Il Natale: come è nato, quando e perché

di Roberto Faben, il Messaggero, 21 dicembre 2010

ROMA – C’è un film dove il Natale, in quella che Salvatore Quasimodo ha chiamato la “società dell’atomo”, il Natale post-moderno e dell’anima, trova la sua più viva incarnazione, e fa risaltare implicazioni etiche e difficili contraddizioni. È il terzo episodio di un’opera da punteggio pieno, come i volteggi di Nadia Comaneci alle Olimpiadi di Montreal del 1976, il “Decalogo” (1989), del grande regista polacco Krzysztof Kieslowski, dedicato al terzo comandamento: “Ricordati di santificare le feste”.

A Varsavia, nella notte della vigilia di Natale, la città è imbiancata dalla neve, il cui gelido candore contrasta con il rosso delle palle accese degli alberi di Natale nelle strade deserte, e il blu dei lampeggianti della Polizia (il bianco, il rosso e il blu, i tre colori che il regista trasformerà in altri 3 film).

È la notte di Natale del 1978 (Karol Wojtyla è appena stato eletto pontefice) e una donna, Ewa, suona al campanello di Janusz, un ex-amante che non ha più rivisto per 3 anni. Questi, di professione taxista, si è appena vestito da Babbo Natale per i suoi bambini e, insieme a loro e alla moglie, sta per trascorrere la notte del 24 dicembre. Ma con una scusa uscirà con la donna, che gli farà credere di essere preoccupata per la scomparsa del marito, costringendolo a trascorrere la notte alla sua ricerca, in una città mostrata nei suoi aspetti terrificanti, obitori, sotterranei di ospedali, folli e ubriachi nelle gabbie. Il viaggio dei due finirà alla stazione dei treni, quando nell’orologio scattano le 7 e 03. Solo allora Ewa rivelerà a Janusz la sua bugia: in realtà è sola, e il marito l’ha lasciata da tre anni e si è costruito un’altra famiglia a Cracovia. «Non ho trascurato niente” dice Ewa. «Vivo da sola». «È difficile restare soli in una notte come questa… La gente…». «… Si chiude in casa, abbassa le tende» sussurra Janusz. «Oggi (…) mi sono detta che se non fossi riuscita a passare la notte con te, non importa come, allora tutto sarebbe continuato…» ammette Ewa. «E se non ci fossi riuscita?» le chiede l’ex-amante. La donna, rasserenata, lascia cadere una pillola, con la quale aveva progettato di farla finita.

Al di là dei suoi aspetti cupi, questa storia, premiata, con le altre del “Decalogo”, alla Mostra del cinema di Venezia nel 1989, ha il merito di suscitare riflessioni non di facciata sui significati di una festa straordinaria e metafisica come il Natale.

Trascorsi circa 2mila anni dalla nascita del Bambino, nella grotta di Betlemme («Gesù venne alla luce a Betlemme di Giudea, al tempo di Re Erode» – Matteo, 2,1 – probabilmente fra il 6 e il 4 avanti Cristo) la civiltà terrestre, a prescindere dal dio in cui crede o dalla stella che rincorre nella volta celeste, lo festeggia in ogni più affollato o recondito angolo del globo, e lo attende come un evento del calendario annuale che, soggetto alle più poliedriche sfaccettature, tocca, inevitabilmente, l’esistenza d’ogni singolo, devoto, agnostico o miscredente che sia.

Pur essendo la celebrazione della cristianità par excellence, l’anniversario della Natività, è il pretesto per un fenomeno collettivo (e dunque mediatico) planetario, che condiziona l’economia ed eccita le moltitudini, sovraccarica il sistema dei trasporti e le poste, riempie i grandi magazzini e i luoghi di culto, altera, nel bene e nel male, l’atmosfera nelle case e tra le famiglie, sconvolge i palinsesti televisivi e, soprattutto, nell’era della connessione permanente, inonda i social network e i micro-chip dei telefoni mobili di miliardi di impulsi simbolici. Essendo dunque un rito sociale, ancor prima che religioso, imposto, e pervasivo più d’ogni altra ricorrenza, nessuno si può sottrarre alle sue evocazioni e suggestioni, che esasperano quelle domande essenziali sulla condizione umana nel cosmo, le quali, nelle società più antiche, potevano affidarsi alle risposte di sistemi di credenze condivise (come, appunto, il messaggio portato da Figlio di Dio, seguito alla lettera, peraltro, da pochissimi).

Così, nell’onnipresenza degli oggetti rituali di massa (abeti e presepi, luminarie e panettoni) che deformano l’ordinarietà, la coreografia natalizia aumenta il senso di surrealtà che si percepisce, e il contrasto fra richiami religiosi e sollecitazioni consumistiche acuisce la coscienza e lo sgorgo di archetipi: spiritualità e materia, solitudine e comunità, amore e abbandono, profitto privato e cooperazione, etica e malaffare, devozione e ateismo, silenzio e parola, desiderio e contenimento, potere e anarchia, inclusione ed esclusione, bene e male.

