Giuliano, a 16 anni schiavo della coca: «Io, da pusher dei vip a boss in fuga»

di Claudio Marincola, il Messaggero, 24 novembre 2010

ROMA (23 novembre) – Quando i suoi coetanei andavano a scuola e dovevano avvisare casa se tardavano mezz’ora, lui girava l’Europa in cerca di clienti e cocaina. Schiavo a 16 anni di una polverina bianca. Costretto un giorno a infilare tutto quello che aveva in uno zaino e a metterci dentro anche la propria vita. Via da Roma, via da tutti. Un baby latitante in fuga dalla polizia. In Spagna, lontano. Dagli amici, dai genitori, da tutti i suoi punti di riferimento. Giuliano, capelli a spazzola, sguardo da duro, era poco più di un ragazzino. «Volevo mettere da parte un piccolo capitale nel minor tempo possibile – racconta – fare un grande regalo ai miei tutti e due malati: farli operare. Li avrei sistemati per sempre e io mi sistemavo con loro».

Non è una storia da Libro Cuore la sua. Anzi. Non è scappato per cercare il padre. E’ la storia della sua adolescenza, quella di un bambino diventato adulto senza passaggi intermedi. Un ragazzino finito in una gigantesca rete che ormai pesca a strascico e non risparmia neanche le prede più piccole.

Prenestino. Giuliano si procurò i documenti falsi e se ne andò. «Sono cresciuto al Prenestino, tra Centocelle, Tor Bella Monaca e Torre Angela, quartieri dove si cresce in fretta» dice. «La mia famiglia? Non era una famiglia normale, era … troppo “normale”, come poche se ne trovano al giorno d’oggi». «A 12 anni ero il figlio dal quale i miei genitori si aspettavano tanto. Che studiassi e facessi una vita normale e regolare. Che andassi a giocare con gli amici, che portassi a casa la prima fidanzatina. Invece le cose non sono andate così. Prima è morto mio nonno, l’uomo che mi ha fatto da padre mentre i miei sgobbavano per portare lo stipendio a casa. Poi la sorella di mia madre, praticamente la mia seconda mamma, mentre era incinta di mio cugino: così in un colpo solo ho perso entrambi».

Il colpo di grazia arriva con due notizie una dopo l’altra: mamma ha un tumore e papà deve operarsi per mettere 3 by pass».

La vita di Giuliano cambia radicalmente. Smette di essere l’alunno, il bravo ragazzino che era alle Medie, il figlio più piccolo e coccolato. Abbandona la scuola e la scuola abbandona lui. «Ce l’avevo con il mondo, con un Dio che non trovavo più. Con tutti quelli che intorno a me continuavano a sorridere…», racconta ora che è diventato maggiorenne e ha pagato un prezzo molto caro.

La “retta”. Cominciò a lavorare in un bar, poi in un altro, sempre pagato in nero. «I miei mi hanno sempre fatto rigare dritto, tenendomi lontano dai guai. Ma quando i guai sono arrivati dentro casa e all’esterno nessuno poteva aiutarci, ho fatto di testa mia». Ovvero? «Voglio dire che spesso si fa più fatica a vivere onestamente che a commettere reati. Che i miei non avrebbero mai permesso che lasciassi la scuola, e invece cominciai a “fare sega” quasi tutti i giorni cercando la soluzione ai miei problemi nei posti meno adatti».

Qualcuno più grande e smaliziato gli fa la proposta indecente: «“Se ci fai la “retta” ti paghiamo bene”, Avrei dovuto tenere nascosta in casa la droga “puoi dormire sereno perché sei minorenne e non ti fanno nulla”, mi rassicurarono e alla fine il gioco si rivelò interessante e proficuo».

Giuliano è un ragazzo robusto, (è alto 1,78 mt e cerca di tenersi in forma). Uno che nella vita ha sempre mostrato i bicipiti anche quando non li aveva scolpiti come ora. Saltò al secondo livello. «Mi proposero di vendere la droga. Vedevano in me lo spacciatore ideale: perfetto il modo di vestire, di camminare, («mi è sempre piaciuto darmi un tono, essere trendy», ammette).

13 mila euro in 4 giorni. «La prima volta che mi decisi a fare il i pusher gente molto più grande di me mi fece una lezione gratuita di preparazione e confezionamento; mi mise in mano un etto di coca pura».

