Io, professore fallito

di Sandro Onofri, La Repubblica, 6 maggio 2000

Esce il libro dello scrittore scomparso un anno fa sulla sua esperienza nella scuola.

TRENTUNO marzo. Ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Pasqua. Abbiamo portato gli alunni alla nuova multisala aperta a Pomezia, a vedere Train de vie. Un film straordinario, geniale, capace di ribaltare da un’inquadratura all’altra ogni ruolo e di guardare alla tragedia della Shoa con uno sguardo obliquo, ironico, poetico, in modo diverso (perché diverso è lo stile) ma analogo (per una vicinanza poetica tra i due autori) a La vita è bella di Benigni.
Io non l’avevo mai visto prima e mi sono emozionato, gli alunni in gran parte si sono annoiati. A un certo punto mi sono dovuto alzare per andare ad azzittire un gruppetto di ragazzi che dalle prime file continuava ad alzare grida di “Heil Hitler!”. Nell’intervallo sono andato al bar, fuori dal cinema, a prendermi un caffè. Vicino a me c’era il proprietario del cinema. Io l’ho riconosciuto, lui no.

È un uomo sulla sessantina, uno di quegli ex malandrini talmente narcisisti da non riuscire a memorizzare un solo volto. Ne ho conosciuti a migliaia. Sono talmente concentrati sulla loro vita che tutto il resto non solo lo ignorano, ma faticano a considerarne l’esistenza. Sono perfino comici, certe volte, perché a un occhio inesperto tanta pienezza di sé, e senso dell’esclusione, può confondersi facilmente con un rincoglionimento da macchietta.
Il barista gli ha chiesto se nel cinema ci fossero i ragazzi della scuola, e lui ha risposto di sì con la testa, appoggiando la tazzina del caffè alle labbra protese. Poi l’altro si è informato sul film che stavano proiettando. Allora lui ha mandato giù il caffè inghiottendo sonoramente, ha fatto schioccare la lingua, ha infilato una mano in tasca, ne ha estratto un mazzo di biglietti di vario taglio, ha sfilato con la punta di indice e pollice una banconota da mille, l’ha allungata alla cassa e infine ha risposto: “Un treno per vivere, ‘n’antra stronzata sull’ebbrei”.
Sono stanco, benedico il fatto che adesso mi aspettano cinque giorni di vacanza. Cos’è? La sindrome dello scrittore-insegnante? Quella velenosa e dolce forma di autocommiserazione che fa dire ma guarda dove mi devo trovare, un artista come me, guarda con chi devo competere, io che potrei starmene a casa a scrivere i miei libri, e altre stronzate del genere? Spero di no. Però sono stanco davvero. Mentre venivamo qui ho avuto una discussione con due mie alunne le quali, parlando tra loro, si lamentavano di non so quale insegnante (non di me) che a loro parere ha i suoi favoriti e li giudica con un occhio di riguardo. Questa forma di vittimismo, sebbene conosca le molle che la fanno scattare, è forse una delle cose che di meno sopporto, ormai. Quanto tempo si perde solo per giustificare i voti, i criteri adottati per assegnarli? Da quando è uscita la circolare sulla trasparenza, si fa un dibattito a ogni cinque e un processo a ogni quattro.
Sono disgustato da tutto questo, dagli alunni che pensano a quanto prendono i compagni invece che mettersi con la testa a studiare, dalla mia rassegnazione a fare il minimo indispensabile e niente di più per non perdersi per strada la maggior parte degli studenti, dall’impossibilità sempre più evidente, tutto sommato, di portare dentro scuola la mia vita. È ogni giorno più consistente il bagaglio che devo lasciare ogni mattina fuori dal cancello: nessuno dei miei poeti preferiti, nessuno dei miei film, nessuno dei miei musicisti preferiti. Chissà perché, la musica, che è la più universale delle arti, la più intergenerazionale delle passioni, è però anche la più soggetta ai cambiamenti di gusto delle generazioni. Entro, e porto in classe sempre più la mia maschera, non me stesso. Insegno non il mio sapere, coi suoi limiti ma anche con le sue urgenze, bensì un sapere impersonale, agnostico, ragionevole. Sono non un pedagogo né uno scrittore che insegna ma un professionista dell’educazione, che fa onestamente ma non in maniera brillante – perché non può, non gli interessa – il suo mestiere. Mi guadagno il favore degli studenti non con la simpatia né con la generosità dei giudizi (a questo punto non ci sono ancora arrivato) ma con una scandalosa volgarizzazione dei contenuti. Intollerabile ormai, per me più che per chiunque altro. E se tento di aprire un piccolo spazio per infilare di straforo la mia passione in quello che faccio, nelle mie lezioni, è fallimento. Risatine, occhi che se ne vanno, richieste di andare in bagno.
