Io, professore nell’aula in tempesta

di Marco Lodoli, La Repubblica, 23 gennaio 2001

Dal 1981 passo tutte le mie mattine tra la cattedra e i banchi, cercando di insegnare qualcosa di italiano e di storia, e intanto discutendo con gli alunni intorno a tutti i temi importanti dell’esistenza. Devo dire che per me lavoro più emozionante non esiste. Ho collaborato a programmi radiofonici, a case editrici, a riviste e giornali, ho scritto romanzi e articoli, testi teatrali e sceneggiature, ma nulla mi ha dato le stesse emozioni, nulla mi è parso mai così decisivo come le ore che continuo a trascorrere insieme a quegli adolescenti, in classi mal riscaldate, tra pareti spesso imbrattate da frasi d’amore e d’odio.
E’ come stare in mezzo al mare su una barca che scricchiola: e a volte c’è una bonaccia preoccupante, a volte onde fragorose, non si può mai sapere in anticipo cosa accadrà, ma è comunque un viaggio di cui il comandante è responsabile.

Questo compito produce nei professori un’ansia notevole, che può tradursi in un terribile senso di frustrazione. Oggi più che mai ci sono programmi da rispettare al millimetro, imprescindibili obiettivi didattici e formativi. C’è una scienza dell’insegnamento sempre più rigida, e bisogna rendere conto dei metodi e dei risultati sui registri e su mille altre carte.
L’insegnante è chiamato a imbrigliare la forza anarchica della giovinezza, a darle una forma misurabile, prevista in ogni particolare dal ministero. E invece davanti a sé ha studenti che si distraggono, che hanno voglia di muoversi, che perdono sangue dal naso, che a volte hanno un fratello spacciatore in galera e una madre col cancro in ospedale, che paiono sempre sul punto di ammutinarsi. Uno parla, spiega, e le parole sembrano morire nel vuoto, e allora si scrive qualcosa sulla lavagna, per salvare una frase, un mezzo concetto: poi si guardano quei caratteri bianchi, quelle frasi di gesso appuntate nel nulla, e somigliano a degli S.O.S., a messaggi lanciati in mezzo a un naufragio.

Può venire lo scoramento, lo capisco, accade anche a me. Una lezione preparata con cura sembra sbriciolarsi contro l’indifferenza totale; i versi sublimi di un genio possono venire interrotti dalla voce seccata di un ragazzo che domanda: “Ma a me cosa me ne frega di Angelica o di un passero solitario, che me ne viene? A che mi servono queste lagne? Cosa c’entrano col mondo di oggi, professore?”. E allora si ricomincia da capo a discutere della forza del denaro e della televisione, e il tempo scorre nel caos e pare che non ci sia più niente da fare contro quelle potenze invincibili, che la nostra barchetta sarà spazzata via da incrociatori spaventosi sui quali gli studenti sembrano pronti a imbarcarsi, hanno già addosso le divise Nike e Adidas.

Sembra, pare, ma non è così, non è per niente così. La verità è che i ragazzi sono naturalmente dei provocatori, lo sono sempre stati, anch’io lo ero. Non vogliono restare buoni e fermi come otri da riempire, hanno bisogno di accendere nella loro coscienza uno scontro tra le forze in campo: da un lato i messaggi violenti di una società tutta improntata ai miti della facilità e del successo, della fretta e del cinismo; dall’altro il senso innato della giustizia, della bellezza, della ricerca. Stanno indecisi al centro della tempesta, sono nervosi, inquieti, infastiditi dalla loro stessa incertezza. Usare le punizioni e i sette in condotta come metodo di pacificazione non ha alcun senso. Il professore è chiamato duramente a dimostrare che le cose di cui parla non sono chiacchiere astratte, ma motivi che hanno innanzitutto formato la sua vita, e ancora la formano.

Può sembrare paradossale, ma l’insegnante insegna soprattutto ciò che lui è, momento dopo momento. Se lui crede a ciò che dice, se lo dimostra nel suo comportamento, allora ci crederanno anche i suoi alunni. Loro hanno davanti agli occhi un mondo modellato da adulti che giocano in borsa, che non leggono una riga, s’ubriacano di televisione e Valium e però ipocritamente pretendono che i loro figli siano colti e sensibili. La mia impressione è che quel mondo ai ragazzi non piaccia affatto, lo subiscono, lo ripetono, ma ancora non lo amano.
L’altra faccia della luna sono quegli insegnanti che passano la mattina con loro, uomini e donne vestiti maluccio, con pochi soldi, la macchina vecchia, che parlano di un’altra vita, di altri valori. Quegli uomini e quelle donne non devono scoraggiarsi, perché le loro parole, se pronunciate con convinzione, se sono davvero le parole sincere della propria vita, comunque arrivano, sono semi che segretamente attecchiscono. Ho visto studenti ridere in faccia agli insegnanti, ma li ho visti anche piangere come vitelli ai funerali di un vecchio professore che fino alla fine veniva a scuola in autobus.