Fu una sorta di rito di iniziazione o meglio un “corso di formazione” per aspiranti spacciatori. « Avevo il compito di tagliarla e venderla il più in fretta possibile. Alla fine del lavoro avrei dovuto consegnargli la metà dell’incasso e tenermi il resto. Tornai da lui 4 giorni dopo e mi disse: “ma che ci fai qui? Non sei a lavorare?”. Gli misi in mano una mazzetta da 13 mila euro e lui rimase senza parole. Mi chiese: “Come hai fatto in così poco tempo”? «La vendo a tutti – gli risposi – dottori, avvocati, figli di papà imbottiti di soldi, prostitute, imprenditori. Tranne a quelli della mia età. Loro non erano contemplati nel mio target».

Tre telefoni per lavorare. Uno per i suoi, gli altri due per i clienti. La mattina, quando i suoi compagni erano a scuola spacciava. Il pomeriggio preparava la borsa per andare in palestra. Chiusa la porta di casa però la nascondeva su in terrazza per passarla a riprendere al ritorno.

«A mezzanotte quando i miei si addormentavano uscivo quatto quatto dalla mia camera. I miei cellulari erano “bollenti”: pieni di sms, di richieste di coca. Allora mi vestivo e uscivo di casa strisciando come un gatto dalla porta per andare ad effettuare le “consegne”».

Una soffiata e finì ai domiciliari. Gli sequestrarono la droga e lui rimase in debito «con quelli più in alto».
«Lavorai gratis per ripagare la roba ma dopo poco la notte sottocasa mia era di nuovo un via vai di gente che veniva a comprare. Negli ambienti che avevo ricominciato a frequentare la cocaina girava come la frutta nei mercati».

Barceloneta. Poi la condanna: quattro mesi di carcere. «Il giudice volle darmi un’opportunità : decise di mandarmi in una comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti, ne trovarono una dalle parti di Viterbo. Ma non durò molto. Dopo qualche giorno presi tutto quello che avevo e scappai, presi il primo aereo disponibile senza dire nulla a casa. I miei furono avvisati dalle autorità che ero fuggito e che avevo fatto perdere le mie tracce. Non chiamai mai per non essere rintracciato».
Latitante non vuol dire felice. «Papà faceva l’operaio. Si portava dietro il telefonino, lo poggiava e non lo perdeva mai d’occhio. Sperava che un giorno avrebbe squillato e dall’altra parte della cornetta ci fossi stato io».

I primi tempi Giuliano lavorava come cameriere a Barceloneta, il porto di Barcellona. Non toccava la droga fedele alla regola “chi la vende non la usa”. Poi questo lavoro divenne solo una copertura. «E un giorno feci il più grosso errore della mia vita: prova la coca».

Prima divenne un vizio. Poi dipendenza. «Il conto in banca al quale avevo affidato tutte le mie speranze di riscatto cominciò a prosciugarsi. «Senza accorgermene diventai un tossico».

Escobar. La lontananza dalla famiglia, la latitanza, la voglia di rimettere tutto a posto come se nulla fosse mai accaduto. Giuliano si arrese: «Il telefono di mio padre squillò e io dissi quel maledetto pronto dopo 2 anni di silenzio». Rientrò in Italia. A Fiumicino lo arrestarono. Fu condannato a 2 anni 8 mesi e 20 giorni.

Ora ha quasi 19 anni. «Voglio riprendermi la mia vita. Tornare a dormire tranquillo senza la paura di sentire bussare alla porta. Sono un rapper. I miei idoli sono Tupac, 50 cent, Eminem, Snoop Dog. Mi piace l’hip hop, non voglio cambiare questo nuovo stile di vita, ma non voglio più diventare un Pablo Escobar». Un ruolo importante è stato finora quello del suo avvocato. «Ora ha avviato un lungo percorso, un programma di recupero serio – spiega il suo avvocato Alessandro Olivieri, che non si occupa solo della parte legale ma segue i suoi giovani clienti fino al reinserimento e li accompagna durante questo percorso – Con lui e accanto a lui ha lavorato l’educatrice del carcere dei minorenni di Roma. E’ diffidente verso il mondo ma ha ritrovato la forza e la voglia di riscattarsi, anche se ha sofferto di depressione, sua madre è a letto malata, e il padre aspetta sempre di essere operato».