Gli strani siamo noi

di Laura Spinney, New Scientist, Gran Bretagna, 13 November 2010 (trad. da Internazionale n. 877, dicembre 2010)

“quello che sappiamo della psicologia umana è stato scoperto studiando persone simili a noi: occidentali, colti e ricchi. Ma il resto del pianeta ragiona in altro modo”

Se state leggendo questo articolo, ci sono buone probabilità che siate weird (strani). A meno che i sondaggi di New Scientist siano sbagliati, il vostro retroterra culturale è sicuramente occidentale, colto, industrializzato, ricco e democratico, in inglese “western, educated, industrialized, rich and democratic”, in poche parole weird, una classificazione che vi distingue da sette abitanti del mondo su otto.
Ma perché scegliere un acronimo così dispregiativo? I weird appartengono sicuramente a una minoranza, ma questo non significa necessariamente che siano strani. O invece sì?
Tutti gli essere umani hanno lo stesso tipo di cervello, perciò è comprensibile pensare che quello che succede nella nostra testa sia normale. Anzi, la maggior parte degli psicologi lo dà per scontato. Quando vogliono sapere come funziona il cervello vanno a cercare i soggetti più adatti ai loro esperimenti. Da una rassegna delle ricerca pubblicate, è emerso che il 96 per cento dello loro cavie era composto da persone che vivevano in paesi occidentali industrializzati e più di due terzi erano studenti di psicologia.
Gli psicologi danno anche per scontato che i loro risultati siano applicabili al resto dell’umanità, ignorando il fatto che gli esperimenti sulle persone non weird spesso indicano che la maggioranza degli esseri umani ragiona in modo molto diverso. Oggi questa differenza è stata dimostrata.

