La speranza nasce dalla disperazione più nera

di Francesco Alberoni, Corriere della Sera, Pubblico&Privato, 10 luglio 2000

La speranza, nei dizionari, viene definita come un sentimento freddo. Eccone un esempio: «Attesa fiduciosa, più o meno giustificata, di un evento gradito o favorevole».
No, no! Per capire la speranza bisogna partire dal suo opposto, dalla disperazione. Immaginate di essere ammalati di una gravissima malattia. Siete appena stati operati. È notte, siete soli, nella stanza c’è una luce fredda, spettrale. Voi pensate a che cosa vi aspetta se l’operazione non è riuscita. Sapete che il futuro sarà solo una lunga sofferenza fino al giorno della vostra morte. Siete terrorizzati, cercate di non pensarci, ma l’idea vi ritorna in mente ossessiva. Cercate di pregare, ma il vostro cuore è arido, Dio è lontano, indifferente. Nella vostra mente si affacciano immagini angosciose, terrificanti. Provate a scacciarle, ma loro ritornano, insistenti. Sentite che, se continuano, impazzirete. Vorreste gridare, chiedere aiuto, ma sapete che è inutile. Non c’è aiuto possibile, non c’è futuro, non c’è scampo. Questo terrore davanti all’annientamento e all’impossibilità è la disperazione.
Ed ecco che, proprio mentre nella vostra stanza d’ospedale siete in preda a questa angoscia mortale, arriva il medico. Accende la luce, vi sorride. «Allora, come va? È passato un po’ il dolore? L’ operazione è andata benissimo, domani comincerà ad alzarsi e a mangiare. Ora cerchi di dormire, vuole un po’ di tranquillante?». Son sufficienti quelle poche parole e la disperazione scompare, ci tornano la voglia e la gioia di vivere. Questa è la speranza.
Tra la disperazione e la speranza non vi sono gradi intermedi, vi è un salto abissale, dal niente al tutto, all’annientamento alla vita, al riso, alla felicità, al gusto del futuro, alla «ebbrezza di fare progetti». La speranza non è una vaga possibilità, un barlume incerto, un tenue e timoroso aspettare. È una luce che squarcia le tenebre, è un’onda di calore che ci riscalda e ci fa rinascere.
Alcune persone cadono facilmente preda della disperazione. Immaginano subito il peggio, e vi scivolano dentro, non riescono più a uscirne. I malati di questo genere fanno un’enorme fatica a guarire perché è come se il loro corpo e la loro mente si mettessero dalla parte della malattia. E i medici, infatti, si sforzano d’infondere loro fiducia, li invitano a voler guarire, a lottare.
Ma la malattia è soltanto un esempio della perdita della speranza. Ci sono persone capaci, addirittura geniali, però estremamente vulnerabili agli insuccessi, alle difficoltà. Se sentono di non essere apprezzate perdono la fiducia in loro stesse e vengono prese dallo sconforto. Tendono ad abbandonare la meta, a ritirarsi, a farsi da parte. Vi sono poi persone incurabilmente pessimiste, che immaginano solo difficoltà insuperabili, tanto che rinunciano prima di iniziare.
Altre, al contrario, hanno fiducia nella propria accortezza, nella propria tenacia, nella propria capacità di superare gli ostacoli. Costoro, sotto la sferza delle difficoltà, continuano a sperare, lottano, anzi raddoppiano i loro sforzi. In questo modo, spesso, riescono a rovesciare la situazione. E, alla fine, vincono.
Nessuno può fare qualcosa di significativo se non è animato dalla speranza, se non riesce a farla scaturire da se stesso quando inizia una intrapresa e poi nei momenti della difficoltà e del pericolo. È sempre meglio eccedere nello sperare che nel disperare, perché l’uno appartiene alla vita, l’altro alla morte.