Nella notte e nel giorno di Natale, ogni anima è attraversata e lambita da uno scuotimento, magari solo per rinviare ancora una volta le infinite questioni poste dall’essere-nel-mondo, per fare un’ennesima congettura sulla possibilità di dare una diversa direzione ad un’esistenza, dove spesso risulta altamente improbabile riuscirvi. L’operaio e il magnate, la suora e la prostituta, il capo di Stato e il clochard, e tutti coloro che abitano questo folle e meraviglioso pianeta del sistema solare, sanno bene che il risultato della felicità di uno è l’infelicità di un altro, e che ognuno è uguale di fronte alla morte e all’enigma che si presenta dopo di essa.

Tuttavia, nonostante gli ammonimenti di premi Nobel come Joseph Stiglitz e Amartya Sen, su un futuro e probabile collasso del pianeta (a meno che non cambi il sistema economico dominante), a dispetto di annunci visionari apocalittici come quello del Ridley Scott di “Blade Runner” (1982), dopo immani genocidi come Auschwitz o Hiroshima, anche una grande festa come la Natività serve ancora, fatalmente, come strumento narcotico: gli intendimenti obbligatoriamente virtuosi di chi avrebbe la possibilità di incidere sulle sorti della terra e dei popoli che la abitano, assumono tratti sconcertanti, spesso utopie finalizzate al consenso, come dice il politologo britannico Colin Crouch.

Per questo il Natale, rischia di rendere più cocente la frustrazione, e più acute le sofferenze nelle solitudini private. A meno che non lo si viva come un’occasione, per chi è credente e per chi non lo è. Dato che il connotato principale della Natività, come rito di massa, sembra essere quello della mercificazione e della banalizzazione, l’aut-aut non può che provenire dagli stessi individui schiacciati dalla coazione, in senso opposto: all’inautentico si contrappone l’autentico. Ce l’hanno detto filosofi e scrittori inquieti, come Heidegger (l’esserci-per-la-morte), Pavese (il tremante mistero dell’origine mitica), Sloterdijk (la scalata verso la vetta del sublime).

Versi di poeti eccelsi, come Thomas Stearns Eliot, premio Nobel nel 1948, ci ricordano la cecità da cui l’uomo è afflitto («Occhi che in sogno non oso incontrare / Nel regno di sogno della morte / Questi occhi che non appaiono (…) / Gli occhi non sono qui / Qui non vi sono occhi / In questa valle di stelle morenti / In questa valle vuota»), la sua misera condizione («Sonnecchiasti osservando la notte che svela / Le mille immagini sordide / Di cui era composta la tua anima»), il suo scarto rispetto all’Assoluto e all’autentico («La nozione di qualcosa che è infinitamente / Dolce e infinitamente soffre»).

Natale dunque, da festa incrostata di stanca ripetizione, può diventare occasione di catarsi, verso l’autentico appunto, verso il risveglio di anime e coscienze, e se ciò avvenisse per davvero, in fondo non ci sarebbero più grandi distinzioni con gli altri giorni dell’anno, compresi quegli altri “estremi”, come Ferragosto o San Silvestro.

Su questa scia, la pubblicazione, dell’editore bolognese Odoya, di un testo etnologico dimenticato di Clement A. Miles, “Storia del Natale tra riti pagani e cristiani” (287 pagine, 16,50 euro), è un’occasione da non perdere per comprendere molti perché, e andare alle origini delle inesauribili provocazioni e degli infiniti stimoli suscitati dalla prima di tutte le feste.

Il festeggiamento per il Natale, probabilmente iniziò a Roma intorno all’anno 270, su ordine dell’imperatore Aureliano, con il nome di “Dies Natales Invicti”, in omaggio alla divinità solare siriana Baal, una sorta di dio Sole. Una festa pagana dunque, alla quale la Chiesa, contrappose un omaggio al sorgere del «sole della rettitudine». Il passaggio dall’inevitabile sincretismo fra i festeggiamenti pagani e quelli incentrati sul nuovo messaggio di Cristo, furono, come si può comprendere, complicati, e le autorità ecclesiastiche si prodigarono per far prevalere il concetto di un ideale trascendentale ed ascetico, di rinuncia ai piaceri terreni, nei confronti di quelli che etichettò come “rituali demoniaci”.

