, ma avevamo altre cose a cui pensare. Rivedendolo ci dice che ci aveva cercato a lungo, con angoscia. E noi: «Ero occupato, scusami, mi spiace». Scusarsi è un chiedere perdono debolmente, quasi giustificandosi, dichiarandosi non colpevole. Ma c’è anche chi non chiede nemmeno scusa. Lo fanno soprattutto coloro che sono abituati alla lotta, come nel campo degli affari o nella politica. E si giustificano dicendo che non è una questione personale. «Nulla di personale, è solo businisse» dicono, nel film «Il Padrino», i mafiosi quando hanno ammazzato a qualcuno il figlio, il fratello, l’amico. Chi agisce in questo modo è pronto a colpirvi non sette, ma settanta volte sette. C’è poi chi non perdona perché vuole vendetta. La vendetta ci inchioda a un passato che dobbiamo tenere vivo per trovarvi l’odio che ci spinge a studiare come colpire, in modo atroce, chi ci ha fatto del male. La vendetta è un lavoro, riempie la vita. Vi sono individui e gruppi che vivono di vendetta, godono a essere spietati giustizieri. Ma, senza il perdono, la vendetta non ha mai fine. E’una malattia della società e dello spirito. C’è infine chi non si vendica e non perdona, dimentica. Quel che è stato è stato. E’un atteggiamento accomodante, che consente di vivere senza ricordi sgradevoli, guardare avanti. Il perdono come oblio. E’frequente nelle persone generose, forti. Quando riguarda piccole cose è saggio. Ma per quelle molto gravi è giusto? Non è un atto di pigrizia morale e spirituale? Non è meglio ricordare che c’è stata un’ingiustizia che esige la richiesta di perdono e l’atto cosciente di perdonare? E’una strada più difficile, che però fa crescere entrambi. Perché obbliga vittima e colpevole a riflettere su loro stessi e fa appello ai loro sentimenti più nobili.