Avidità e dismisura portano sempre alla rovina

di Francesco Alberoni, Corriere della Sera, Pubblico & Privato, 18 luglio 2011

NON ABBIAMO PIÙ LE CAPACITÀ PER SEPARARE LIBERTÀ E ARBITRIO

La speculazione che stringe nella sua morsa gli Stati, li costringe a tassare i cittadini, a licenziare i dipendenti pubblici, che fa salire i prezzi del grano affamando intere popolazioni è mossa dalla avidità. Avidità di denaro, di sterminate quantità guadagnate danneggiando altri. L’economia ci insegnava che l’imprenditore arricchisce se stesso creando lavoro, migliorando la vita di tutti, ma oggi, nel mondo globalizzato dalla tecnica, questo non è più vero perché il progresso tecnico ha consentito la nascita di smisurate potenze economiche invisibili che prendono senza dare. E gli Stati non hanno ancora imparato a fronteggiarle. Si comportano come i medici del passato che sapevano fare solo salassi che indebolivano ulteriormente il malato.
Avidità, una parola espulsa dal linguaggio economico e che è rimasta solo nel vecchio linguaggio morale che condannava ogni eccesso, ogni dismisura, l’avaro come il prodigo, il vile come il temerario. Ma che cosa caratterizza il moderno se non la dismisura? Dismisura della popolazione, della produzione, dello spreco, nel cinema coi suoi effetti speciali, nei videogiochi, nella musica, nei concerti rock, nella movida, nell’uso della droga, nelle mafie di tutto il mondo che dominano interi settori dell’economia. Dismisura nelle spese dello Stato o per scopi militari o per accontentare chi chiedeva assunzioni inutili, pensioni a trent’anni e privilegi di ogni tipo ai politici, accumulando così debiti giganteschi. Io penso che la difficoltà che gli Stati hanno nel controllare la speculazione mondiale derivi proprio dal fatto che non possediamo più le categorie morali che ci consentono di porre un limite fra ciò che è libertà e ciò che è arbitrio. Noi inorridiamo se gli antichi conquistatori invadevano e saccheggiavano un Paese, ma assistiamo indifferenti al saccheggio economico di uno Stato e di una popolazione. Cresciuti in una società libera e liberale non abbiamo il coraggio di dire che si può mettere un limite alla libera compravendita di beni. Lo consideriamo un principio sacro, inviolabile. Eppure abbiamo avuto il coraggio di proibire la compravendita di esseri umani, di abolire la schiavitù. Quanto tempo ci vorrà allora per trovare il coraggio di proibire i comportamenti che fino a poco tempo fa potevamo consideravamo fattori di progresso e sono diventati catastrofici? Ma forse prima dobbiamo convincerci che l’avidità e la dismisura sono vizi che portano sempre alla rovina.