Per reagire a questo stato di impotenza che mi prende di tanto in tanto, e in definitiva per tornare ad amare i miei alunni, ripenso a come eravamo noi, alla loro età. Non io, certo, perché io ero un ragazzo strano per molti versi, avevo un rapporto schizofrenico con la scuola, fatto di grandi amori e grandi odi. Ma i miei amici, i miei compagni di classe, gran parte dei quali oggi sono meccanici, carrozzieri, operai. Qualcuno è andato a finire male, qualcun altro è riuscito meglio ma in genere sono tutti, siamo tutti, potenziali padri di questi giovani. Noi non eravamo così. Come eravamo? Cerco di mettere a fuoco i ricordi di quando ero ragazzino. Una volta, forse era alle medie, le nostre professoresse ci portarono a una rappresentazione teatrale. Anzi no, venne organizzata dentro scuola, in palestra. Improvvisarono il palcoscenico mettendo due o tre pedane affiancate. C’erano due attori famosi, all’epoca, Nando Gazzolo e Renato De Carmine, che facevano la televisione. E credo che fu quella volta che rappresentarono L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, una delle mie prime scoperte letterarie.
Quel giorno dovettero interrompere lo spettacolo non ricordo quante volte. I miei compagni facevano un chiasso infernale: si tiravano palline di carta da un posto all’altro, parlavano a voce alta, mandavano battute agli attori in scena, li prendevano in giro oppure rispondevano alle domande del testo. Fu una cosa impossibile da gestire. Alla fine intervenne la preside, una donnetta severa, con pochi capelli in testa ma tutti rossi, a minacciare dal palcoscenico ritorsioni contro chiunque avesse di nuovo disturbato gli artisti al lavoro. E il giorno dopo, tornati in classe, grandinarono note disciplinari e punizioni.
Storia vecchia, dunque. Eppure c’è qualcosa di diverso e di nuovo. Perché quella dei miei compagni fu la reazione normale di ragazzini irrequieti, che nessuno riusciva a tenere fermi, non potevano restare immobili per più di mezz’ora in nessuna circostanza, né a casa davanti al televisore, perché preferivano scendere in strada a giocare, né sui banchi di scuola e tanto meno a teatro, dove l’occasione per fare festa appariva ai loro occhi come irrinunciabile e più irresistibile di qualsiasi altra. Questi ragazzi, invece, stamattina, se togliamo quel gruppetto di fascistelli nelle prime file, non hanno mosso un dito dal primo all’ultimo minuto. Silenziosi, muti e immobili, come sempre. Come sono anche in classe. E però assolutamente assenti. I miei compagni di classe erano capaci di rivoltare l’aula con partite a pallone giocate con una palla fatta di carta, ma anche di restare a bocca aperta un’ora intera ad ascoltare una storia o un racconto letto dalla nostra professoressa di italiano. I miei alunni restano per la maggior parte con le mani buttate sul banco e la testa buttata sulle mani, le palpebre a metà, dalle nove alle tredici. Indifferenti, apatici, indolenti. E fuori di scuola non sono molto diversi. Non hanno interessi, non hanno passioni neanche in quel modo arruffone e divampante tipico degli adolescenti. Persino il calcio, spesso, lo vivono per dovere, perché così vuole il papà, perché il mister si aspetta molto da loro e loro non vogliono deluderlo, insomma perché proprio non ce la fanno a dire no anche a un mito universalmente accettato come il calcio. Ma solo per questo. Potrebbero essere, presi uno per uno, uno dei casi clinici di Freud, uno di quei giovani che andavano da lui per curare “uno stato di quasi-paralisi”, perché “ha perso ogni interesse, ogni capacità di concentrazione, perfino la possibilità di ricordare con ordine”. E difatti, riportando adesso questo passo dell’Introduzione alla psicoanalisi, mi accorgo che potrei usarlo in uno dei giudizi da stilare per molti miei alunni, calzerebbe perfettamente. Ed è una situazione diffusissima.