In un articolo intitolato “The weirdest people in the world” (Le persone più strane del mondo), Joe Henrich, Syeve Heine e Ara Norenzayan dell’Università della British Colimbia a Vancouver, in Canada, sono giunti alla conclusione che l’eccessivo uso da parte degli psicologi di soggetti weird ha notevolmente condizionato la nostra idea dei processi cognitivi umani. Ovviamente esistono alcuni universali modi di pensare comuni a tutti. Ma la loro lista si va riducendo man mano che un numero sempre maggiore di studi interculturali rivela enormi differenze in aree cognitive fondamentali, dal senso dell’io al modo di ragionare, dalla moralità al modo di percepire il mondo.
La vera sorpresa di questa nuova meta-analisi, tuttavia, è che le persone weird sono spesso “anomale” e negli studi di psicologia si collocano alle estremità delle distribuzioni statistiche. I lettori di New Scientist (e quelli che lo scrivono) sono tra le persone più strane della Terra.
Prendiamo, per esempio, la classica illusione ottica di Muller-Lyer, quella in cui, sebbene due linee siano della stessa lunghezza, la linea “a” sembra più corta della “b” semplicemente a causa del diverso orientamento delle frecce alle estremità. All’inizio degli anni sessanta, lo psicologo Marshall Segall dell’Università dell’Iowa e la sua équipe misero alla prova la predisposizione di persone appartenenti a culture diverse a cedere a questa illusione. Modificarono la lunghezza delle due linee fino a quando gli osservatori non ritennero che fossero uguali e registrarono il punto di uguaglianza soggettiva (Pse), vale a dire quanto doveva essere più lunga la linea “a” per apparire uguale alla “b”.
Il Pse misura la forza dell’illusione e Segall scoprì che gli studenti di Evaston, nell’Illinois, erano più soggetti al fenomeno, per cui bisognava allungare la linea “a” del 20 per cento prima che ai loro occhi risultasse uguale alla “b”. All’estremità dello spettro dei risultati, c’erano i boscimani del deserto del Kalahari, per i quali la differenza era quasi pari a zero. Non erano praticamente soggetti a quell’illusione.
Questa scoperta non è banale come si potrebbe credere a prima vista. Implica che un aspetto fondamentale della percezione, che fino a quel momento si riteneva fosse innato e quindi comune a tutti, in realtà si forma durante lo sviluppo sotto l’influsso di alcuni aspetti della nostra cultura. Anche se siamo ancora lontani dall’aver capito come funziona questo effetto, Segall e i suoi colleghi suggerirono di una possibile spiegazione: chi vive tra quattro mura, come i weird, probabilmente è condizionato dalla geometria del suo mondo, che lo rende più incline a quest’illusione ottica.
Perciò se siamo weird, percepiamo il mondo in modo strano. Abbiamo anche uno strano modo di descriverlo. Per esempio, l’inglese, la lingua franca dei weird, si basa su un sistema per localizzare gli oggetti di tipo egocentrico, come fanno altre lingue indoeuropee. Quindi una persona che parla inglese dice: “Il poliziotto è a sinistra della mia macchina”.  Per molto tempo si è dato per scontato che questo succedesse in tutte le lingue, ma poi sono cominciate a saltar fuori le eccezioni, che di solito comportavano un quadro di riferimento allocentrico, che colloca cioè gli oggetti in relazione a punti esterni a chi parla, come quelli cardinali (“Il poliziotto è a ovest della macchina”), o ad altri oggetti (“il poliziotto è tra la macchina ed il marciapiede”).
[…] “Pensiamo che tradizionalmente le società di piccole dimensioni avessero questo schema di riferimento allocentrico e che il passaggio a quello egocentrico sia più recente”, […] Se il nostro modo di vedere la natura è strano, la nostra concezione del sé lo è ancora di più, e questo ha notevoli ripercussioni sui rapporti sociali. Diversi studi hanno dimostrato che gli occidentali, in particolare i nordamericani e gli abitanti dell’Europa occidentale, hanno un maggior senso dell’individualità di quanto non ne abbiano i popoli dell’Asia orientale, che tendono a vedersi come componenti indivisibili di una comunità più ampia. La visione individualista o collettivista che abbiamo di noi stessi è stata usata per spiegare perché gli occidentali cercano di emergere tra la folla, mentre gli orientali tendono a confondersi. Questo è anche collegato al nostro modo di pensare. Gli occidentali sono più inclini a ragionare in modo analitico, sulla base di leggi e categorie, mentre gli orientali ragionano in modo olistico e prestano più attenzione agli schemi ricorrenti e al contesto.
Secondo lo psicologo culturale Shihui Han dell’università di Pechino, ognuno di noi è capace di usare entrambi i tipi di ragionamento. “Ma il sistema culturale in cui si vive domina la mente e il cervello della maggior parte delle persone”, dice. Se però esaminiamo gli essere umani nel complesso, sembra che il metodo di ragionamento prevalente sia quello olistico.
[…] In altre parole, i weird come voi e me sono un caso estremo. E non solo. Anche il nostro senso etico è anormale […] La cosa particolarmente anomala della moralità weird è l’enfasi su concetti astratti come quello di giustizia e di diritti individuali. Anche altre società hanno questi concetti, ma la loro visione della moralità si concentra più sugli obblighi degli individui nei confronti della comunità e spesso anche degli déi.
Un fattore chiave della morale è l’equità. […] le idee dei weird sull’equità riflettono le norme e le istituzioni che si sono sviluppate per oliare gli ingranaggi delle interazioni sociali nella grandi comunità. I nostri antenati preistorici non avevano lo stesso senso di equità e non lo ha neanche la maggior parte dei nostri contemporanei. Forse non dovremmo sorprenderci se la nostra psicologia differisce tanto da quella della maggior parte degli esseri umani. Dopotutto, se la cultura influisce sul nostro modo di pensare e quella weird è così lontana dall’ambiente sociale in cui la nostra specie si è evoluta, è normale che siamo noi a rappresentare un’anomalia. Il problema è che quasi nessuno di noi la pensa così. È per questo che l’articolo sui weird avverte implicitamente i ricercatori occidentali di guardarsi dai loro pregiudizi e da quelli che possono aver inserito nei loro strumenti di ricerca. Nel test standard per il calcolo del quoziente intellettivo, per esempio, ci sono domande per le quali una risposta analitica è considerata corretta e un’eventuale risposta olistica scorretta. La maggior parte dell’umanità darebbe la risposta “sbagliata” a quelle domande.
[…] per quanto riguarda voi, la prossima volta che vedrete un documentario sui boscimani o sugli indigeni dell’Amazzonia, ricordatevi che gli esotici non sono loro.