Malati di cattiveria

di Gina Pavone, D di repubblica, 18 aprile 2011

Per spiegare perché le persone si comportano male con gli altri non basta parlare di cattiveria ma di malattia: una forma di scarsa capacità di empatia. Lo afferma il famoso psicologo inglese Simon Baron-Cohen, che ha appena pubblicato un libro sul tema. Ne parliamo con la filosofa Laura Boella

È capitato a tutti di essere bistrattati senza motivo da un collega o di ricevere una rispostaccia chiedendo informazioni per strada. Oppure l’altro giorno siamo stati noi a non dare una mano a una donna in difficoltà con una valigia più grande di lei. E se quelle scorrettezze fossero in qualche modo scritte nei geni?
Per spiegare perché le persone si comportano male con gli altri non basta parlare di cattiveria, almeno secondo Simon Baron-Cohen, psicologo inglese famoso per i suoi studi sull’autismo e sulle differenze tra i generi. Nel libro Zero Degrees of Emphaty. A New Theory of Human Cruelty, da poco uscito nel Regno Unito, Baron-Cohen cerca di spiegare la crudeltà affidandosi alla scienza invece che alla morale o alla religione, e per rintracciarne le cause parla di malattia invece che di male.
Allora essere “carogne” è una patologia?
In un certo senso sì: tutto dipende dall’empatia, la capacità di immedesimarsi in un’altra persona e capirne i sentimenti. Il nostro cervello è come “cablato” per l’empatia, tuttavia ci sono delle forti differenze individuali e la comprensione dell’altro non è frutto solo di sforzo intellettuale, ma dell’attività di precise aree cerebrali che ci rendono più o meno sensibili e attenti verso gli altri?
Baron-Cohen si dilunga sulla Shoa, esempio eclatante di cosa è capace l’essere umano con altri individui della sua stessa specie, ma nella sua analisi rientrano anche le piccole angherie quotidiane, quelle ordinarie, a cui di solito si fa poca attenzione, ma che rischiano di farci scivolare sempre più in basso nella scala dell’empatia.
Per Baron-Cohen, infatti, la capacità di immedesimarsi negli altri può esprimersi in sei gradi, dal livello massimo, che denota forte intuitività e comprensione degli altri, fino all’inverso al grado zero, in cui la capacità empatica umana è pressoché assente. La maggior parte delle persone si trova più o meno a metà, e se tutti possono avere dei cali temporanei di empatia, ci sono anche individui poco empatici a causa di una precisa conformazione dei loro circuiti neurali.
E quello che non può spiegare la genetica può farlo la storia individuale, innanzitutto il tipo di relazioni e affetti istaurati durante l’infanzia?
Ma attenzione: il dato genetico e neurobiologico non può essere assolutizzato, altrimenti finiremmo per considerare il nazista Eichmann uno psicopatico, cosa che non era affatto”, avverte Laura Boella, filosofa dell’università di Milano che ha dedicato parte dei suoi studi al tema delle relazioni tra le persone e sull’empatia ha scritto un saggio dal titolo Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, edito da Raffaello Cortina Editore. Dunque il determinismo biologico, l’attribuire tutto a geni e processi neurali, finirebbe per giustificare sia le scorrettezze quotidiane sia la crudeltà.
Ma al di là del rischi di trasformare un concetto con un forte impatto etico (il male) in un deficit materiale, secondo Boella la teoria di Baron-Cohen è interessante “come riflessione sul lato oscuro dell’empatia, perché da un po’ di tempo questa capacità umana sembra diventata la risorsa che ci salverà, la molla che ci garantisce la socievolezza, la possibilità di stare insieme e occuparci dell’altro”. Una prospettiva forse un po’ troppo semplicistica, avverte la filosofa italiana:
“Tutta una serie di analisi e teorie recenti hanno investito l’empatia di un ruolo salvifico per il mondo contemporaneo. Il discorso di Baron-Cohen è un invito a riflettere sul suo reale funzionamento”? Insomma, dell’empatia si parla solo in positivo, come attitudine prosociale, che favorisce le relazioni umane, la cura, la condivisione della sofferenza altrui.
“In realtà non si tratta di una capacità garantita, che possiamo dare per scontata, al contrario è molto fragile, vulnerabile e soggetta a cadute, subisce delle variazioni individuali notevolissime”.
Consistente è anche l’influenza di fattori esterni: “Ci sono situazioni sia patologiche come la schizofrenia o comunque borderline in cui stress, depressione, alcolismo, deficit dello sviluppo psichico nell’età infantile possono compromettere notevolmente la capacità empatica. Baron-Cohen parla addirittura di modificazioni cerebrali e aree del cervello che si sviluppano in maniera deficitaria proprio in seguito a situazioni critiche dell’infanzia oppure a determinati fattori”.
La teoria di Baron-Cohen può essere utile a tenere sotto controllo i piccoli cedimenti quotidiani, che un pezzetto alla volta possono portare se non al grado zero di empatia, quanto meno a una pericolosa indifferenza verso gli altri.
“Perché il male ha anche una dimensione impercettibile, che spesso lasciamo andare tranquillamente. Ci sono forme di malvagità che potremmo definire subliminale e che passano attraverso il non accorgersi e non tener conto della presenza degli altri. In questo senso la tesi di Baron-Cohen è collegabile alle teorie harendtiane sulla banalità del male”. Banalità del male che può valere sia per i grandi criminali della storia che per le nostre disattenzioni quotidiane.
“Il problema è che l’empatia la si dà per scontata ed è del tutto trascurata nell’educazione, invece dovrebbe essere coltivata e gestita attivamente, magari educando all’empatia anche a scuola”, conclude Boella.