Libia, quelle bombe non servono

di Giorgio Bocca, l’Espresso, 29 aprile 2011

E’ fuori strada chi pensa di portare il benessere nei paesi in via di sviluppo attraverso la guerra. Quella serve solo al capitalismo militare. Ai popoli invece servono investimenti equi, che redistribuiscano i profitti

Ci sono due tsunami: uno nei mari del Giappone, geologico, dovuto a terremoti sottomarini, e uno nel Mediterraneo sulla costa africana, di natura sociale, di ricerca della libertà e della democrazia. Qualcuno ha voluto attribuirli entrambi ai difetti del capitalismo contemporaneo, alla sua mancanza di progettazione e di previsione sociale, ma lasciamoli distinti. gli tsunami dell’Oceano Pacifico non c’è possibilità di impedirli, sono qualcosa di non evitabile, qualcosa però di prevedibile o comunque contenibile, di riparabile, a partire dalle case costruite con criteri antisismici e materiali elastici.

Più difficile risolvere i problemi dello tsunami sociale che ha incendiato il Nord Africa: non hanno funzionato i regimi autoritari di Egitto, Tunisia e Libia, anche se in Libia Gheddafi sembra in grado di ristabilire il suo potere militare. No, non sono solo gli errori del tardo capitalismo a provocare simili tempeste, vi sono anche difficoltà oggettive portate dalla modernità.

La principale è la presenza diffusa e non controllabile di un’informazione incontenibile; contro i mass media moderni, radio, televisioni, computer, non c’è contenimento possibile, anche se le dittature come quella cinese tentano ancora la repressione. E l’informazione non soffocabile contiene un invito irresistibile anche per le popolazioni arretrate che non hanno la libertà e il benessere.

C’è chi dice, fra il paradosso e la verità, che la previsione nera di un mondo conteso dalle razze più forti e aggressive esige interventi forti e se necessario feroci. Il progetto nazista per i paesi dell’Unione Sovietica in Europa e in Asia era drastico: le terre conquistate sarebbero state percorse da gigantesche autostrade su cui le truppe del Terzo Reich si sarebbero spostate ad alta velocità per soffocare il tentativo di rivolta dei popoli sottomessi. Quel progetto barbaro finì nel bagno di sangue della Seconda guerra mondiale e nella punizione durissima che la Germania dovette subire, e oggi non sembra rinnovabile, come dimostra la debolezza dei movimenti nazisti in tutto il mondo.

La soluzione meno dura ma più costosa sarebbe una sorta di colonizzazione preventiva del mondo povero, dell’Africa in particolare, un intervento dell’Europa e del mondo ricco nei paesi poveri per combattere la povertà in casa loro e prevenire future migrazioni. Qualcosa del genere è ciò che stanno facendo i cinesi che acquistano terra coltivabile in Africa e in Asia. Ma è una soluzione ancora nazionalistica, le terre acquistate e coltivate da contadini cinesi sono delle colonie cinesi.

Una terza via, la più sicura ma al momento la più utopica, è l’avvento dell’era dell’energia e della scienza in tutto il mondo, con l’uso della produttività non solo per guadagni aziendali, ma per il progresso a beneficio di tutti.

Il presidente Pertini, socialista romantico, predicava: “Chiudete le fabbriche di armi e aprite i cantieri”. Al momento la sua esortazione è inascoltata: si moltiplicano l’uso degli aerei e gli interventi armati, ad uso dei mercanti di cannoni, non per arrivare a una pace generale, ma per fare affari sulle controversie nazionali. L’affarismo militare è altamente redditizio, c’è chi decide riarmi nazionali pur di fare affari d’oro e il fatto che i responsabili politici del riarmo siano spesso di cultura fascista è preoccupante. E va messa in conto anche la complicità della sinistra in questo capitalismo avido e irresponsabile.

Solo la gravità dei problemi, l’impossibilità di assecondare tutti i desideri di preda possono proporre la necessità di un disarmo generale e di un maggiore impegno delle Nazioni Unite. Non ci si può nascondere che questo progresso in termini di disarmo è però legato alle contraddizioni umane, al continuo rinnovarsi dei desideri e alla continua fuga dalla noia del risaputo, insomma ai difetti dell’uomo. L’unica soluzione, forse, è di tipo religioso e morale, non di semplice razionalità.