Meglio perdonare che vendicarsi, se c’è davvero rimorso

di Francesco Alberoni, Corriere della Sera, Pubblico&Privato, 5 agosto 2002

Sono rimasto molto colpito quando in tv ho visto il padre di un giovane appena ucciso dire che perdonava l’assassino. Forse dal punto di vista cristiano è giusto, è sublime, ma io so che non avrei saputo, né voluto, farlo. Non per spirito di vendetta e nemmeno di giustizia. Per una ragione più elementare, perché ritengo che si debba e si possa perdonare solo chi si pente, solo chi chiede perdono. Nella parabola del Figliol prodigo il padre corre incontro al figlio, ma questi si butta ai suoi piedi e dice: «Padre ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Gesù perdona Maddalena perché ha fede, rimette i peccati quando il peccatore è pentito. Ma perché io debbo perdonare un assassino che, mentre lo perdono, forse si compiace con se stesso di ciò che ha fatto o se ne vanta con i suoi complici? Perché devo perdonare un mafioso che ha sciolto nell’acido un bambino e, con questo gesto, ha rafforzato la sua potenza di capo inflessibile? Perché devo perdonare un individuo spietato che mi ha tradito, ingannato, perseguitato, ha perseguitato mia moglie, i miei amici, i miei figli e continua a farlo? Come fanno gli ebrei a perdonare Hitler che voleva sterminarli fino all’ ultimo? Come fanno le famiglie degli ufficiali polacchi a perdonare Stalin che li ha fatti uccidere? Per perdonare occorre che chi ha compiuto la nefandezza si penta, e lo dica, ci convinca che il suo pentimento è vero e chieda perdono. Occorre che provi rimorso. Il rimorso è la nostra reazione primordiale, di esseri umani, all’aver contribuito, in qualsiasi modo, a fare del male a qualcun altro. Lo proviamo perfino quando abbiamo fatto del male in modo involontario. L’alpinista prova rimorso per l’amico che è precipitato perché si è spezzata la corda. Il rimorso è la prova che, nel profondo del nostro essere uomini, c’è scolpita, indelebile, la conoscenza del bene e del male. E il rimorso non si spegne col tempo, nemmeno quando l’altro ci ha perdonato. Da anziani proviamo rimorso per azioni compiute sconsideratamente da giovani. Il rimorso ci impone un radicale pentimento, ci spinge a voler espiare, a compiere un’azione realmente riparatrice. Solo di fronte al rimorso il perdono è possibile. Anzi è dovuto, per quanto straziante sia stato il nostro dolore. Perché porta il colpevole sul nostro stesso piano, gli fa provare dolore per averci arrecato dolore. E la sua sofferenza si svolge parallela alla nostra. Il suo rimorso non annulla il nostro soffrire. Ma ci accomuna nello stesso dolore, ci affratella nello stesso pianto. Alla fine dell’Iliade Achille piange con il vecchio re Priamo a cui ha ucciso il figlio, e il poema epico diventa tragedia umana. Di fronte al rimorso e al pentimento sincero perciò dobbiamo perdonare. Se non lo facciamo scegliamo la via della vendetta. La vendetta ci inchioda al passato, al momento dell’atto compiuto dal malvagio. Ci costringe ad essere com’era lui allora. La vendetta blocca la nostra capacità di mutare, di rinnovamento. Le persone vendicative sono ossessionate, dannate. E se la vendetta si installa nella società, l’avvelena e la dilania con una malvagità che può durare decenni, secoli e che nessuno riesce a spegnere. Pensiamo alle sanguinose faide famigliari, all’odio religioso in Irlanda, a quello etnico in Ruanda e in Burundi. Dove non riesce il perdono, odio chiama odio, sangue chiama sangue, senza fine.