Anche il ricco insieme di simboli natalizi poggia su radici remote. Il presepio (dal latino “praesepe”, ossia “mangiatoia”, “stalla”) ebbe forse origine in Oriente, nei luoghi della nascita di Gesù. Tuttavia, si attribuisce a San Francesco d’Assisi la sua invenzione, nel 1223. Il mistico frate umbro, a Greccio, sulle pendici del monte Falterona, vicino Rieti, ricreò lo scenario di Betlemme con tanto di bue ed asinello viventi e, alcuni anni dopo, Giotto dipinse quel primo presepe nella basilica di Assisi (e alla Cappella degli Scrovegni, a Padova, in un affresco del 1301, raffigurò anche la stella, solo perché in quell’anno attraversò i cieli la celebre cometa di Halley: ma negli anni della nascita di Gesù sembra non sia stato riscontrato alcun fenomeno astronomico di questo tipo).

Tuttavia il presepe, spesso contrapposto all’albero di Natale come rappresentazione più squisitamente sacra, è stato additato da frange dissidenti della cristianità, come i cattolici luterani, come espressione pagana, e in quello napoletano, con una tradizione che persiste fin dal Regno di Carlo di Borbone, accanto ai personaggi legati alla Natività, magari adattata con pastori della Majella, spesso sono comparsi elementi riconducibili a miti ancestrali, non di rado con fini di esorcizzazione (curiosa, ad esempio, è la presenza di richiami ai simboli dei 90 numeri della Smorfia, la Cabala partenopea).

Controverso è anche il frequente accostamento dell’albero di Natale, da parte di alcune parti dell’ortodossia cattolica, ad una tradizione a-religiosa. L’abete natalizio, osserva l’autore del libro, potrebbe essere legato ad antichi riti cristiani, per simbolizzare la rigenerazione a fini di redenzione del biblico «albero della Vita», nuovamente piantato a fini riparatori del “Peccato originale”. Secondo una leggenda, l’albero di Natale illuminato, sarebbe stato inventato da Martin Lutero, come simbolo di quel paradiso stellato da cui Cristo discese. Sta di fatto che questa tradizione si diffuse in Germania nel 19° secolo, e nelle chiese sia cattoliche sia protestanti dei Paesi della mittel-Europa, è consuetudine concedere ospitalità, oltre al presepio, anche all’abete natalizio.

Il fatto che l’albero di Natale sia, sovente, ancor oggi avversato come espressione materialistica, è dovuto al richiamo alla festa romana delle Calende (dal latino “kalendae”, il 1° gennaio), preceduta dai “Saturnalia” (tra il 17 e il 23 dicembre), durante le quali, tra banchetti, sfrenatezze e licenziosità, nelle case si usava addobbare alberelli. Di fronte a questa diatriba ci viene incontro ancora Eliot: «Vi sono molti atteggiamenti riguardo al Natale, / E alcuni li possiamo trascurare: / Il torpido, il sociale, quello sfacciatamente commerciale (…) / E il fanciullo stupisce di fronte all’albero di Natale: / Lasciatelo dunque in spirito di meraviglia / Di fronte alla Festa, a un evento accettato non come pretesto; / Così che il rapimento splendido, e lo stupore / di fronte al primo albero di Natale ricordato, e le sorprese, l’incanto / Dei primi doni ricevuti / (…) non debbano / Essere mai dimenticati nella più tarda esperienza / Nella stanca abitudine, nella fatica, nel tedio, / Nella consapevolezza della morte, nella coscienza del fallimento…» (dalla poesia “La coltura degli alberi di Natale”, 1954). Il che equivale a dire: non soffermiamoci troppo sulla simbologia, ciò che conta è il profondo dell’anima.

E Babbo Natale? Anch’esso ha origini religiose. Questa tradizione s’innesta sulla figura di San Nicola, vescovo di Mira, vissuto nel 2° secolo dopo Cristo, la cui ricorrenza è il 6 dicembre, e, nella tradizione, è protettore delle vergini e riesce a visitare, in una sola notte, tutti i bambini del mondo, lasciando cadere doni dai camini. Tuttavia a trasformare Santa Klaus, che la leggenda vuole nascere in Lapponia, nella figura familiare con pancione, cappuccio rosso a barba bianca che tutti conoscono, fu la multinazionale della Coca-Cola, la quale, alle prese con il suo rilancio in seguito a problemi legali, nei primi anni del ’900 (fu accusata di essere dannosa alla salute), diffuse su larga scala i manifesti di “Father Christmas” (con il contributo del disegnatore Thomas Nest) in una campagna pubblicitaria che lo rese popolare in tutto il mondo. Sacro e profano, quindi, nel Natale, sono incredibilmente intrecciati. E alle singole coscienze spetta discernere e valutare, attraverso gli infiniti dilemmi che l’esistenza pone, quale sia la stella da seguire, al di là dei clamori futili della festa, e di ciò che ogni giorno dimentichiamo.